I re persiani e le successioni nel potere

di Antonio Carbonelli *

Il più grande tra i filosofi, Platone, nel Protagora, uno dei suoi dialoghi giovanili, si chiede perché mai da padri virtuosi nascano figli di nessun valore, e da padri senza valore figli virtuosi.
E arriva a fornirne la spiegazione nel III libro delle Leggi, il dialogo della vecchiaia: i persiani con Ciro dapprima si rendono liberi e poi padroni di molti altri popoli; Ciro, anche se è un buon generale, non si interessa di amministrazione domestica; sembra che combatta fin da giovane e per tutta la vita e che dia da educare i figli alle donne; queste impediscono a chiunque di contrariarli in qualsiasi cosa, anzi costringono tutti a lodare tutto ciò che fanno o dicono: educazione di donne di corte, arricchite da poco, che allevano i figli senza controllo di uomini mentre questi sono occupati in guerra e in molte imprese pericolose. Il padre poi conquista per loro greggi e mandrie e molte schiere di uomini e molte altre cose, e non sa che quelli cui deve lasciare tutto ciò non sono educati alla loro arte: sta fermo a guardare donne ed eunuchi che insegnano ai suoi figli l’educazione corrotta da quella cosiddetta beatitudine, nella quale sono allevati senza essere corretti. Quando i figli prendono il comando alla morte di Ciro, tuffati nel lusso, prima uno uccide l’altro, non sopportando di essergli uguale, poi egli stesso, impazzito per il vino e l’ignoranza, perde il potere. La causa non è della fortuna, ma la vita dissoluta che conducono per lo più i figli di grandi ricchi e tiranni.
È una delle intuizioni più fulminanti di Platone, e un copione cui si assiste molto spesso ancora oggi, e non solo tra i “grandi ricchi e tiranni”: se i figli non vengono educati dai genitori, e se nessuno offre loro un criterio, nella migliore delle ipotesi attingono dagli esempi che hanno attorno.
Lo stesso fenomeno riguarda non soltanto l’educazione dei figli, ma anche le successioni nel potere.
In Italia, al termine della c.d. prima Repubblica, v’è stato chi ha ammesso sconsolato che abbiamo fatto l’errore di non allevare cavalli di razza, come amava definirsi egli stesso.
In Cina, proprio in questi giorni, pare trapelare incertezza sulla possibilità e sulle modalità di una successione a Xi Jinping.
Negli Usa, a Biden è succeduto Trump: che non pare, al di là delle sceneggiate ufficiali, avere modificato gran che né la politica di tentativo di logoramento economico della Russia attraverso una guerra affidata per procura all’Ucraina, né le altre politiche internazionali.
In Europa, l’unico leader di spessore europeo che pareva profilarsi all’orizzonte ha lasciato ad altri la scena politica di primo piano, dopo essere rimasto invischiato nelle schermaglie nazionali per la successione alla presidenza della Repubblica.
Nel frattempo, l’Europa sembra più impegnata nel far acquistare armi, gas inquinanti, vaccini e auto elettriche da oltreoceano, che a migliorare la capacità produttiva delle proprie imprese.
Più problematica appare però la possibilità di successione in Russia: la quale, prima o poi, pure si dovrà verificare.
Le schermaglie di questi giorni tra Trump e l’ex presidente russo Medvedev sul rischio nucleare sono state frenate dal Cremlino: ma v’è da chiedersi che ne sarà, quando a Putin potrebbe non succedere un leader dotato di altrettanta fermezza, e quando le casse dello stato potrebbero trovarsi messe alle corde da un progressivo logoramento economico internazionale.
Non a caso, già il filosofo Popper, negli anni immediatamente successivi alla caduta del muro di Berlino, si chiedeva con preoccupazione in quali mani sarebbe potuto finire l’enorme arsenale nucleare sovietico, dopo la polverizzazione del regime comunista.
Forse, nonostante tutto, è solo nella Chiesa cattolica che a un san Giovanni Paolo può succedere tranquillamente un Benedetto, un Francesco, e ora un Leone.
Converrebbe tornare a Platone, finché si è in tempo.

* Avvocato giuslavorista e filosofo a Brescia.