Il gas cambia latitudine

Dal Mediterraneo al Sub-Sahara, la nuova geografia dell’energia.

di Giuseppe Gagliano –

Per anni l’Europa ha ragionato come se il Nord Africa fosse un’estensione naturale del proprio sistema energetico. Algeria, Libia ed Egitto erano considerati fornitori strutturali, quasi domestici. Quel mondo non esiste più. Non per ideologia verde o per scelta politica, ma per vincoli materiali: demografia, consumi interni, giacimenti maturi. Il gas, quello vero che alimenta industrie e stabilizza le reti elettriche, sta spostando il suo baricentro molto più a sud, nell’Africa sub-sahariana. È lì che si gioca la sicurezza energetica dei prossimi vent’anni.
Algeria ed Egitto non sono diventati improvvisamente irrilevanti. Semplicemente, consumano sempre più gas in casa. Popolazioni giovani, crescita urbana, sussidi energetici: la produzione che un tempo andava all’export viene oggi assorbita dai mercati interni. Il risultato è una contrazione strutturale delle capacità esportative verso l’Europa. La Libia, dal canto suo, resta prigioniera di un’instabilità cronica che rende qualsiasi previsione una scommessa.
L’Africa sub-sahariana concentra oltre il settanta per cento delle risorse recuperabili del continente. Le stime parlano chiaro: le esportazioni di GNL potrebbero crescere di circa il centosettantacinque per cento entro il 2034, passando da poco meno di 36 miliardi di metri cubi annui a quasi 100. Numeri in grado di incidere sui prezzi europei e asiatici. È la nascita di un nuovo corridoio energetico, che va dalla Nigeria al Mozambico, con la Tanzania come snodo emergente.
La Nigeria resta il perno occidentale di questo sistema. Con la strategia della “Decade of Gas” e l’approvazione del Petroleum Industry Act, Abuja ha tentato di rompere un circolo vizioso fatto di incertezza normativa e fuga dei capitali. I segnali ci sono: miliardi di dollari di decisioni finali di investimento, nuove infrastrutture, rilancio del GNL. Ma la vera sfida resta politica e istituzionale: senza stabilità e controllo, il potenziale resta sulla carta.
Il giacimento offshore Greater Tortue Ahmeyim rappresenta un’anomalia positiva nel panorama africano. Due Stati che cooperano invece di contendersi le risorse, un progetto transfrontaliero che trasforma in pochi anni Senegal e Mauritania in esportatori netti di GNL. È la dimostrazione che il problema africano non è la geologia, ma la governance.
Sul versante orientale, il Mozambico possiede riserve gigantesche, ma paga il prezzo dell’insicurezza. L’insurrezione jihadista a Cabo Delgado ha congelato per anni progetti colossali. Solo grazie a soluzioni tecnologiche offshore e a un massiccio dispositivo di sicurezza il Paese sta tornando in partita. Qui il gas è insieme opportunità di sviluppo e fattore di destabilizzazione.
La Tanzania è il nodo decisivo. Per anni bloccata da burocrazia e statalismo, oggi si presenta come una piattaforma potenzialmente stabile sull’Oceano Indiano. Il progetto di Likong’o-Mchinga, sostenuto da colossi come Shell ed Equinor, vale oltre quaranta miliardi di dollari. Se partirà, ridisegnerà l’economia del Paese e rafforzerà l’asse energetico verso l’Asia, con effetti indiretti anche sull’Europa attraverso giochi di compensazione globale dei flussi.
C’è un paradosso che attraversa tutta questa vicenda. L’Unione Europea impone ai propri cittadini una transizione energetica costosa e accelerata, mentre le sue grandi compagnie investono miliardi in nuovi progetti gasieri in Africa. Non è incoerenza morale: è realismo energetico. Senza gas, l’industria europea non regge. La decarbonizzazione è una narrazione politica, non una sostituzione immediata delle fonti.
Per i Paesi sub-sahariani il gas è un bivio storico. Può finanziare industrializzazione, infrastrutture, domanda interna. Oppure può produrre la solita combinazione di rendita, corruzione e dipendenza esterna. Tutto dipenderà da come verranno gestiti i proventi, non da quante navi metaniere salperanno.
Una cosa, però, è già chiara: la mappa energetica mondiale è cambiata. Continuare a ragionare solo in termini di Nord Africa o di Russia significa leggere un atlante che appartiene al passato.