di Paolo Falconio –
Nelle ultime settimane il confronto tra Stati Uniti e Iran ha assunto i contorni di una crisi sistemica, nella quale la dimensione militare rappresenta soltanto la manifestazione più evidente di una competizione strategica molto più ampia. I raid statunitensi contro obiettivi iraniani, la minaccia di una chiusura dello Stretto di Hormuz e il coinvolgimento di attori regionali come Arabia Saudita e Houthi indicano che la posta in gioco non è soltanto il rapporto di forza tra Washington e Teheran, ma il controllo del principale corridoio energetico mondiale e, più in generale, la tenuta dell’ordine internazionale costruito attorno alla supremazia navale americana.
La riduzione dell’offerta di petrolio ha già costretto numerosi Paesi ad attingere alle riserve strategiche, mentre il Brent permane sopra i 100 dollari al barile. Anche Europa e Italia stanno utilizzando le proprie scorte per garantire gli approvvigionamenti, ma il protrarsi della crisi potrebbe rendere necessarie misure di contenimento dei consumi con effetti rilevanti sull’economia globale.
Sul piano interno, la guerra esercita una crescente pressione anche sull’amministrazione Trump. Il conflitto di logoramento alimenta l’inflazione energetica, accentua le divisioni nel Partito Repubblicano e rischia di compromettere la maggioranza al Congresso nelle elezioni di midterm del 3 novembre 2026. Da qui la ricerca di una via d’uscita che consentisse di ridurre l’intensità dello scontro.
In questo quadro si colloca il Memorandum del 17 giugno. Il documento è stato interpretato da numerosi osservatori come un tentativo di congelare il confronto e aprire una fase di de-escalation. Tuttavia, proprio questa disponibilità americana a interrompere le ostilità senza aver ripristinato una piena libertà di azione nel Golfo è stata letta da molti come il riconoscimento implicito dell’impossibilità di conseguire non solo gli obiettivi strategici inizialmente perseguiti, ma un arretramento: significava accettare che l’Iran potesse limitare la proiezione militare statunitense nel Golfo Persico e condizionare il traffico attraverso Hormuz.
È precisamente questa prospettiva che Washington difficilmente può accettare. La questione non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma la credibilità globale della potenza americana. Se gli Stati Uniti apparissero costretti a negoziare da una posizione di debolezza o, peggio, ad accettare un ridimensionamento della propria presenza militare nel Golfo, il segnale verrebbe immediatamente recepito in tutti gli altri teatri della competizione strategica. Dall’Europa all’Indo-Pacifico, alleati e avversari rivedrebbero le proprie valutazioni sulla capacità americana di garantire sicurezza e deterrenza.
Per questo motivo ritengo improbabile che Washington possa accettare una conclusione del conflitto che lasci all’Iran il controllo dell’iniziativa strategica. Se Teheran continuerà a utilizzare Hormuz come leva geopolitica, gli Stati Uniti saranno verosimilmente costretti a proseguire il confronto, alternando fasi di elevata intensità militare a momenti di negoziato, ma senza rinunciare all’obiettivo fondamentale: impedire che emerga la percezione di un declino irreversibile della propria egemonia. In ultima analisi, ciò che è in gioco non è soltanto il controllo del Golfo Persico, bensì la credibilità dell’intero sistema di deterrenza americano.


