Hamas e il “piano Trump” per Gaza: tra tregua fragile e trappole strategiche

di Giuseppe Gagliano

Il piano in 20 punti lanciato dal presidente USA Donald Trump promette di porre fine a due anni di guerra devastante a Gaza, affidando l’enclave a una “amministrazione internazionale indefinita”. È un cessate il fuoco che nasce senza il coinvolgimento di Hamas e che ora il movimento islamista valuta con riluttanza: l’organizzazione ha già annunciato che chiederà “revisioni chiave”, in particolare sulla clausola del disarmo totale, giudicata irricevibile senza un vero processo politico verso la soluzione dei due Stati.
La leadership di Hamas appare frammentata fra Doha, Istanbul e Gaza, con l’ala militare che teme di perdere l’unico strumento di pressione: le armi. Nonostante la campagna israeliana abbia ucciso migliaia di combattenti e oltre il 90% dei comandanti, la rete di tunnel non è stata eliminata e Hamas conserva ancora capacità di guerriglia e di controllo territoriale a Gaza City e nel corridoio costiero di al-Mawasi. Per alcuni quadri militari, Israele è in difficoltà strategica per il costo umano, economico e politico della guerra, dunque la resistenza armata resterebbe l’unica leva.
Il premier Benjamin Netanyahu, che deve affrontare un mandato di arresto della CPI per crimini di guerra, ha già approvato il piano di Washington, ma ha avvertito che se Hamas rifiuterà, Israele “finirà il lavoro”. L’accordo prevede il rilascio entro 72 ore di tutti gli ostaggi israeliani, il ritiro graduale delle forze di Tel Aviv in una zona cuscinetto, e la liberazione di oltre 1.000 prigionieri palestinesi, concessione che Hamas presenterà come vittoria simbolica. Ma l’assenza di garanzie su tempi e modalità del ritiro israeliano lascia aperti i timori di un congelamento del conflitto sotto altra forma.
Qatar e Turchia premono su Hamas per accettare un compromesso che eviti la ripresa dell’offensiva. Sullo sfondo, Egitto e Giordania guardano con interesse a una stabilizzazione che permetterebbe il ritorno di investimenti infrastrutturali e flussi commerciali. L’Europa appare divisa, mentre Washington cerca un risultato diplomatico che riduca l’impegno militare israeliano e abbassi la tensione regionale con Iran e Hezbollah.
Il piano prevede una “ondata di aiuti” e la ricostruzione di Gaza con fondi arabi e occidentali. Ma senza un accordo politico credibile, gli investitori temono che le risorse si perdano in un limbo amministrativo. Il nodo resta il blocco israeliano dei valichi, indispensabile per materiali da costruzione e per il ripristino dell’economia locale, già distrutta dalla guerra e dagli embarghi.
Il “piano Trump” potrebbe segnare l’inizio della fine delle ostilità solo se accompagnato da un percorso realistico di governance per Gaza e da una cornice di sicurezza condivisa. Senza questi pilastri, rischia di essere percepito come un diktat imposto da potenze esterne, utile a fermare le armi nel breve periodo ma incapace di disinnescare le radici del conflitto.