di Yari Lepre Marrani –
Nicolàs Maduro Moros, presidente della repubblica Bolivariana del Venezuela dal 19 aprile 2013, è caduto assieme alla propria famiglia la notte tra il 2 e 3 il Gennaio 2026. Le dinamiche della sua cattura e caduta sono ormai note a tutto il mondo, perché tali sono avvenute in un contesto di palese e violentissima aggressione al Venezuela da parte degli USA di Trump: grandi esplosioni a Caracas, capitale del Venezuela, attorno alle 2 di notte; rumori di fondo simili ad aerei a bassa quota alla stessa ora e un grande disordine generale tipico dei territori che attendono un’invasione su larga scala. Le modalità dell’operazione tanto decantata dal presidente Trump sono ormai prive di quella cortina fumogena che sempre avvolge tali eventi, ora chiariti: le esplosioni sarebbero state almeno sette, in mezz’ora, dopo le 2 di notte. Non è chiaro se ci siano vittime. Testimoni raccontano di velivoli a bassa quota e blackout in diverse zone. Le immagini mostrano fumo sopra la base di La Carlota e movimenti vicino a Fuerte Tiuna; segnalazioni arrivano anche dagli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Caracas sostiene che siano state colpite strutture militari e civili. L’esito dell’operazione militare compiuta dalla Delta Force americana (le unità speciali americane) è stata la cattura di Maduro e la moglie, colti nella propria casa e ora ufficialmente incriminati a New York per narcotraffico. Con questo attacco, gli USA si confermano i gendarmi militari del mondo, la cui egemonia politico–militare sta notevolmente accrescendosi da quando Donald Trump è diventato il 47mo presidente USA. Con quest’azione, Trump dimostra l’aggressività prepotente del dominatore che non vuole negoziare ma, anche, la volontà attiva degli USA di continuare sulla propria strada di guida del mondo occidentale, una guida spesso sbagliata.
La cattura di Nicolás Maduro: un evento storico che segna un’escalation nelle tendenze egemoniche statunitensi.
Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, esplosioni e raid aerei hanno scosso Caracas, la capitale del Venezuela. Poco dopo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato che Nicolás Maduro, leader del paese sudamericano dal 2013, era stato catturato e trasportato fuori dal Paese insieme alla moglie Cilia Flores. Secondo quanto riferito dalla Casa Bianca, l’operazione è stata condotta dalla Delta Force, l’unità d’élite dell’esercito americano specializzata in missioni clandestine e anti-terrorismo, nel contesto di un attacco militare su larga scala ordinato da Trump stesso.
L’azione segna uno dei momenti più drammatici e controversi nella storia delle relazioni degli Stati Uniti con l’America Latina dai tempi dell’invasione di Panama nel 1989, quando l’esercito statunitense catturò il presidente Manuel Noriega.
Come si è svolta l’operazione.
Secondo le informazioni disponibili, l’operazione militare è iniziata intorno alle 02:00 ora locale venezuelana (07:00 in Italia) con raid su obiettivi chiave a Caracas e nel nord del paese, tra cui basi militari e installazioni strategiche. Testimoni hanno riferito di almeno sette esplosioni e di aerei militari a bassa quota durante la notte.
Fonti di stampa statunitensi e internazionali confermano che l’incursione è stata eseguita dalle forze speciali Delta Force, coadiuvate da attacchi aerei e altre componenti del Joint Special Operations Command. Maduro e la moglie sarebbero stati raggiunti e prelevati direttamente nella loro residenza presidenziale prima di essere portati via dal territorio venezuelano.
Il governo Americano ha inoltre annunciato che Maduro, già accusato dagli Stati Uniti di narco-terrorismo, traffico di droga e altri reati gravi, sarà processato negli Stati Uniti per le accuse a suo carico.
Il governo venezuelano, dal canto suo, ha respinto l’attacco come “aggressione militare” e violazione flagrante della sovranità nazionale, denunciando la grave violazione del diritto internazionale e chiedendo alla comunità internazionale di intervenire.
Il contesto storico del Venezuela e la decadenza del chavismo.
La figura di Nicolás Maduro è da tempo al centro di tensioni interne e internazionali. Successore di Hugo Chávez, Maduro ha consolidato il potere in Venezuela costruendo un sistema politico basato su elezioni fortemente criticate, repressione dell’opposizione e controllo delle istituzioni statali. Durante il suo governo, il Venezuela ha vissuto un collasso economico, un’esplosione dell’inflazione, penalizzazioni sui diritti umani e un massiccio esodo di cittadini verso l’estero.
Questi fattori hanno alimentato per anni la retorica statunitense contro il governo chavista, dipinto come un regime autoritario, corrotto e coinvolto nel narcotraffico. Nel corso degli anni, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni economiche, restrizioni e addirittura offerte di incentivi all’opposizione nella speranza di un cambiamento politico. Tuttavia, nessuna di queste misure ha portato a un cambio di regime fino all’azione militare di gennaio 2026.
Gli Stati Uniti e la loro politica estera: un’escalation incompleta.
La cattura di Maduro non può essere compresa senza analizzare il ruolo storico degli Stati Uniti nel mondo e, più in particolare, in America Latina.
Fin dai primi decenni del XX secolo, Washington ha cercato di consolidare la propria influenza nel proprio “emisfero” attraverso interventi diplomatici, economici e militari. Dal Monroismo, che proclamava l’America Latina come zona di influenza esclusiva degli Stati Uniti, alle numerose operazioni anti-comuniste della Guerra Fredda, passando per il sostegno a vari colpi di stato in Cile, Guatemala e altrove, l’interventismo statunitense è stato una costante della politica estera americana. Questo quadro ideologico e strategico, orientato all’egemonia regionale, ha spesso giustificato l’uso della forza per proteggere gli interessi americani percepiti come vitali.
Nell’era post-Guerra Fredda, tuttavia, Washington ha oscillato tra interventismo diretto e approcci più soft-power, privilegiando in certi periodi la diplomazia e sanzioni economiche rispetto ai raid militari. È in questo contesto che occorre leggere l’operazione contro Maduro come un grande ritorno dell’azione militare diretta, sintomo di un’evidente esaltazione di potere degli USA, governati ora da un Presidente che tollera molte ingiustizie e usa, senza remore, il principio dei “Due pesi e due misure”: esaltato per garantire la supremazia statunitense nell’America latina, non esita ad operazioni militari che fanno impallidire il presunto autoritarismo delle vittime politiche di questi attacchi; ma di fronte alla forza politica dittatoriale degli Stati forti(Russia), non esita a stendere il tappeto rosso per ricevere un dichiarato criminale di guerra(Vladimir Putin).
Donald Trump e la radicalizzazione dell’egemonismo americano.
L’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca, iniziata con la sua prima presidenza nel 2017, ha fin da subito segnato un cambiamento nel modo in cui gli Stati Uniti si sono relazionati con il mondo. Trump ha promosso una visione di politica estera più assertiva, unilaterale e orientata alla dimostrazione di forza, spesso ignorando alleanze tradizionali e istituzioni multilaterali. La sua amministrazione è stata contrassegnata da una critica radicale alla globalizzazione, un revival del nazionalismo economico e un forte rifiuto del multilateralismo su questioni chiave come commercio e difesa. In politica militare estera, Trump ha dato priorità, più di molti predecessori, a interventi diretti e decisioni d’impatto simbolico.
La cattura di Maduro rappresenta, in questo senso, probabilmente la più significativa operazione militare su suolo straniero ordinata durante la presidenza Trump, superando in impatto anche precedenti incursioni in Medio Oriente e in altre aree. Bloomberg e analisti internazionali l’hanno paragonata alle grandi operazioni di cattura del XXI secolo, come quelle contro Osama bin Laden o Saddam Hussein.
Se la prima amministrazione Trump aveva già visto un crescente riarmo delle forze armate USA, un ritiro da accordi internazionali e una maggiore prevalenza di scelte esecutive dirette, la sua seconda presidenza ha amplificato queste tendenze in chiave egemonica globale. L’azione contro il Venezuela sembra riflettere un ritorno deciso all’idea che gli Stati Uniti debbano agire unilateralmente per “proteggere la sicurezza nazionale e gli interessi strategici” anche in violazione di norme internazionali.
Le reazioni globali.
La comunità internazionale ha risposto in modo estremamente polarizzato:
• Critiche di governi e organismi internazionali come Francia, Cina e molti paesi latinoamericani, che hanno accusato gli Stati Uniti di violare la Carta delle Nazioni Unite e la sovranità venezuelana.
• Dichiarazioni di sostegno da parte di alcune figure politiche e governi che vedono nella fine del regime di Maduro un motivo di liberazione per il popolo venezuelano.
• Timori per la stabilità regionale, con paesi come il Brasile e il Messico che richiamano al rispetto del diritto internazionale e ad un maggiore coinvolgimento multilaterale invece che a soluzioni militari.
Conseguenze e scenari futuri.
Le conseguenze di questa operazione sono molteplici:
• Politico-istituzionali: la leadership venezuelana è ora priva del suo principale referente, creando un vuoto di potere che potrebbe favorire l’opposizione interna o, al contrario, spingere verso un governo militare di emergenza.
• Geopolitiche: il mondo assiste a un possibile nuovo ciclo di confronto tra Stati Uniti e potenze come Russia e Cina, che avevano legami con il governo Maduro.
• Economiche: gli Stati Uniti hanno già espresso interesse a coinvolgersi nella gestione delle risorse petrolifere venezuelane, spingendo verso un potenziale controllo diretto su uno dei principali giacimenti di greggio del pianeta.
In definitiva, l’operazione contro Nicolás Maduro potrebbe segnare una nuova era di interventismo statunitense, un rilancio delle politiche egemoniche dirette e un cambiamento significativo nel modo in cui Washington esercita la propria influenza su scala globale—con implicazioni profonde per i rapporti internazionali e la sovranità degli Stati.
Ma resta sempre lo spettro audace che Trump abbia agito in Venezuela al solo scopo di eliminare dalla scena un potente ostacolo alle sue mire egemoniche sulle risorse strategiche venezuelane: il petrolio e i minerali. Tale potenziale realtà potrà o non potrà essere provata ma, nel primo caso, dimostrerebbe a quale mancanza di scrupoli sia giunta la Casa Bianca pur di consolidare, estendere e affermare il proprio potere non disinteressato, anche se tale affermazione di potere richiede l’uso della forza e coercizione.
















