Il crepuscolo di Orbán e lo spirito di Piazza degli Eroi

di Alessio Cuel –

“Serviremo il nostro Paese e la nazione ungherese dall’opposizione”. Queste le parole dell’ormai ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, domenica 12 aprile, davanti ai suoi sostenitori, prendendo atto della vittoria dello sfidante, Péter Magyar, e del partito di centrodestra Tisza.
Per Orbán, leader del partito conservatore e populista Fidesz, dal quale proprio Magyar proviene, si tratta di una sconfitta su tutta la linea. Non solo, dopo sedici anni ininterrotti e contraddistinti da numerosi e profondi emendamenti costituzionali, Orbán dovrà abbandonare il potere. Troverà, altresì, un’opposizione agguerrita e forte di numeri schiaccianti: con 141 seggi su 199, Tisza avrà le carte in regola per poter cambiare la Costituzione. E chissà quando e come deciderà di farlo.
Dei 199 seggi assegnati in queste elezioni, 141 sono andati al partito di Magyar, 52 a quello di Orbán e 6 al Mi Hazánk Mozgalom (un partito collocato ancora più a destra di Fidesz). Il nuovo assetto dell’Assemblea nazionale delinea un panorama a forte trazione conservatrice. Se da un lato la destra nostrana schernisce chi a sinistra esulta per la caduta di Orbán, dato che nessun partito di sinistra occuperà gli scranni del maestoso palazzo parlamentare, dall’altro è evidente che il successo di Magyar sia frutto di un “cordone sanitario” spontaneo. Si è verificata una confluenza di voti provenienti anche da aree politiche distanti dalla destra, unite dall’unico, pragmatico obiettivo di superare il sistema orbaniano.
Il successo di Péter Magyar risiede nella sua capacità di catalizzare il malcontento in modo nuovo. Gli elettori hanno premiato il candidato d’opposizione ritenuto più credibile per scardinare il sistema di potere consolidato, permettendogli di riuscire laddove Péter Márki-Zay aveva fallito quattro anni fa.
A differenza del passato, questa volta le opposizioni non si sono rifugiate in un fragile cartello elettorale di sigle diverse; hanno invece scelto di affidare direttamente a Magyar, figura di centrodestra e dichiaratamente pro-UE, la rappresentanza politica in chiave anti-Orbán. Questa scelta di campo netta ha trasformato la protesta in un’operazione elettorale vincente.
Con la conclusione del quinto esecutivo guidato da Orbán, si apre una fase di profonda riflessione. All’indomani del voto, è il momento di ripercorrere la parabola di un leader sceso in campo con le rivoluzioni anticomuniste del 1989 e ritrovatosi, 37 anni dopo, allontanato dal potere e identificato da gran parte dell’opinione pubblica internazionale come un leader dai tratti autoritari.

Parlamentare a 27 anni, primo ministro a 35.
Pochi mesi dopo la caduta del muro di Berlino, Orbán fa il suo ingresso all’Assemblea nazionale. Ventisettenne, laureato in giurisprudenza, è noto per essere il leader del movimento studentesco e anticomunista “Fidesz”. Egli consolida la sua leadership nel 1993, traghettando il partito verso posizioni conservatrici, e cinque anni dopo sale alla guida del governo ungherese.
I quattro anni del governo Orbán I, un esecutivo retto da una coalizione di centrodestra, sembrano essere in continuità con le idee maturate dal primo ministro ungherese durante gli anni della gioventù.
Oltre al suo attivismo nel movimento studentesco, Orbán balzò alla ribalta nazionale alla fine degli anni Ottanta per un acceso discorso tenuto ai funerali di Stato di Imre Nagy, giustiziato nel 1958. Sebbene Nagy fosse un comunista riformatore, a differenza di Orbán, che invece era animato da ideali liberali e anticomunisti, il futuro primo ministro arringò la folla di Piazza degli Eroi identificando Nagy come l’ultimo leader ungherese responsabile. In quell’occasione, Orbán interpretò le battaglie di Nagy come un’espressione della legittima aspirazione alla sovranità nazionale, ponendole come ideale preludio alle istanze liberali dei giovani ungheresi.
Celebrando le gesta di Nagy, il Paese si lasciò alle spalle, almeno simbolicamente, il doloroso passato comunista. Molto, tuttavia, restava da fare per ancorare l’Ungheria al blocco occidentale e all’Europa; fu proprio da quegli ideali liberali e dalla spinta innovatrice manifestata in Piazza degli Eroi che trasse linfa l’azione del governo Orbán tra il 1998 e il 2002. Sotto la sua guida, nel 1999, l’Ungheria fece il suo ingresso nella NATO, con lo stesso Orbán a rivendicare la necessità di una profonda integrazione strategica e militare con l’Occidente. Quell’esecutivo condusse inoltre i complessi negoziati che avrebbero portato Budapest, nel 2004, all’adesione all’Unione Europea. Coerentemente con questo disegno, nel 2000 Fidesz entrò a far parte del Partito Popolare Europeo, il cuore del centrodestra europeista che rivendica in De Gasperi, Adenauer e Schuman i propri padri fondatori.
Nel 2002, Orbán perse le elezioni contro il Partito Socialista, che poi creò una coalizione con gli storici alleati dell’Alleanza dei Liberi Democratici. Furono elezioni accese, fortemente polarizzate, che elevarono il livello dello scontro tra i due poli e fecero molto discutere intorno alla figura dell’allora primo ministro.

2002-2010: la traversata nel deserto.
Orbán faticò ad accettare il risultato elettorale, ma dovette prepararsi ad assistere, dall’opposizione, all’ingresso dell’Ungheria nell’Unione Europea che proprio il suo governo aveva contribuito a rendere possibile. Sotto il primo governo Orbán, infatti, vennero chiusi numerosi capitoli dell’acquis communautaire e vennero attuate alcune misure di austerità, riforme fiscali e politiche di libero mercato volte a uniformare l’economia ungherese agli standard europei.
Il 12 aprile 2003, curiosamente ventitré anni esatti prima della sconfitta elettorale di Orbán per mano di Magyar, l’Ungheria fu chiamata a una consultazione referendaria storica, avente come oggetto l’ingresso, o meno, nell’Unione Europea. Sebbene l’affluenza fosse bassa, il risultato premiò il fronte europeista: quasi l’84% degli elettori ungheresi votò a favore del sì e, un anno dopo, l’Ungheria si unì all’Unione Europea.
Orbán, dall’opposizione, supporto il sì. Per la verità, tutte le élite politiche ungheresi caldeggiavano l’adesione all’Unione Europea e, proprio questo aspetto, potrebbe aver influito sulla bassa affluenza, dando l’idea ai cittadini di un processo già scritto e inevitabile, non controvertibile dalla partecipazione o meno al referendum. Quindici anni dopo il trionfale discorso di Piazza degli Eroi, nel quale arringò la folla ai funerali di Imre Nagy, Orbán poté vedere il proprio paese completare la transizione dal comunismo all’Europa. Dalla dittatura ai valori, almeno sulla carta, liberali che l’Europa incarna dal punto di vista politico ed economico.
Forte delusione per il risultato elettorale del 2002 e approccio pragmaticamente europeista, dunque, caratterizzavano l’Orbán di questa fase. Ma furono anche anni di transizione, con la trasformazione di Fidesz da partito liberale a partito conservatore e populista di destra.
Nel 2006, una nuova sconfitta, sempre per mano dei socialisti, questa volta a vantaggio di Ferenc Gyurcsány. Da qui in poi l’economia, quella che il leader di Fidesz aveva contribuito a riformare negli anni del governo, dettò l’agenda politica e segnò gli sviluppi del dibattito pubblico. Un clima peraltro comune a molti stati europei, che di lì a poco avrebbero vissuto gli impatti della crisi finanziaria globale del 2008 sui propri conti pubblici e, di conseguenza, anche sui propri equilibri politici interni.
Poi i socialisti ci misero del loro, e l’errore più clamoroso fu il discorso tenuto dal leader socialista al congresso del partito sulle rive del lago Balaton nel maggio 2006, noto come discorso di Őszöd. Sebbene l’assemblea fosse riservata, l’intervento di Gyurcsány trapelò e fu trasmesso da Magyar Rádió domenica 17 settembre 2006, scatenando una reazione politica senza precedenti nell’opinione pubblica ungherese. Nel discorso, Gyurcsány rimproverò pesantemente il proprio partito, accusandolo di aver tradito l’elettorato e di non essere riuscito a varare alcuna misura significativa durante gli anni del governo di coalizione. “Abbiamo mentito al mattino, abbiamo mentito la sera e abbiamo mentito la notte” divenne una delle parti più note del discorso di Gyurcsány.
Alla mancanza di credibilità della maggioranza di governo (i liberali ritirarono il proprio appoggio nel 2009, aprendo la strada a un governo tecnico guidato da Gordon Bajnai), si unì la crisi economica del 2008 con i suoi effetti devastanti sull’economia ungherese.
Nel 2008 l’Ungheria dovette accettare un prestito di salvataggio di oltre 20 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e dell’UE, e il governo socialista fu costretto a pesanti misure di austerità, tra cui il taglio di pensioni, sussidi e stipendi pubblici.
In questo contesto Orbán, che negli anni dell’opposizione si era dato da fare per accrescere la propria popolarità nelle aree rurali e tra i ceti conservatori, ne approfittò per rafforzare il proprio consenso. Ci riuscì, e nel 2010 la traversata nel deserto finì: Orbán vinse le elezioni con quasi il 53% dei voti e ottenne più di due terzi dei seggi.

2010-2026: la costruzione del “sistema Orbán”.
Dal 2010 al 2026, Orbán riuscirà a vincere le elezioni per ben altre tre volte: nel 2014, nel 2018 e nel 2022 (quest’ultima con il record del 54% dei consensi). Il rafforzamento di una macchina elettorale pressoché perfetta non è dipeso solo dal consenso rurale o dalla retorica anti-UE: alla sua affermazione hanno contribuito tanto la difesa dei valori tradizionali e la corruzione sistemica, quanto l’intrinseca debolezza dell’opposizione.
In sedici anni, quello che fu un giovane attivista liberale, trasformò l’Ungheria in un paese più conservatore, più lontano dall’Europa e, in definitiva, più illiberale. Nel 2014, peraltro, definì l’Ungheria come un paese candidato a diventare una “democrazia illiberale”, in nome della sovranità nazionale e dei valori cristiani e lontano dai dogmi liberali occidentali.
Nel 2011, una riforma costituzionale centralizzò il potere e indebolì fortemente i contrappesi al governo, come la Corte costituzionale. Il governo di fatto sostituì la Costituzione del 1949, già ampiamente emendata quarant’anni dopo, con una nuova Legge fondamentale entrata in vigore il primo gennaio 2012. Questa riforma limitò fortemente il potere della Corte di revisionare le leggi inerenti al bilancio e alla tassazione, e la stessa Corte è stata resa molto meno accessibile di prima ai cittadini. Fino al 2011, infatti, qualunque cittadino poteva adire la Corte per verificare la conformità di una legge al testo costituzionale. Il numero dei giudici di questa Corte è passato da 11 a 15 e, sempre in materia di composizione degli organi giudiziari, nel 2012 l’età pensionabile per i giudici è passata da 70 a 62 anni. Questo ha permesso da un lato di inserire nelle corti giudiziarie esponenti vicini o non ostili al governo, dall’altro di allontanare dalla magistratura centinaia di magistrati esperti e indipendenti. Inoltre, è stato istituito un Ufficio nazionale per la magistratura, con a capo una figura vicina al primo ministro, con facoltà di esprimersi sulle nomine e sui trasferimenti dei giudici.
Nel 2011, complice il forte depotenziamento del ruolo della Corte costituzionale, il governo ne approfittò per riscrivere la legge elettorale seguendo i principi del gerrymandering, ovvero del ridisegno dei collegi elettorali in un modo a sé favorevole. Sfruttando il proprio consenso tradizionalmente alto nelle aree rurali, Fidesz si assicurò così maggiori possibilità di vincere nei collegi uninominali e, allo stesso tempo, rafforzò la possibilità di ottenere un vasto premio di maggioranza. Un piano ben riuscito, almeno fino al 2026: nel 2014, nel 2018 e nel 2022, infatti, Fidesz ottenne sistematicamente più di due terzi dei seggi, la maggioranza necessaria per cambiare la Costituzione.
Oltre all’indebolimento della magistratura e dell’opposizione parlamentare, di fatto rendendo remote le loro possibilità di agire come contrappesi al governo, un altro pilastro del sistema orbaniano è la creazione di un’élite economica contigua al governo, pronta a ricevere favori e a finanziare in maniera cospicua le campagne elettorali di Fidesz. L’esempio più famoso è quello di Lőrinc Mészáros, ex idraulico e amico d’infanzia di Orbán, diventato l’uomo più ricco del paese nell’arco di un decennio. Già sindaco di Felcsút, paese dove l’ex primo ministro ungherese è cresciuto e dove si è sviluppata l’amicizia tra i due uomini, il patrimonio di Mészáros è stimato nell’aprile 2026 in 5 miliardi di dollari. Le sue aziende hanno vinto appalti miliardari per ferrovie, autostrade e stadi, spesso finanziati con fondi UE. Oggi l’ex sindaco di Felcsút gestisce un impero che spazia dal turismo, all’energia fino ai media. Molti analisti e sostenitori di Fidesz sostengono che egli sia, addirittura, un prestanome e gestore della fortuna personale della famiglia di Orbán.
Un altro caso emblematico è quello di István Tiborcz, genero dell’ex primo ministro. La sua azienda ha vinto decine di appalti in diversi comuni ungheresi per installare luci a LED, spesso come unico offerente. L’OLAF, ufficio antifrode dell’UE, ha riscontrato gravi irregolarità in queste procedure, condannando l’Ungheria a restituire circa 40 milioni di euro. Così il governo ungherese, per evitare sanzioni da parte dell’Unione Europea, ha deciso di finanziare i progetti con fondi nazionali anziché europei, chiudendo poi le indagini interne senza incriminazioni.
Per centralizzare il controllo dell’informazione, nel 2018 è stata creata la KESMA, ovvero la Fondazione per la Stampa e i Media dell’Europa Centrale. In una sola notte, vari oligarchi vicini a Orbán hanno dirottato verso la fondazione circa 500 tra testate giornalistiche, stazioni radio e canali TV. Attraverso questo organismo, il governo può così controllare in maniera unilaterale l’informazione giornalistica, limitando fortemente il pluralismo dell’informazione e la libertà dei media, e veicolando un messaggio largamente favorevole all’esecutivo. Tutto ciò impedendo, naturalmente, che le inchieste sulla corruzione raggiungano il grande pubblico.
Un sistema, quindi, il cosiddetto “capitalismo degli amici”, che si basa su alcuni solidi principi. In primis, l’asservimento delle istituzioni, con l’ascesa a capo dell’Autorità per la concorrenza, della Procura della Repubblica e della Corte dei conti di persone vicine al leader, così da assicurarsi impunità per eventuali irregolarità nella gestione degli appalti. Vi è inoltre l’approvazione di normative che avvantaggiano specifici settori dell’economia, in cui operano gli alleati di Orbán, come turismo ed edilizia. Infine, vi è la trasformazione dei fondi UE in ricchezza privata per gli oligarchi, da trasformare poi nella possibilità di acquistare media indipendenti, di finanziare think tank vicini al partito o di finanziare direttamente le campagne elettorali di Fidesz. Tutto ciò mentre altri settori dell’economia, come sanità e istruzione, hanno subito in questi anni l’impatto negativo di questo sistema di corruzione sistemica. Il drenaggio di risorse pubbliche verso le attività degli oligarchi vicini a Orbán, infatti, ha causato tagli cronici ad alcuni servizi pubblici essenziali, causandone un deciso peggioramento.
Gli anni dal 2010 al 2026 sono inoltre quelli della rottura definitiva tra Orbán e l’Unione Europea. Nel 2015, il leader ungherese ordina la costruzione di un muro di filo spinato al confine con la Serbia, e rifiuta apertamente il sistema di quote europeo per la redistribuzione dei richiedenti asilo. Nel 2018, il Parlamento europeo avvia la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea, ravvisando gravi violazioni dello stato di diritto. Tra le criticità individuate, vi sono l’indipendenza del sistema giudiziario, la corruzione e i conflitti d’interesse, la libertà di espressione e dei media, i diritti delle minoranze e dei migranti e perfino la libertà accademica, in seguito all’espulsione della Central European University da Budapest.
Insomma: l’Ungheria è stata per anni uno dei maggiori beneficiari netti dei fondi UE, e l’Unione stessa ha finanziato un sistema strutturato con la finalità di contrastarla. Dove non è riuscito l’articolo 7, a causa del vincolo dell’unanimità, ha prevalso il meccanismo di condizionalità, rivelatosi lo strumento adatto per congelare i fondi destinati all’Ungheria, anziché sospenderne il diritto di voto in Consiglio europeo.
Anche questo ha contribuito alla vittoria di Magyar: la percezione di un sistema opaco, destinato a favorire solo alcuni e ad alienarsi sempre di più Bruxelles. Non va però sottovalutata, nel drastico calo di popolarità di Orbán che ha portato alla sua sconfitta, l’idea di famiglia tradizionale che hanno le comunità rurali ungheresi e che il leader di Fidesz stesso ha contribuito a rafforzare durante gli oltre tre lustri del suo governo ininterrotto.
Nel 2020, il governo ungherese fece inserire nella Legge fondamentale un articolo secondo cui il padre debba necessariamente essere un uomo e la madre una donna, di fatto rendendo impossibili le adozioni per le coppie dello stesso sesso. In materia di politiche demografiche, il governo introdusse un sistema di prestiti a fondo perduto per le coppie sposate, nonché esenzioni a vita dalle tasse sul reddito per le donne con quattro o più figli. Nel 2021 fu approvata una legge che vietava la “promozione” dell’omosessualità e del cambiamento di genere ai minori, misure che l’UE stessa definì come discriminatorie.
Quella disegnata dall’ex primo ministro ungherese è dunque una società fortemente conservatrice, poco tollerante verso le altre identità etniche e verso l’omosessualità. Se l’economia fornì le motivazioni razionali per il cambio di governo nel 2026, il cosiddetto “scandalo della grazia” scoppiato nel 2024 ne fornì le ragioni morali ed etiche.
Lo scandalo, che ha coinvolto tra gli altri la presidente della Repubblica ungherese Katalin Novák, ha provocato un vero e proprio terremoto politico nel paese. Nel 2023, la presidente aveva concesso la grazia a Endre Kónya, ex vicedirettore di un orfanotrofio, condannato per aver insabbiato casi di abusi sessuali su minori, proteggendo il direttore della struttura. Dopo la scoperta della grazia sono scoppiate rumorose proteste nella capitale ungherese, al punto da portare la stessa presidente della Repubblica, e anche la ministra della Giustizia Judit Varga (ex moglie dell’attuale primo ministro Petér Magyar) alle dimissioni. Un vero e proprio colpo mortale alle fondamenta del sistema orbaniano, che aveva nella protezione dei bambini e nella difesa dei valori tradizionali uno dei suoi capisaldi.
Il resto è storia recente, con Orbán che era ormai diventato una sorta di quinta colonna del Cremlino all’interno dell’Unione Europea sui dossier economici, politici e di sicurezza. Il progetto Paks II, per la costruzione di due nuovi reattori, è finanziato per l’80% (circa 10 miliardi di euro) da un prestito statale russo. L’Ungheria ha mantenuto, nonostante l’invasione russa dell’Ucraina nel 2014 e nel 2022, contratti a lungo termine con Gazprom. Budapest ha ottenuto deroghe speciali per continuare a ricevere petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, nonostante l’embargo europeo.
Un’inchiesta di poche settimane fa ha rivelato registrazioni del ministro degli Esteri Péter Szijjártó, mentre condivideva informazioni sensibili del Consiglio UE con il suo omologo russo Sergej Lavrov. I servizi segreti ungheresi sono accusati di aver usato tecniche di disinformazione modellate su quelle russe per screditare l’opposizione in vista del voto del 2026. Poco prima della sua caduta, Orbán avrebbe siglato un piano di cooperazione segreto con Mosca per blindare i legami economici e culturali per il prossimo decennio.
E ancora: l’ex primo ministro ungherese ha bloccato pacchetti di sanzioni per ottenere la rimozione di oligarchi russi dalle liste nere dell’Unione Europea. Ha proibito il transito di armi letali destinate all’Ucraina attraverso il territorio ungherese, usando come pretesto la sicurezza della minoranza ungherese in Transcarpazia. Nel 2024 e nel 2025 ha condotto “missioni di pace” solitarie a Mosca e a Mar-a-Lago, agendo di fatto come portavoce delle condizioni russe per un cessate il fuoco.
Insomma: da nemico giurato della Russia nel 1989, e interprete dell’avvicinamento dell’Ungheria all’Europa e alla NATO, Orbán si è progressivamente trasformato nel portavoce europeo di Mosca, in una spina nel fianco per un’Europa stretta tra il desiderio di emanciparsi e il freno rappresentato dal diritto di veto e dal meccanismo dell’unanimità.

Quale futuro attende l’Ungheria?
Oggi, mentre ci preoccupiamo che il bulgaro Radev possa diventare il nuovo Orbán, il nuovo “cattivo della classe”, Magyar si prepara al suo primo viaggio ufficiale da primo ministro. Andrà in Polonia, da Donald Tusk, già presidente del Consiglio europeo e, oggi, capo del governo di Varsavia.
Analogamente all’Ungheria, anche la Polonia ha vissuto anni di congelamento dei fondi europei, per poi riallacciare rapporti sereni con Bruxelles. Budapest spera nello stesso esito e lavorerà verosimilmente con Varsavia, ma anche con Praga e Bratislava, per riprendere la funzione originaria del gruppo di Visegrád, ovvero quella di ponte tra l’Europa centro-orientale e Bruxelles.
Sui diritti delle minoranze Magyar non si è espresso, mentre è chiara la sua contrarietà all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea. Tra gli oppositori di Orbán e Magyar non c’è, quindi, necessariamente sintonia ideale, ma alcune cose sono certe.
L’impoverimento diffuso e l’inflazione galoppante hanno reso inaccettabile la frattura tra il Paese reale e l’oligarchia vicina al primo ministro. Lo scandalo della grazia a Endre Kónya ha poi mostrato l’ipocrisia del richiamo ai “valori della famiglia”, apparso stridente agli occhi della maggioranza degli elettori. In molti è risuonata l’eco di quel discorso del 1989 in Piazza degli Eroi: sette minuti che parlarono di libertà e futuro rubato davanti a 250.000 persone. Molti di loro non hanno dimenticato e, a differenza di Orbán, hanno scelto di restare fedeli a quegli ideali, riabbracciando l’Europa.
Péter Magyar, forte di un consenso che travalica la sua base, riceve oggi un mandato chiaro: modernizzare l’Ungheria smantellando il sistema edificato dal 2010. Il leader di Tisza dovrà ripristinare l’indipendenza della magistratura, garantire la libertà di stampa e sbloccare i fondi di Bruxelles per ossigenare l’economia. L’elettorato di centrosinistra ha applicato il principio primum vivere, deinde philosophari: prima la salvezza economica e la fine del sistema autocratico, poi la rappresentanza delle diverse sensibilità politiche. Magyar è diventato l’interprete di un nuovo spirito di liberazione, simile a quello del 1989; a maggio, con l’insediamento ufficiale, inizierà la sfida più difficile: non tradire questa enorme aspettativa.