di Giuseppe Gagliano –
Ogni volta che il Consiglio supremo di Difesa si riunisce, torna alla mente il monito antico secondo cui la sicurezza della Repubblica è la legge suprema. Una formula solenne che dovrebbe richiamare responsabilità e lungimiranza, ma che nell’Italia di oggi rischia di suonare come un richiamo inascoltato. L’organo convocato dal presidente della Repubblica per esaminare lo stato della sicurezza nazionale continua infatti a muoversi secondo un ritmo cerimoniale, non secondo le esigenze di una potenza media immersa in un sistema internazionale che cambia con una velocità sconosciuta anche agli anni della Guerra Fredda.
Il Consiglio supremo di Difesa è previsto dalla Costituzione come sede privilegiata nel confronto tra il capo dello Stato, il governo e i vertici militari. Per decenni è rimasto un luogo avvolto da una certa riservatezza, coerente con l’idea che la sicurezza fosse un ambito da maneggiare con discrezione. Oggi però quella stessa riservatezza rischia di essere un limite. L’Italia affronta sfide simultanee e intrecciate: una guerra alle porte dell’Europa, un Mediterraneo che diventa sempre più instabile, una pressione migratoria che non si attenua, una competizione globale sulle tecnologie di punta che mette alla prova le economie avanzate. In questo contesto, il vecchio sistema di consultazioni periodiche appare inadeguato. Non è più sufficiente riunirsi due volte l’anno, prendere atto dei dossier aperti e rimandare tutto alla prossima convocazione.
Il punto vero riguarda la struttura della nostra sicurezza nazionale. La maggior parte dei Paesi con un peso politico comparabile al nostro ha istituito consigli di sicurezza permanenti, centri di analisi avanzata, gruppi di valutazione strategica in grado di supportare i decisori ogni giorno e non solo in occasioni prestabilite. L’Italia, al contrario, continua ad affidarsi a un sistema che risente della frammentazione tra ministeri, apparati e competenze. Le minacce moderne non hanno più una forma definita: oscillano tra la dimensione militare e quella economica, tra l’energia e il digitale, tra la criminalità organizzata e le interferenze esterne. Senza una struttura agile e continua che sappia integrare queste informazioni, la politica rischia di muoversi sempre un passo indietro.
Durante l’ultima riunione al Quirinale si è discusso di priorità ormai ricorrenti: il ruolo dell’Italia nel sistema di sicurezza euroatlantico, gli sviluppi dei conflitti in corso, la gestione delle crisi nel Mediterraneo, la protezione delle infrastrutture critiche. Temi cruciali, certo, ma affrontati ancora una volta con un approccio più descrittivo che strategico. La domanda sottesa è se il Paese intenda finalmente dotarsi di un vero Consiglio di Sicurezza Nazionale, capace di produrre analisi tempestive, scenari di rischio, valutazioni integrate e proposte operative. Un organo con un ritmo di lavoro continuo e non subordinato ai tempi lunghi dell’amministrazione.
La questione non riguarda solo la difesa ma l’economia stessa del Paese. La sicurezza energetica, la protezione delle reti digitali, il controllo degli investimenti esteri, la diffusione delle tecnologie sensibili e la capacità di mantenere filiere produttive autonome sono ormai parti essenziali della sicurezza nazionale. Senza un sistema che le coordini, l’Italia rischia di trovarsi vulnerabile proprio nei settori da cui dipendono la crescita e la competitività. La stessa stabilità dei mercati e degli investimenti richiede un quadro di sicurezza prevedibile, non affidato alla logica dell’emergenza.
Esiste poi un ulteriore elemento: il rapporto tra politica e cittadini. In una fase storica segnata da conflitti, rincari energetici, nuove forme di disinformazione e tensioni sociali, il senso di insicurezza non nasce solo da ciò che accade all’estero ma anche dalla percezione di una fragilità interna. Una strategia nazionale della sicurezza dovrebbe servire anche a ricostruire una fiducia collettiva, a spiegare in modo trasparente quali sono i rischi e quali sono le risposte. Un Paese che non comunica, non pianifica e non anticipa finisce per inseguire gli eventi anziché governarli.
Ecco perché l’immagine del Consiglio supremo di Difesa come “cuore” della sicurezza nazionale non basta più. Quel cuore batte, ma lo fa a un ritmo che appartiene a un’altra epoca. Oggi servono strutture capaci di reagire in tempo reale, di comprendere il legame tra economia e geopolitica, tra difesa e tecnologie, tra diplomazia e pressione migratoria. Il rischio è che l’Italia rimanga prigioniera di un modello che la espone a vulnerabilità crescenti in un mondo sempre più competitivo e incerto.
La massima di Cicerone, allora, non dovrebbe essere ripetuta come un omaggio all’antichità ma come un impegno a guardare in faccia la realtà. La salvezza della Repubblica non è un principio astratto: è una pratica concreta che richiede strumenti aggiornati, volontà politica e capacità di adattamento. Finché questi elementi continueranno a mancare, ogni riunione del Consiglio Supremo di Difesa rischierà di trasformarsi in un rito rassicurante ma inefficace. In un tempo in cui i venti della storia tornano a soffiare con forza, non è più possibile permetterselo.












