di Marcello Beraldi –
L’immagine di Ahmad al-Sharaa, l’uomo un tempo noto come Abu Mohamad al-Jolani, capo di un’organizzazione con radici in al-Qaeda, elevato allo status di presidente della Siria dopo la cacciata del regime di Bashar al-Assad e accolto nel circuito diplomatico di Washington, è un pugno nello stomaco per chiunque creda nella coerenza dei principi del diritto internazionale. È la cruda, plateale rappresentazione della Ragion di Stato di una superpotenza che trionfa, ancora una volta, sull’etica e sulla legalità. Questo episodio non fa che denunciare l’ipocrisia della politica estera americana e la sua natura di puro realismo politico.
La Cronaca della Storica Visita a Washington.
La visita di Ahmad al-Sharaa a Washington, avvenuta l’11 novembre 2025, ha rappresentato un evento storico e ad alto profilo diplomatico. Giunto negli Stati Uniti dopo la rimozione ufficiale del suo gruppo dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche (avvenuta appena un giorno prima), al-Sharaa è stato il primo capo di Stato siriano a essere ricevuto alla Casa Bianca dai tempi dell’indipendenza del Paese nel 1946. La diplomazia che ha preceduto l’incontro nello Studio Ovale con il Presidente americano Donald Trump è stata significativa: al-Sharaa aveva già fatto la sua prima storica apparizione sul suolo americano parlando all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre, e poco prima di recarsi a Washington, era stato diffuso un video inusuale in cui il leader siriano e il suo ministro degli Esteri giocavano a basket con alti ufficiali statunitensi, tra cui il comandante del CENTCOM Brad Cooper, un gesto volto a simboleggiare l’inedita collaborazione e la normalizzazione dei rapporti.
Nonostante l’importanza della visita, alcuni report suggeriscono che al-Sharaa potrebbe essere stato fatto passare da una porta di servizio alla Casa Bianca, un dettaglio che indica la volontà da parte americana di gestire l’imbarazzo derivante dall’accoglienza di un ex jihadista. L’incontro ha comunque portato a risultati concreti immediati: la Siria è stata formalmente inclusa nella Coalizione internazionale anti-Isis e sono state disposte la sospensione delle sanzioni contro Damasco per un periodo di 180 giorni. Il Presidente Trump avrebbe descritto al-Sharaa come “un giovane attraente, un combattente”, sottolineando così la svolta pragmatica della politica estera americana che privilegia la stabilità, la lotta ai gruppi militanti e la normalizzazione con Israele rispetto alla coerenza etica o legale.
La Fragilità del Diritto Internazionale e la Taglia Svanita.
L’epilogo siriano mette a nudo l’inconsistenza strutturale del diritto internazionale, specialmente quando si scontra con gli imperativi geopolitici di una superpotenza. Le norme internazionali non sono leggi codificate, ma poggiano sulla volontà e sull’interesse degli Stati di rispettarle. Se l’interesse di un attore egemone cambia, il diritto diventa immediatamente sacrificabile e l’etichetta di “criminale” una merce di scambio.
Il paradosso di al-Sharaa, la cui testa era gravata da una taglia di 10 milioni di dollari fino a ieri, riassume perfettamente questa inconsistenza. Ci si chiede: come si passa dall’essere un fuggitivo globale al divenire il Presidente di una nazione e un interlocutore credibile del sistema occidentale che parla di libertà e giustizia? La risposta è semplice: il metro di giudizio non è la giustizia universale, ma l’utilità strategica contingente. Le Ragioni di Stato che hanno portato alla normalizzazione con l’ex capo di al-Nusra sono cinicamente pragmatiche e si focalizzano sul contenimento degli avversari e sulla gestione del post-Assad. Con l’ascesa al potere di al-Sharaa, il principale obiettivo strategico degli Stati Uniti è trasformare un nemico in un partner necessario per limitare l’influenza dell’asse che per anni ha sostenuto Damasco, ovvero Teheran e Mosca. Accettando al-Sharaa come nuovo capo di Stato, gli USA ottengono un baluardo anti-iraniano e anti-russo per procura, assicurandosi un attore che, pur provenendo da un passato terroristico, si impegna a stabilizzare il Paese in modo funzionale agli interessi occidentali. La sua “trasformazione” da capo jihadista a leader civile, con il re-branding della sua organizzazione, ha fornito a Washington la giustificazione retorica per trattare. In sostanza, la “taglia” si ritira perché al-Sharaa, ormai alla guida della Siria, è geopoliticamente più utile vivo, forte e “legittimato” che eliminato.
Il Dilemma Palestinese: Autodeterminazione contro Sicurezza.
Il trattamento riservato ad Hamas chiarisce ulteriormente la natura di questa doppia misura, dimostrando che l’elasticità diplomatica si applica solo dove è strategicamente conveniente. Le ragioni formali che spingono Hamas si radicano nella lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese, un diritto universalmente riconosciuto. Ma il percorso scelto da Hamas, che include l’uso della violenza e il rifiuto di riconoscere lo Stato di Israele, lo condanna irrevocabilmente agli occhi dell’Occidente. In termini di calcolo del potere, la sicurezza di Israele, l’alleato chiave e la potenza più solida pro-occidentale nella regione, è di gran lunga più solida, vincolante e prioritaria del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi.
Questo non avviene per una superiorità morale, ma perché gli Stati Uniti hanno un impegno strategico e militare incondizionato verso Israele, codificato in decenni di alleanza. Mettere in discussione la sicurezza di Israele, o legittimare un suo nemico giurato come Hamas, significherebbe indebolire l’avamposto indispensabile degli Stati Uniti, minando l’intero scacchiere. Inoltre, il diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, pur essendo un principio universale, è un diritto privo della forza militare e politica necessaria per essere imposto contro gli interessi della superpotenza e del suo alleato primario. Mentre al-Sharaa è un rischio calcolato utile a contenere rivali più grandi e a gestire il post-Assad, la riabilitazione di Hamas rappresenterebbe una minaccia diretta e intollerabile all’ordine regionale dominato dall’alleato. La Ragion di Stato, in quest’ottica, non è solo una deroga occasionale al diritto, ma la prassi operativa della politica internazionale: l’etichetta di “terrorista” è un vestito che si indossa e si toglie a piacimento, sempre al servizio degli interessi del potere egemone.












