
di Giuseppe Gagliano –
Lo Stretto di Hormuz torna al centro della geopolitica mondiale. Iran e Oman hanno avviato un gruppo di lavoro congiunto per definire le future regole di amministrazione della navigazione nel passaggio marittimo attraverso il quale transita una quota essenziale delle esportazioni energetiche del Golfo. L’iniziativa apre una partita che coinvolge petrolio, gas, sicurezza marittima, diritto internazionale ed equilibri strategici tra Teheran, Washington e le monarchie arabe.
Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, responsabile della delegazione negoziale di Teheran, ha incontrato a Muscat il sultano Haitham bin Tariq per discutere il futuro assetto dello Stretto. Ufficialmente il confronto riguarda servizi marittimi, costi operativi e applicazione delle norme internazionali. In realtà la questione è molto più ampia: stabilire chi avrà voce nella gestione di uno dei punti più sensibili del commercio mondiale.
Per l’Iran, Hormuz rappresenta molto più di una questione di sicurezza. Teheran punta a essere riconosciuta come attore indispensabile nella gestione dello Stretto. In questa direzione si inserisce la creazione dell’Autorità dello Stretto del Golfo Persico, organismo attraverso il quale la Repubblica islamica intende rafforzare il proprio ruolo nella regolamentazione del traffico marittimo e dei servizi connessi alla navigazione.
Il nodo resta quello giuridico. Il diritto internazionale tutela il libero transito negli stretti internazionali e non consente agli Stati costieri di imporre unilateralmente pedaggi o restrizioni. L’Iran sembra però voler spostare il confronto su un terreno diverso, proponendo meccanismi di regolamentazione, procedure di autorizzazione e servizi di sicurezza che, pur senza bloccare formalmente la navigazione, aumenterebbero il suo peso politico e negoziale.
In questo contesto l’Oman assume un ruolo centrale. Muscat mantiene da anni rapporti equilibrati sia con Teheran sia con Washington e viene considerata uno dei principali mediatori della regione. Il Sultanato punta a favorire una soluzione che garantisca stabilità, libertà di navigazione e riconoscimento degli interessi degli Stati costieri, evitando una nuova escalation nel Golfo.
I colloqui tra Ghalibaf, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il ministro degli Esteri omanita Badr Albusaidi confermano la volontà delle parti di costruire un quadro condiviso per la sicurezza marittima. L’obiettivo è attuare quanto previsto dal memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, che prevede consultazioni tra Teheran, Muscat e gli altri Stati rivieraschi sulla futura amministrazione dello Stretto.
Sul piano economico la crisi continua però a produrre effetti significativi. Anche senza l’introduzione di pedaggi, l’incertezza aumenta i costi assicurativi, rallenta le rotte commerciali e costringe compagnie e governi a rivedere le proprie strategie energetiche. L’Organizzazione marittima internazionale ha inoltre avviato l’evacuazione di oltre undicimila marinai rimasti bloccati nell’area, segnale della persistente fragilità della situazione.
Dal punto di vista strategico, Hormuz continua a rappresentare uno degli strumenti di deterrenza più efficaci a disposizione dell’Iran. La capacità di influenzare la sicurezza di un passaggio obbligato per il commercio energetico mondiale consente a Teheran di esercitare una pressione significativa senza dover controllare vaste aree marittime. Missili costieri, droni, unità navali leggere e sistemi di interdizione costituiscono elementi centrali di questa strategia.
Le recenti dichiarazioni del presidente iraniano Masoud Pezeshkian confermano che la Repubblica islamica non intende negoziare le proprie capacità difensive. Teheran considera la deterrenza militare un elemento essenziale della propria sicurezza e della propria capacità negoziale, soprattutto in una regione caratterizzata da forti tensioni e rivalità strategiche.
La partita che si gioca attorno a Hormuz va oltre la semplice gestione di uno stretto marittimo. Per l’Iran rappresenta l’opportunità di consolidare il proprio ruolo regionale; per gli Stati Uniti è una questione di credibilità nella tutela della libertà di navigazione; per le monarchie del Golfo significa proteggere le proprie esportazioni energetiche; per Cina e India è soprattutto una questione di stabilità delle forniture.
La tregua negoziale dei prossimi sessanta giorni offrirà un primo test. Se il dialogo porterà a un accordo condiviso, Hormuz potrebbe diventare il modello di una nuova architettura di sicurezza regionale. In caso contrario, lo Stretto rischia di tornare a essere uno dei principali punti di frizione tra interessi energetici, sovranità nazionale e competizione geopolitica globale.











