Hormuz paralizzato, la strategia iraniana mette in crisi l’Occidente

di Giuseppe Gagliano –

Lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più importanti del pianeta, è stato quasi paralizzato senza una grande battaglia navale. È bastata la combinazione tra minaccia iraniana, aumento dei rischi assicurativi e timori degli operatori commerciali per rallentare drasticamente il traffico petrolifero globale. Secondo Reuters, nella settimana conclusa il 15 marzo le esportazioni di greggio dal Golfo sono crollate di almeno il 60%, mentre il corridoio marittimo è rimasto di fatto quasi bloccato. Da questo stretto transita normalmente circa un quinto del petrolio consumato nel mondo, oltre a una quota simile del commercio globale di gas naturale liquefatto.
La crisi dimostra che Teheran non ha bisogno di chiudere completamente lo stretto. È sufficiente renderlo insicuro e troppo costoso da attraversare. L’obiettivo iraniano è trasformare Hormuz in uno spazio economicamente rischioso, capace di fermare il mercato da solo. Le petroliere rallentano, gli armatori sospendono i viaggi, gli assicuratori aumentano i premi e i produttori riducono o accumulano scorte. Nel mondo contemporaneo il controllo di un passaggio strategico non dipende solo dalla potenza militare, ma dalla capacità di alterare il calcolo del rischio economico.
L’Iran possiede da anni una dottrina navale costruita proprio per uno scenario di questo tipo. Secondo l’Office of Naval Intelligence degli Stati Uniti, la strategia iraniana nello Stretto di Hormuz combina navi di superficie, sommergibili, mine navali, missili da crociera costieri e mezzi aerei. Il fulcro operativo, soprattutto nella componente dei pasdaran, è una strategia asimmetrica di negazione dell’accesso basata su attacchi multipli, pressione costante e saturazione delle difese avversarie. Anche la Defense Intelligence Agency americana rileva che sciami di piccole imbarcazioni, mine e missili antinave sono in grado di compromettere seriamente la navigazione nello stretto.
Tra gli strumenti più efficaci vi sono le mine navali. Non è necessario disseminarne grandi quantità per bloccare il traffico marittimo. È sufficiente il sospetto credibile della loro presenza. Le operazioni di bonifica sono lente e pericolose e richiedono scorte specializzate. In uno spazio ristretto come Hormuz anche il semplice rischio di minatura può paralizzare il commercio. Reuters segnala che proprio i timori legati a mine, droni e missili sono stati tra i fattori principali della paralisi commerciale e della prudenza europea nel coinvolgimento militare.
Un secondo elemento chiave è rappresentato dai missili antinave schierati lungo la costa e sulle isole iraniane. In un corridoio marittimo così stretto, le batterie costiere permettono di minacciare petroliere e unità di scorta da posizioni relativamente protette. L’Iran non deve cercare lo scontro in mare aperto, ma può colpire in un passaggio obbligato.
Un’altra componente centrale è la tattica degli sciami di mezzi veloci. Piccole imbarcazioni armate e unità leggere possono costringere una marina superiore a disperdere le difese e mantenere un livello costante di allerta. Non è necessario affondare grandi navi per ottenere un effetto strategico. È sufficiente generare caos, incertezza e saturazione dei sistemi difensivi.
Alla strategia si aggiunge la componente subacquea, costituita da sommergibili leggeri e mini sommergibili particolarmente adatti alle acque costiere poco profonde del Golfo. Queste unità possono essere utilizzate per imboscate, ricognizione e posa clandestina di mine. Anche in questo caso l’obiettivo non è dominare il mare, ma costringere l’avversario a proteggere ogni tratto di rotta.
Un ruolo crescente è giocato anche dai droni, che funzionano da moltiplicatori di efficacia per missili, mine e unità veloci. Consentono di monitorare il traffico, individuare bersagli e mantenere una pressione costante sulle rotte commerciali. Reuters collega proprio la presenza di droni, missili e mine alla scelta europea di non estendere la missione Aspides fino allo Stretto di Hormuz.
La crisi mette in luce la debolezza europea. I ministri degli Esteri dell’Unione, nelle parole dell’Alto rappresentante Kaja Kallas, non hanno mostrato disponibilità ad ampliare la missione navale oltre il Mar Rosso. L’Europa dipende in larga misura da queste rotte energetiche, ma non dispone della massa militare e della volontà politica necessarie per proteggerle in un contesto saturo di minacce asimmetriche.
Anche gli Stati Uniti escono ridimensionati dalla crisi. Non perché ignorassero le capacità iraniane, ma perché ne hanno sottovalutato l’impatto politico e strategico. Gli apparati di intelligence americani conoscono da anni la dottrina di interdizione iraniana e il ruolo delle mine, dei missili costieri e degli attacchi con piccole imbarcazioni. L’errore è stato ritenere che Teheran non avrebbe spinto la pressione fino a colpire in modo così diretto il sistema energetico globale.
Il risultato è che, con mezzi molto inferiori rispetto alle potenze occidentali, l’Iran è riuscito a ottenere un effetto enorme sul mercato energetico mondiale. Le esportazioni del Golfo sono diminuite drasticamente, i prezzi dell’energia sono saliti e gli operatori commerciali hanno cambiato comportamento. Nel sistema internazionale sempre più multipolare, la superiorità tecnologica non garantisce automaticamente il controllo delle rotte marittime. A Hormuz, almeno per ora, la strategia asimmetrica iraniana ha dimostrato di poter mettere in difficoltà l’intero sistema energetico globale.