di Giuseppe Gagliano –
L’offerta della Nigeria di ospitare e proteggere il candidato dell’opposizione guineense Fernando Dias da Costa non è un gesto umanitario, ma un intervento politico di primo piano. Con il colpo di Stato che ha travolto la Guinea-Bissau, Abuja ha scelto di posizionarsi come garante regionale, consapevole che la stabilità dell’Africa occidentale passa anche dal suo ruolo di potenza di riferimento nell’ECOWAS. La decisione di accogliere Dias da Costa nell’ambasciata a Bissau serve a inviare un messaggio preciso ai militari golpisti: la Nigeria non resterà spettatrice.
Il candidato dell’opposizione sostiene di essere in vantaggio nelle elezioni presidenziali del 23 novembre quando, tre giorni dopo, i militari hanno preso il potere bloccando la proclamazione dei risultati. La sua coalizione accusa il presidente uscente, Umaro Sissoco Embaló, di aver orchestrato il golpe per fermare la propria sconfitta. Embaló, ora rifugiato a Brazzaville, ha raccontato di essere stato arrestato e deposto. Intanto i golpisti hanno insediato l’ex capo di stato maggiore Horta Inta-A alla guida di un governo di transizione di un anno, facendo largo a figure vicine all’ex presidente: una mossa che tradisce più una lotta interna al potere che una reale volontà di “salvare la democrazia”.
La delegazione dell’ECOWAS, guidata dal presidente sierraleonese Julius Maada Bio, ha affrontato una trattativa tesa con i militari, chiedendo il ripristino dell’ordine costituzionale e la pubblicazione dei risultati. L’organizzazione ha sospeso la Guinea-Bissau da tutti gli organi decisionali e minaccia sanzioni in caso di mancato ritorno alla legalità. Il ministro degli Esteri della Sierra Leone ha chiarito che il futuro del Paese sarà discusso nel vertice del 14 dicembre, evidenziando quanto l’Africa occidentale sia ormai abituata a gestire cicli continui di golpe, transizioni e crisi istituzionali.
Dalla sua indipendenza nel 1974, la Guinea-Bissau vive un susseguirsi di colpi di Stato, tentativi di putsch e governi temporanei. La debolezza istituzionale, la corruzione e la frammentazione del potere hanno reso il Paese uno dei principali snodi del traffico di cocaina dall’America Latina all’Europa, attirando la competizione tra fazioni militari, reti criminali e leader politici. Le proteste del 29 novembre e il divieto immediato di manifestazioni imposto dai golpisti dimostrano quanto la situazione sia esplosiva: un Paese sospeso tra repressione e richiesta di trasparenza.
L’opposizione denuncia che la sede del PAIGC è stata assaltata da miliziani armati, un segnale della crescente sovrapposizione tra interessi politici e gruppi paramilitari. L’esclusione del PAIGC dalle elezioni presidenziali appare parte di una strategia più ampia per neutralizzare il dissenso e controllare il processo politico. La giunta parla di complotti e narco-traffico, ma la composizione del nuovo governo, dominato da figure legate al potere precedente, suggerisce che il vero obiettivo sia preservare posizioni e clientelismi.
Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha definito inaccettabile il golpe, ricordando che ignorare la volontà popolare viola i principi fondamentali della democrazia. La richiesta del rilascio dei detenuti e della ripresa del processo elettorale è anche un tentativo di evitare che un altro Paese della regione scivoli in una lunga transizione dominata dai militari.
La mossa di Abuja, che offre protezione diretta a Dias da Costa, pone la Nigeria all’avanguardia della risposta regionale. È un segnale che l’Africa occidentale non intende accettare passivamente un nuovo golpe, ma è anche un banco di prova per l’ECOWAS, già criticata per la gestione delle crisi in Mali, Burkina Faso e Niger. Il rischio è che la Guinea-Bissau diventi l’ennesimo tassello di una regione in cui la fragilità istituzionale continua a prevalere sulla costruzione di Stati solidi e responsabili.
La crisi attuale non è un episodio isolato: è l’ennesima dimostrazione di quanto l’Africa occidentale sia esposta all’intreccio tra ambizioni personali, interferenze militari e reti criminali. E di quanto sia difficile, per l’ECOWAS e i suoi membri più influenti, riportare equilibrio in una regione dove la democrazia resta un obiettivo più che una realtà consolidata.












