di Giuseppe Gagliano –
Con un’operazione tanto simbolica quanto concreta, la Repubblica Popolare Cinese ha sferrato un nuovo colpo alla già compromessa autonomia di Hong Kong. Il 12 giugno, per la prima volta, la polizia locale e l’Ufficio per la sicurezza nazionale cinese hanno lanciato una operazione congiunta ufficiale su scala pubblica: sei abitazioni perquisite, dispositivi elettronici e documenti bancari sequestrati, sei cittadini sottoposti a interrogatorio e privati dei documenti di viaggio, sospettati di “collusione con forze straniere per mettere in pericolo la sicurezza nazionale”.
Nulla di nuovo nella sostanza, ma tutto cambia nella forma: per la prima volta le autorità cinesi ammettono e rivendicano apertamente la piena ingerenza operativa nella gestione della sicurezza locale. Un passaggio storico, che certifica la trasformazione definitiva della ex colonia britannica in un distretto amministrativo privo di reale autonomia, dove la linea tra polizia politica e sicurezza pubblica è stata dissolta.
La legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nel 2020, passata sotto il nome tecnico di “Legge sulla salvaguardia della sicurezza nazionale della RPC nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong”, aveva già aperto una nuova fase di repressione sistematica. Ma ora, con l’aggiunta della legislazione sussidiaria approvata nel 2024, i funzionari pubblici locali sono obbligati per legge a collaborare con le autorità cinesi anche su indagini classificate come “casi speciali”. Questo significa che ogni resistenza interna, anche burocratica, è stata rimossa. La macchina repressiva è pienamente integrata.
A pochi giorni dal quinto anniversario dell’introduzione della legge del 2020, il segnale è chiarissimo: nessuno spazio per ambiguità, nessun ripensamento. La repressione non è più solo giustificata, ma istituzionalizzata. Gli episodi recenti lo confermano: Joshua Wong, figura simbolo della protesta del 2019, è stato nuovamente incriminato per “cospirazione con potenze straniere”. Rischia ora l’ergastolo. E persino un’app di gioco per smartphone è stata bandita con l’accusa di “incitare alla rivoluzione armata”.
I governi di Pechino e Hong Kong giustificano tutto ciò con la necessità di “ripristinare l’ordine” dopo le proteste del 2019. Ma il prezzo dell’ordine si misura in libertà soppressa, dissenso criminalizzato e sorveglianza capillare. Hong Kong, che fino a pochi anni fa era una delle capitali del mondo globalizzato, sta diventando il laboratorio urbano del controllo totalitario con impronta digitale cinese.
E il silenzio della comunità internazionale è assordante. Mentre in altri contesti si invocano sanzioni, diritti umani e libertà fondamentali, sul caso di Hong Kong regna una omertà diplomatica funzionale. Troppi interessi economici, troppi legami finanziari con la Cina continentale, troppa paura di compromettere relazioni commerciali con il colosso asiatico.
Ma la questione di Hong Kong non riguarda solo i suoi cittadini: riguarda l’idea stessa di ordine internazionale basato sul diritto, sulla libertà di espressione e sulla separazione dei poteri. Se si accetta in silenzio che Pechino trasformi una regione autonoma in una piattaforma di repressione extraterritoriale, allora si legittima il principio che lo Stato più forte può riscrivere le regole a proprio piacimento.
La prima operazione congiunta è solo l’inizio. Hong Kong, una volta ponte tra Oriente e Occidente, oggi è sempre più una vetrina dell’autoritarismo efficiente e tecnologico, pronto a esportare i suoi modelli e a dimostrare al mondo che non c’è alternativa alla sorveglianza integrale. Chi tace, acconsente.












