Grecia. La mossa di Atene: sovranità delle acque a sei miglia, obiettivo dodici. Ma c’è il “nodo” turco

di Giuseppe Gagliano

Quando il ministro degli Esteri greco, George Gerapetritis, dice che “ci sarà un’ulteriore estensione delle acque territoriali”, non sta facendo una dichiarazione tecnica. Sta spostando, almeno sul piano politico, il baricentro del confronto con Ankara: dal lessico della prudenza a quello della sovranità piena.
La Grecia oggi mantiene nel Mar Egeo il limite delle sei miglia nautiche. Ma ha già dimostrato di saper cambiare passo altrove: nel Mar Ionio è passata da sei a dodici miglia nautiche, dopo intese con l’Italia, e nel Mediterraneo orientale ha firmato un accordo di delimitazione marittima con l’Egitto. Il messaggio è lineare: se si è potuto fare a ovest e a sud, perché non anche a est, proprio dove la frizione con la Turchia è strutturale?
Qui sta il nodo: nel 1995 il Parlamento turco ha dichiarato che un’estensione unilaterale greca oltre le sei miglia nell’Egeo sarebbe una “causa di guerra”. Atene risponde da anni che quella posizione contraddice il diritto del mare e in particolare il principio secondo cui lo Stato costiero può fissare il proprio mare territoriale fino a dodici miglia nautiche.
Il punto, però, non è solo giuridico. È geografico e politico: l’Egeo è un arcipelago di isole, canali, corridoi e spazi contesi. Ogni miglio non è una misura, è un rapporto di forza. E ogni rapporto di forza, in un’area così densa, rischia di tradursi in incidente.
Lo scorso luglio Atene ha presentato i confini di due parchi marini, uno nello Ionio e uno nell’Egeo. Proprio quello egeo, esteso per circa 9.500 chilometri quadrati attorno alle Cicladi meridionali, ha suscitato obiezioni turche. È un dettaglio solo in apparenza: le mappe, nel Mediterraneo, sono politica in forma grafica.
La Grecia sostiene che l’unico tema di cui è disposta a discutere con la Turchia è la demarcazione delle zone marittime: piattaforma continentale e zona economica esclusiva. Ankara, invece, vede in ogni iniziativa che “disegna” lo spazio marittimo un tentativo di consolidare posizioni prima del negoziato, o addirittura di renderlo inutile.
Estendere il mare territoriale significa, di fatto, ridurre gli spazi di manovra altrui e aumentare il controllo sulle acque. Questo ha ricadute economiche immediate e indirette: dalle rotte commerciali alla pesca, fino alla certezza giuridica per investimenti e infrastrutture.
Il vero convitato di pietra, però, resta l’energia. L’Egeo e il Mediterraneo orientale vengono da anni descritti come aree con potenziale di risorse e di corridoi energetici. Ogni irrigidimento sul mare rende più rischiosi i progetti, aumenta il costo assicurativo e frena decisioni industriali che hanno bisogno di stabilità, non di bracci di ferro.
E poi c’è il turismo, che in Grecia è industria nazionale e in Turchia pesa come valuta pregiata. La tensione non spegne le prenotazioni dall’oggi al domani, ma corrode fiducia e alimenta percezioni di insicurezza, soprattutto se dovessero moltiplicarsi episodi tra navi o sorvoli contestati.
Il rischio principale non è l’ordine di attacco. È l’incidente. In una zona dove pattugliamenti navali e missioni aeree sono quotidiani, basta un’intercettazione aggressiva, una manovra mal interpretata, un contatto radar ambiguo per far saltare i nervi a catene di comando già in allerta.
Se Atene dovesse davvero portare a dodici miglia nautiche il mare territoriale in parti dell’Egeo, Ankara potrebbe rispondere con una dimostrazione di forza: aumento della presenza navale, esercitazioni ravvicinate, pressione aerea, attività di ricerca e prospezione in aree contestate. A quel punto la dinamica diventa una partita a somma zero: ogni arretramento è raccontato come resa, ogni avanzamento come provocazione.
Grecia e Turchia sono alleati nella stessa alleanza militare. Ma l’alleanza non cancella le rivalità storiche, le amplifica quando manca un arbitro politico credibile. La riduzione delle tensioni negli ultimi anni è stata reale, ma fragile: è bastato l’annuncio di mappe e parchi marini per riattivare i riflessi condizionati.
Questa vicenda non è solo bilaterale. Per l’Europa è un test di coesione: da un lato un Paese membro che rivendica diritti sovrani; dall’altro un vicino indispensabile su migrazioni, commercio e sicurezza regionale. Se l’Unione si schiera senza offrire un percorso di deconflitto, rischia di irrigidire Ankara; se resta ambigua, indebolisce Atene e incoraggia la politica del fatto compiuto.
Sul piano geoeconomico, la posta è la governabilità degli spazi marittimi: cavi sottomarini, rotte energetiche, logistica, e soprattutto l’idea che il Mediterraneo orientale possa diventare area di sviluppo e non di attrito permanente. Ma senza una cornice di regole accettate e, soprattutto, senza un meccanismo politico che impedisca alla crisi di diventare abitudine, ogni progetto resta ostaggio del calendario delle tensioni.
Atene può rivendicare il diritto, Ankara può agitare la forza. Ma la storia insegna che quando diritto e forza non si incontrano in un tavolo, si incontrano in mare. E in mare, quasi sempre, l’inizio non è una decisione: è un errore che nessuno riesce più a correggere.