Hong Kong: la memoria corta dell’occidente

di Giuseppe Gagliano

Quanto indispensabile sia Pechino per Hong Kong ieri come oggi lo dimostra un semplice dato di fatto di natura storica: nell’autunno del 1997 la Thailandia, l’Indonesia e la Malesia vennero colpite da una gravissima crisi economica. Hong Kong, attraverso la sua banca centrale, fu costretto ad alzare i tassi di interesse fino al 18% pur di garantire una certa stabilità economica, ma nonostante ciò non riuscì ad impedire né una caduta del 60% della borsa né tanto meno una gravissima crisi del mercato immobiliare.
Complessivamente la crisi economica che colpì Hong Kong non solo durò tre anni, ma determinò un altissimo tasso di disoccupazione. Solo l’intervento di Pechino consentì di salvare Hong Kong da una crisi economica che l’avrebbe spazzato via dal mercato mondiale.
Qualche anno più tardi la bolla speculativa di Wall Street determinò una nuova crisi anche dei titoli asiatici, per non parlare poi dell’epidemia della SARS del 2003. In quest’ultimo caso fu ancora una volta l’intervento del governo centrale cinese, attraverso la liberalizzazione del turismo e attraverso numerosi sgravi fiscali, che consentì a Hong Kong di diventare una meta turistica per la borghesia medio-alta di Pechino e di Shanghai, cosa che consentì anche agli speculatori occidentali di incrementare i loro profitti. A tale proposito è necessario ricordare che sempre grazie all’occhio vigile di Pechino nel 2006 alla borsa di Hong Kong venne effettuata una delle più rilevanti operazioni finanziarie, cioè la quotazione della Industrial and Commercial Bank of China per 22 miliardi di dollari.