Honduras. Nuova richiesta di arresto per l’ex presidente Hernandez

Il procuratore generale Johel Zelaya parla apertamente di Paese 'lacerato dalle reti criminali'.

di Giuseppe Gagliano

La nuova richiesta d’arresto contro Juan Orlando Hernandez è l’ennesima puntata di una storia che intreccia narcotraffico, diplomazia e la fragilità istituzionale dell’America Centrale. L’ex presidente, che ha guidato l’Honduras dal 2014 al 2022, torna sotto i riflettori poche ore dopo aver lasciato una prigione statunitense grazie alla grazia concessa da Donald Trump. Una decisione che ha già incrinato i rapporti tra Washington e Tegucigalpa e sta alimentando un clima di sospetti in una regione dove la politica convive da decenni con crimine organizzato e interferenze straniere.
Il procuratore generale Johel Zelaya parla apertamente di un Paese “lacerato dalle reti criminali”. È una denuncia che fotografa un sistema politico fragile, in cui corruzione e poteri illegali hanno costruito nel tempo un’architettura di potere parallela. Hernandez è accusato di aver partecipato attivamente a questo schema, deviando fondi pubblici per finanziare la propria campagna elettorale del 2013 e agevolando il transito di cocaina verso gli Stati Uniti. Una mole di capi d’imputazione che, secondo i magistrati, non può essere liquidata come semplice manovra politica.
La grazia concessa da Trump è più di un gesto controverso: è un messaggio politico. Il presidente americano ha definito la condanna di Hernandez una “caccia alle streghe di Biden”, trasformando un caso giudiziario in un tassello del duello interno alla politica statunitense. Ma il contraccolpo è stato immediato. Repubblicani e democratici hanno reagito con sconcerto, ricordando che Hernandez era stato condannato per aver favorito cartelli che gli stessi Stati Uniti combattono da decenni, spesso con operazioni militari nel Mar dei Caraibi.
Per l’Honduras questo intervento rischia di essere un’arma a doppio taglio. Da un lato, restituisce Hernandez alla scena politica latinoamericana, dove può presentarsi come vittima di una giustizia politicizzata. Dall’altro, accentua le tensioni interne, alimentando il sospetto che la leadership honduregna non sia realmente libera dall’influenza di poteri opachi, interni e internazionali.
Il nuovo mandato rientra nella maxi-inchiesta Pandora II, un’indagine che coinvolge decine di figure politiche, burocrati e imprenditori. È il segno che il Paese sta cercando, almeno formalmente, di riprendere il controllo sul proprio sistema istituzionale. Ma le dichiarazioni divergenti dei protagonisti raccontano un’altra verità. L’avvocato di Hernandez, Renato Stabile, parla di “mossa strettamente politica”, accusando il partito al governo di voler distogliere l’attenzione dalla crisi interna. Una difesa che suona come una vecchia storia: ogni inchiesta diventa un regolamento di conti, ogni scandalo una trincea da cui sparare contro l’avversario.
Dall’altra parte, funzionari come Luis Santos ricordano che il procedimento è aperto da più di due anni e che l’Interpol ha già ricevuto precedenti richieste d’arresto. L’idea che tutto sia nato in seguito alla grazia di Trump non regge ai fatti. Semmai, è la grazia a collocarsi dentro una partita geopolitica più ampia, dove Washington manda segnali contraddittori e i governi centroamericani oscillano tra dipendenza politica, debolezza istituzionale e infiltrazioni criminali.
Il caso Hernandez dimostra quanto l’Honduras sia ancora terreno di scontro tra poteri regionali e interessi statunitensi. Per decenni il Paese è stato una pedina nelle strategie anti-narcotici di Washington, ospitando basi militari e appoggiando operazioni congiunte. Ora, paradossalmente, è proprio un ex presidente accusato di aver favorito i cartelli a beneficiare della clemenza dell’amministrazione Trump. Una dinamica che solleva interrogativi sul futuro delle relazioni bilaterali: gli Stati Uniti possono ancora chiedere rigore quando sono loro stessi a offrire scappatoie politiche?
Intanto Hernandez continua a proclamarsi innocente, presentandosi come vittima di una giustizia manipolata. Una narrativa che, in un Paese segnato da povertà, sfiducia istituzionale e pressione delle gang, può ancora fare presa. La sua gratitudine verso Trump, espressa sui social, è il sintomo di un rapporto politico che rischia di diventare esplosivo.
L’Honduras si ritrova così intrappolato tra la necessità di dare un segnale di legalità e il rischio che ogni gesto venga letto come un attacco politico. Se Hernandez rifiutasse di rientrare nel Paese, scatterebbe la richiesta formale di estradizione dagli Stati Uniti, un passaggio che potrebbe mettere alla prova non solo i rapporti bilaterali ma anche la credibilità della lotta al narcotraffico nella regione. L’ex presidente non è solo un uomo sotto accusa: è il simbolo di un sistema che non riesce a liberarsi dalle sue ombre.