Il conflitto ucraino tra un punto di equilibrio e il rischio di escalation

di Paolo Falconio *

Dal mio modesto punto di osservazione ho letto tutto e il contrario di tutto sui famosi 28 punti discussi tra Americani e Russi, poi divenuti 19 dopo il confronto con Kiev e gli Stati Europei. Non voglio perdermi nelle polemiche che ne sono seguite, anche perché siamo di fronte a punti da discutere, non a un testo finale di accordo. Tuttavia mi sembra opportuno entrare in alcuni aspetti di questo conflitto spesso o mai citati dai cosiddetti esperti.
Il primo punto è che nessuno, dopo tre anni e mezzo di guerra, può ordinare agli ucraini di deporre le armi. Un’ Ucraina che però deve avere una strategia che vada oltre una lenta sconfitta. Ad aggravare la situazione lo scandalo della corruzione che arriva a toccare la cerchia più ristretta del Presidente Zelenski, fino a determinare le dimissioni di Yermak, eminenza grigia vicinissimo al Presidente stesso. Considerando che gli organismi anticorruzione ucraini sono de facto assets atlantici, difficile non vedere l’ombra che gli USA considerino la guerra ormai un problema soprattutto rispetto a scenari più ampi. In realtà qualcosa di più di una opinione personale come evidenziato dal Wall Street Journal. Dall’ Artico agli idrocarburi sono molti i dossier dove USA e Russia stanno dialogando. Infine un’ Europa che non ha i mezzi per sostituire gli USA in modo significativo, priva di capacità militari che persegue un piano di sanzioni, ma sempre più sola nella determinazione di sostenere l’Ucraina ad ogni costo.
Quindi abbiamo una diversa postura tra America ed Europa.
Partiamo dall’inizio dell’operazione speciale. Non si trattava di una invasione con lo scopo di annettere l’Ucraina, ma di una aggressione armata per provocare un cambio di regime a Kiev, in modo da far rientrare l’Ucraina stessa nella sfera di influenza russa (Mearsheimer, 2014; Trenin, 2022). A tal fine è corretto richiamare i 170.000 uomini schierati dalla Russia nel febbraio 2022 – un numero che qualsiasi analista militare riconoscerebbe come drammaticamente insufficiente per conquistare e occupare un paese di 600.000 km² con oltre 40 milioni di abitanti (Clausewitz, 1832/1984). Questo dettaglio, insieme alla presenza di equipaggiamento antisommossa, suggerisce che l’obiettivo originario fosse effettivamente un cambio di regime rapido, forse immaginando una replica di quanto accaduto in Crimea nel 2014 o in Georgia. Il fallimento di questa scommessa ha trasformato un’operazione di coercizione in una guerra di logoramento. Tale passaggio è fondamentale per comprendere perché oggi il conflitto risulti così difficile da congelare o risolvere. Un conflitto con conseguenze che si riverberano ben oltre i confini ucraini (Kissinger, 2014). Nell UE aumentano i distingui tra le Nazioni, emergono istanze di un ritorno al dialogo con la Russia che si riflettono nell’ascesa di nuove forze politiche. Le onde sismiche attraversano la Romania e con differente intensità arrivano in Serbia e nella polveriera irrisolta dei Balcani.
In questo contesto il Cancelliere della Germania, Merz (il quale fa eco a Macron, Starmer, etc.) afferma che Putin deve capire che l’Europa non può perdere questa guerra, di fatto dichiarando una dimensione esistenziale del conflitto per l’Europa stessa (Snyder, 2022).
Una dimensione esistenziale che però è altrettanto vera per la Russia. In sostanza cade il velo formale nelle dichiarazioni di una guerra per procura e a rigore di logica emerge un conflitto esistenziale dove la sopravvivenza dell’Europa non può coesistere con la sopravvivenza della Russia, almeno sul piano della retorica proposta. Un sistema complesso in cui la percezione di “sopravvivenza” degli Stati coinvolti diventa centrale nel definire strategie e rischi di escalation (Waltz, 1979).
La coesistenza di due percezioni esistenziali genera un conflitto potenzialmente insolubile attraverso i soli strumenti diplomatici classici. È proprio questa simmetria di percezione che crea la possibilità di una escalation strutturale (Allison, 2017).
In questo contesto la bozza di discussione arriva in un momento particolare. Un punto di equilibrio che riflette la situazione sul campo di battaglia e che vede una parziale vittoria russa, ma la sopravvivenza statuale dell’Ucraina. È un punto di equilibrio ingiusto, ma all’insegna della realpolitik, che ha poco a che vedere con il concetto di bene e male e della famosa “pace giusta”, un concetto che è un non sense quando si applica alla guerra (Morgenthau, 1948).
E dunque mentre USA e Russia trovano una dimensione di dialogo, l’Europa (con posizioni differenti al suo interno) ritiene il conflitto esistenziale e quindi spinge perché la guerra continui. A fronte di questa postura esistenziale, non si registrano politiche atte ad affrontare gli scenari sottesi, ad eccezione di Germania, Polonia e in misura ridotta Francia.
L’analisi a questo punto si sposta dalla cronaca agli scenari. Questo punto di equilibrio potrebbe esistere ancora se i russi dovessero prevalere nei prossimi mesi o anni? L’esercito ucraino è indubbiamente in difficoltà l’ipotesi di un futuro possibile collasso è comunemente accettata dalle fonti occidentali (Freedman, 2022). Il che non vuole dire che l’Ucraina ad oggi non mantenga una capacità militare importante, ma risulta evidente che non riesca a contenere la lenta avanzata russa e ci sono dei cedimenti isolati.
A fronte di un’avanzata russa fino al fiume Dnepr o se arrivassero ad insediare Odessa sarebbe possibile spingere il governo russo ad accontentarsi di una vittoria parziale? Come giustificare un compromesso di fronte ai falchi del Cremlino? E quale Ucraina rimarrebbe se dovesse perdere Odessa? Un’ Ucraina priva di accesso al mare sarebbe una non Nazione. E l’America potrebbe accettare una vittoria totale russa?
Questo ragionamento ci induce a riflettere su un’altra domanda: quale è il fine della strategia della resistenza ad oltranza promossa dall’Europa? La mia opinione è che l’ Europa punti ad uno strangolamento economico che in ipotesi porti ad un cambio di regime. Ma la Russia non è un enorme Lussemburgo. È una superpotenza nucleare con una vocazione imperiale. Non è Putin ad aver creato la Russia. È la Russia ad aver prodotto Putin. Solo una sconfitta aperta e umiliante potrebbe causare un cambio nella verticale del potere russo. Ma di fronte ad un’ Europa disarmata e con i depositi vuoti e un’ America sempre più distante dalla causa Ucraina, come può quest’ ultima che dipende in tutto e per tutto dall’ estero ripristinare i suoi vecchi confini?
Qui si inserisce la strategia europea delle sanzioni che però per avere una possibilità di successo dipende anche essa da una postura statunitense similare. È indubbiamente vero che ad oggi la popolazione russa non ha risentito particolarmente della guerra, ma è altrettanto vero che a detta della Governatrice della Banca Centrale russa in un discorso alla Duma, le riserve finanziarie per sostenere il fronte interno e il sostegno alla guerra si stanno per esaurire e la causa principale sono le sanzioni (Connolly, 2023). Voglio essere chiaro non si prefigura un collasso economico imminente, la Russia ha mostrato una resilienza economica che nessuno sospettava— nessuno Stato ha poi mai perso una guerra esclusivamente per bancarotta — ma la strategia europea, ammesso che possa essere portata avanti senza gli USA, comporta rischi non trascurabili, perché è nel periodo post bellico che l’economia potrebbe subire un contraccolpo letale, non ora. Un eventuale e sottolineo eventuale secondo collasso sistemico della Russia, analogo a quello dell’URSS, potrebbe mettere in discussione l’integrità stessa della Federazione, aprendo scenari estremamente problematici: un’integrazione progressiva della Siberia nell’orbita cinese unitamente ad un caos nucleare generato dalla frammentazione politica della Russia (Brzezinski, 1997). Uno scenario da incubo per Washington.
Ulteriormente, in assenza di una composizione diplomatica del conflitto, potremmo ritrovarci con una Russia obbligata a perseguire una vittoria totale, gravata dalle sanzioni e dal rischio di un contraccolpo post-bellico legato al ritorno a un’economia di pace. Questa sarebbe a mio avviso l’ unica ipotesi in cui la Russia potrebbe orientarsi nuovamente verso la guerra come strumento di sopravvivenza, non solo in termini di politica interna, ma anche in termini statuali (Colby, 2021).
Per riassumere mi sembra che ci siano tre possibili scenari che si identificano essenzialmente in tre esiti possibili, tutti problematici:
Vittoria parziale russa accettata ora: sarebbe il compromesso del “punto di equilibrio” attuale. Russia controlla parte del territorio, Ucraina mantiene la sovranità sul resto e probabilmente entra nell’orbita occidentale. Soluzione imperfetta ma gestibile. Forse non una soluzione definitiva, ma al momento funzionale anche all’Ucraina.
Vittoria totale o quasi-totale russa: se l’esercito ucraino collassa e Mosca arriva al Dnepr o prende Odessa, un’Ucraina senza sbocco sul mare cesserebbe di essere una nazione vitale. Ma Putin riuscirebbe a “vendere” un compromesso dopo vittorie così ampie, senza ottenere un governo fantoccio a Kiev? E l’Occidente potrebbe accettare una simile umiliazione?
Collasso russo sotto pressione economica: la strategia europea di strangolamento attraverso sanzioni potrebbe funzionare, ma con conseguenze imprevedibili. Un secondo possibile collasso sistemico russo (dopo quello del 1991) aprirebbe scenari terrificanti: frammentazione territoriale, caos nucleare, integrazione della Siberia nell’orbita cinese. In subordine un intervento della Cina a supporto della Russia.
Quello che emerge è una situazione in cui ogni esito estremo porta con sé rischi sistemici enormi. È questo il punto più inquietante: non esiste una “vittoria pulita” per nessuno. Una Russia completamente sconfitta è probabilmente più pericolosa di una Russia che ottiene un compromesso; ma una Russia completamente vittoriosa rappresenterebbe la fine dell’ordine di sicurezza europeo.
Forse questi scenari sono solo ipotesi estreme; tuttavia, quando si parla della maggiore potenza nucleare del mondo e di un conflitto percepito come esistenziale da entrambe le parti, la possibilità di un’escalation strutturale è la naturale conseguenza. Senza contare che potrebbe anche avere i caratteri di un’ escalation nucleare, che non può essere esclusa a priori, soprattutto perché di fronte ad un conflitto aperto con la NATO l’unica possibilità di prevalere sarebbe il ricorso alle armi atomiche (Sagan, 1996).
L’Europa dovrebbe quindi abbandonare una visione eccessivamente idealizzata e riflettere con maggiore lucidità sui propri reali interessi strategici e sul momento storico – quel punto di equilibrio – per arrivare ad una pace che potrebbe non ripresentarsi in futuro. Non è mia intenzione entrare nel merito dei punti proposti, sia perché sono suscettibili di discussione, sia perché non sappiamo neanche se parliamo di un trattato di pace o di una tregua. Il concetto che rileva è il momento, inteso come opportunità temporale.
È probabile che dietro i tentativi, talvolta maldestri, degli Stati Uniti di promuovere un dialogo vi siano proprio queste considerazioni unite alla necessità di contendere la Russia alla Cina. Insomma una vittoria totale russa potrebbe essere un disastro per la pace globale al pari di una sua sconfitta. Il tutto mentre tutti gli accordi che regolano l’uso di armi nucleari sono decaduti e le nuove tecnologie come gli ipersonici o missili a propulsione nucleare li rendono obsoleti i sistemi di pre allarme e aumentano drasticamente il rischio della tentazione di un first strike. Un First strike che non è più una fantasia apocalittica ma una variabile reale (Payne, 2020).
Un ultimo punto. Il diritto internazionale è la conseguenza di un ordine globale, non il contrario. Un ordine globale tra attori che si riconoscono e in cui le superpotenze tracciano delle linee rosse condivise che si impegnano a non oltrepassare. Ignorare che il diritto si componga di due componenti senza le quali non è possibile qualificarlo diritto è una follia. La prima di queste componenti è il principio giuridico, la seconda è la capacità di imporlo, anche con la forza. In assenza del potere di coercizione il diritto assomiglia più a un’aspirazione, a una filosofia sociale o a un imperativo morale, ma non è diritto.
In conclusione ogni esito estremo — vittoria totale o sconfitta totale — si configura come potenzialmente destabilizzante. Forse dovremmo riconoscere il valore del compromesso realistico, anche se imperfetto, prima che la spirale di escalation renda impossibile ogni soluzione.
Naturalmente, accettare un compromesso “imperfetto” significa fare i conti con l’ingiustizia di premiare parzialmente l’aggressore, con il dolore delle popolazioni occupate, con il senso di tradimento che molti ucraini proverebbero. Sono costi morali reali, non astrazioni. Ma la domanda che implicitamente si pone è: siamo disposti a pagare il prezzo di alternative che potrebbero essere ancora più costose in termini di vite umane e stabilità globale? Siamo disponibili a combattere una guerra esistenziale con una superpotenza atomica dipendendo fortemente dal super alleato americano che di confronto diretto non vuole sentirne parlare. Una postura questa bipartisan nella politica americana.
È una domanda scomoda, che molti preferiranno non porsi. Ma è esattamente il tipo di domanda che la riflessione strategica seria deve avere il coraggio di formulare.

Bibliografia essenziale:
– Allison, G. (2017). Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap? Houghton Mifflin Harcourt.
– Brzezinski, Z. (1997). The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives. Basic Books.
– Clausewitz, C. von (1832/1984). On War. Princeton University Press.
– Colby, E. (2021). The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict. Yale University Press.
– Connolly, R. (2023). Russia’s Response to Sanctions: How Western Measures Reshape Domestic Policy. Routledge.
– Freedman, L. (2022). Ukraine and the Art of Strategy. Oxford University Press.
– Kissinger, H. (2014). World Order. Penguin Press.
– Mearsheimer, J. (2014). “Why the Ukraine Crisis Is the West’s Fault.” Foreign Affairs, 93(5).
– Morgenthau, H. (1948). Politics Among Nations: The Struggle for Power and Peace. Knopf.

* Miembro del Consejo Honorario de Gobierno y profesor en la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI).

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