di Marcello Beraldi –
Sulle terre martoriate dell’Ucraina non si sta combattendo soltanto una guerra tra due nazioni. Si sta consumando, sotto i nostri occhi attoniti, la tragica fine di un’Europa che ha scelto di rinunciare al proprio destino, smarrendo la bussola di una politica estera forte e soprattutto indipendente. La narrazione dominante, quella di una crociata giusta contro il Male russo, ha saputo efficacemente oscurare le crepe che si stanno allargando sotto i nostri piedi, quelle di un continente che ha barattato la propria anima in cambio di una falsa, e costosissima, sicurezza. E se l’aggressione di Mosca rimane un crimine innegabile, è giunto il tempo di volgere lo sguardo, con onestà intellettuale, ai nostri di errori. Quelli di un’Unione Europea che ha preferito essere un alleato sottomesso anziché un attore principale.
La nostra epopea sanguinosa non è iniziata il 24 febbraio 2022. I prodromi del nostro declino si possono rintracciare ben prima, in un’inconsapevolezza che, col senno di poi, appare quasi criminale. L’annessione della Crimea nel 2014, che avrebbe dovuto suonare come un segnale d’allarme assordante, fu liquidata con sanzioni deboli e una condanna a parole, insufficienti a frenare le ambizioni revansciste di un Cremlino che leggeva in quelle azioni la debolezza e il disimpegno di Bruxelles. La successiva e fatale incapacità di imporre con fermezza il rispetto degli Accordi di Minsk, quel fragile castello di carte che doveva garantire un cessate il fuoco, ha permesso alla tregua di degenerare in una guerra a bassa intensità, l’incubatrice perfetta per l’invasione su vasta scala.
Tuttavia, il nostro contributo all’escalation non è stato solo un’omissione. È stato anche un’azione, tanto inconsapevole quanto sconsiderata. La continua fornitura di armi e il ruolo sempre più incisivo della NATO nell’addestramento delle forze ucraine, negli anni che hanno preceduto l’invasione, sono stati percepiti da Mosca non come un semplice supporto difensivo, ma come una minaccia diretta alla sua sicurezza, l’ennesima spinta di un’espansione occidentale ai suoi confini. In quel momento, le diplomazie europee hanno agito con una miopia storica imbarazzante, convinte che la strategia del contenimento potesse funzionare in un contesto in cui il Cremlino interpretava gli eventi come un accerchiamento ineluttabile.
Quando la tempesta si è scatenata, con la sua brutale violenza, le sue atrocità inaccettabili e la sua palese violazione del diritto internazionale, all’Europa è stata offerta un’altra occasione per scegliere una strada diversa: quella della diplomazia. Invece, la risposta è stata un allineamento acritico alla strategia atlantica di “armare per vincere”. Le voci che chiedevano un percorso di negoziazione, una tregua, sono state messe a tacere, considerate come traditrici o, nella migliore delle ipotesi, ingenue. L’illusione di una vittoria militare, di una Russia messa in ginocchio sul campo, ha prevalso sulla ragionevolezza, una speranza alimentata più da una presunzione inconsapevole che da una valutazione realistica delle forze in campo.
Le conseguenze economiche della subordinazione.
E così, mentre l’Europa si allineava, obbediente, le conseguenze economiche iniziavano a farsi sentire, devastanti come un terremoto sotterraneo. Il costo per gli armamenti forniti a Kiev ha pesato, e continua a pesare, come un macigno sui bilanci degli Stati membri, distogliendo risorse vitali da investimenti in settori strategici. Ma il colpo più duro, quello che ci condanna a una dipendenza sempre più amara e costosa, è stato il mancato approvvigionamento di materie prime russe a basso costo. L’energia, il gas, il petrolio, un tempo linfa vitale per la nostra industria, sono ora un lusso che paghiamo a caro prezzo, sottomettendoci a fornitori che non hanno alcuna intenzione di concederci sconti. L’Europa ha scelto, di fatto, di strozzare la propria economia già stagnante, preferendo la cieca obbedienza a Washington piuttosto che la pragmatica ricerca del proprio interesse. L’America, dal canto suo, non ha esitato a imporre la sua agenda: con la scusa della guerra, ci ha obbligato a un’escalation di armamenti che, tra dazi e acquisti obbligati, stritolerà le nostre già fragili finanze, garantendo nel frattempo ingenti profitti al suo complesso militare-industriale.
L’incognita Trump e il bivio finale.
Oggi lo scenario è cambiato ancora, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. La sua indifferenza per il conflitto ucraino, la sua politica “America First” e la sua ambizione di ridisegnare gli equilibri globali, ci mettono di fronte a un bivio cruciale. Fino a questo momento, l’Europa ha affidato all’America la gestione della crisi, illudendosi di poter contare su un alleato perenne. Ma ora, l’asse atlantico si sta indebolendo, e l’Europa si ritrova più sola, con le mani macchiate di sangue e senza un piano B. Trump potrebbe spingere per un accordo, magari a spese dell’Ucraina, forse imponendo una pace che l’Europa, a causa della sua intrinseca debolezza, non sarà in grado di fermare.
La recente decisione di Washington di permettere a Kiev di utilizzare le armi americane per colpire obiettivi militari all’interno del territorio russo, sebbene non autorizzi attacchi in profondità, rappresenta un’ulteriore, rischiosa svolta. Questa mossa, presa in un momento di grande pressione militare russa sull’Ucraina, dimostra un’ambiguità e un calcolo che solo Washington può permettersi. E l’Europa? L’Europa ha seguito, con diverse sfumature e una sconcertante frammentazione, la linea americana, senza dimostrare l’unità di intenti e la capacità di guidare una propria iniziativa diplomatica.
L’incontro Trump-Putin e la resa incondizionata.
E proprio in questo torbido scacchiere si preannuncia l’atto finale, che non è un semplice vertice diplomatico. L’annunciato incontro di ferragosto tra Trump e Putin, in una cornice simbolicamente fredda e distante come l’Alaska, è l’epilogo di una tragedia che l’Europa ha contribuito a scrivere con la propria inettitudine. La dinamica dell’incontro, del resto, non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. L’esclusione di Zelensky, sebbene Trump abbia accennato a un suo possibile coinvolgimento post-incontro, è un messaggio chiaro e inequivocabile. Non si tratta di negoziare, ma di imporre. Le voci che circolano, i velati accenni a uno “scambio di territori”, a una “restituzione”, svelano il cinismo di un’operazione che non mira a una pace giusta, ma a un congelamento del conflitto che premi l’aggressore. La Russia terrebbe i territori che ha occupato, l’Ucraina otterrebbe forse qualche garanzia di sicurezza nebulosa, e tutto si risolverebbe in un riconoscimento, de facto, delle conquiste territoriali di Mosca.
Quali sarebbero le conseguenze per l’Europa? A Washington si mira a chiudere una partita che non si è mai voluta veramente giocare, a disimpegnarsi da un conflitto che non è più funzionale all’agenda “America First”. Ma per Bruxelles, la capitolazione davanti a un accordo imposto da oltreoceano sarebbe un disastro su più fronti. Economicamente, l’illusione di una possibile vittoria militare si sgretolerebbe di colpo. Ci ritroveremmo con le mani legate da una pace precaria, e la nostra dipendenza dagli Stati Uniti si farebbe ancora più palese e amara. I dazi e le imposizioni commerciali, che già pesano come macigni sull’economia stagnante del nostro continente, non farebbero che aumentare, in un circolo vizioso che ci vede sempre più schiacciati tra l’arroganza americana e la spregiudicatezza russa.
Ma la conseguenza più grave sarebbe di natura politica e identitaria. Un accordo imposto da Trump e Putin, al di fuori del consesso europeo, metterebbe in luce, in modo brutale e irreversibile, la frammentazione e la debolezza strutturale dell’Unione. La mancanza di una voce unica, la nostra incapacità di agire come attore geopolitico autonomo, ci relegherebbe definitivamente al ruolo di pedina sullo scacchiere altrui. L’Europa, che aveva sognato di essere un faro di democrazia e diritti, si scoprirebbe un campo di battaglia dove altri decidono le regole del gioco.
L’Europa è arrivata a questo punto per la sua incapacità di pensare in modo indipendente, per la sua accettazione di una logica che non è la sua. Abbiamo dimenticato che la nostra forza non risiede nelle armi, ma nella diplomazia, nella mediazione e nella capacità di costruire ponti dove altri costruiscono muri. E oggi, mentre il continente si trova di fronte allo specchio della sua debolezza, non può far altro che guardare con sgomento il proprio riflesso: quello di un’Europa che ha barattato la propria anima in cambio di una falsa sicurezza. E che oggi rischia di pagare il prezzo più alto, condannata a un crepuscolo di ferro e illusioni, in cui il sogno di una grandezza perduta si dissolve nel fragore assordante dei cannoni e nell’amaro sapore di una resa incondizionata.












