Il mai sbiadito etnocentrismo occidentale

di Michele Ditto –

L’etnocentrismo, malattia endemica di ogni collettività, è cogenza storica. Connaturato di stereotipi e pregiudizi, diventa causa scatenante di sentimenti razzisti e xenofobi. E’ il prodromo di ogni contendere tra nazioni. Mezzo attraverso cui osservare il mondo, ma inutile per comprenderlo nella sua contezza: presuppone mancato relativismo culturale. La sua genesi è complementare a quella delle prime aggregazioni umane, che siano state piccoli agglomerati o moltitudini. Storicamente è stato strumento genuino di violenza e sottomissione, prima che qualunque ideologia convincesse milioni di individui a sterminarsi vicendevolmente. In sostanza: è la convinzione che i nostri caratteri culturali e antropologici siano e debbano essere la misura interpretativa ecumenica.

Il caso occidentale nell’ottica politico-istituzionale.
L’occidente è perno culturale globale, oltre che massimo esponente di soft power, che spesso dimentica essere un suo intimo prodotto. L’etnocentrismo delle singole nazioni è spesso stato inquadrato in più ampie ideologie. Esercizio strumentale a giustificare ambizioni imperiali; un sofisticato prodotto propagandistico. Dallo spirito cristiano nel medioevo, passando per i nobili diritti umani universali, formalizzati con la carta del 1789, ai principi liberali e democratici, di cui oggi alfieri gli Stati Uniti d’America.
L’opinione pubblica corrente nei singoli Stati Europei è vittima di un nazionalismo sbiadito (chi si considera cittadino del mondo), che sembra però star riprendendo lena, e l’etnocentrismo è oggi un concetto più ampio nel quadro del Vecchio continente. Trascende i caratteri dei singoli popoli per concentrarsi sul loro comune modello politico-istituzionale. Diventa questo, insieme ai diritti umani, l’occhio con cui volgere lo sguardo al mondo. Attraverso cui teorizzare categorie, distinguendo gli stati buoni dagli stati canaglia, giustificare operazioni militari o sanzioni economiche. Artifici retorici poco creduti da chi prende decisioni, fermamente assimilati dal volgo. Fenomeno indotto dall’egemonia statunitense, che stabilisce in base a razionali interessi strategici il metro secondo il quale i singoli Stati rispettano i diritti umani o sono democratici (summit for democracy).
Strumentalizzare valori e modelli istituzionali ponendoli su un piano universale è compito di pochi. Occorre concentrarsi sulle credenze della fuorviata opinione pubblica. Restando convinti che il modello liberale sia garante di libertà e diritti e che sia frutto genuino della nostra peculiare storia, ma purtroppo non di quella del resto del mondo. Infatti il modello liberale negli Stati extraoccidentali è quasi esclusivamente l’effetto di un precedente colonialismo europeo, di un’imposizione coatta o di una guerra perduta.
L’opinione corrente vuole gli esseri umani simili al benchmark occidentale. Quindi, se una nazione dovesse vivere all’interno di un modello istituzionale illiberale, sarebbe a causa di una sua arretratezza strutturale o a causa del potere assoluto di un élite di autocrati, che sottomettono la popolazione. Ignorando che non esistono regimi senza consenso popolare. Famosa anche la locuzione per cui gli Stati democratici non si facciano la guerra tra di loro. Asserzione (in parte) vera, ma che sottintende, in assenza di regimi autoritari, un mondo avvolto in una pace perpetua. Delle due appare più irrealistica, purtroppo, la seconda previsione. Affermazioni tristemente correnti nel dibattito pubblico, spesso assurte ad apodissi. Asserzioni figlie di un etnocentrismo mai sbiadito, che vuole i nostri modelli come esempi di civiltà e rettitudine morale.

Il caso dei diritti umani universali.
Stesso discorso vale per i diritti umani, impensabilmente (si vorrebbe non lo fosse) pensati universali. Purtroppo non basta la ratifica di una convenzione internazionale sui diritti dell’uomo (la ratifica di questi trattati è spesso un modo, da parte delle élite non occidentali, di guadagnare legittimità internazionale) per far sì che questi ultimi siano effettivamente ecumenici. Spesso si dimentica che è il ventre delle nazioni, ovvero le masse, che deve essere preso in considerazione. Oggi la stragrande maggioranza degli esseri umani è ancora intenta a procacciarsi, giorno per giorno, le risorse necessarie alla sopravvivenza; avendo quindi poco tempo per concedersi ai lussi degli Stati del primo mondo. Cioè diritti umani, ambiente e giustizia sociale. Addirittura, in virtù delle loro passate esperienze, alcuni Stati del terzo mondo considerano questi diritti come coloniali. Ma il fattore più importante rimane il diverso background culturale (la cultura comprende anche i valori e la loro gerarchia) che caratterizza ogni popolo, specie se questi ultimi hanno sviluppato la loro storia a distanze geografiche siderali. Sviluppando quindi anche modalità eterogenee di approccio al mondo e visione dello stesso.
La grande bolla che rinchiude l’occidente nel suo circolo autoreferenziale priva l’opinione pubblica degli strumenti necessari alla comprensione critica del mondo. Il rischio sarebbe un nuovo colonialismo, questa volta culturale. Oppure il sostegno verso chi attua esportazioni coatte di democrazia. Pensare gli esseri umani simili a noi per: approccio alle cose del mondo, evoluzione civile, storica, mentalità e tradizioni è semplicemente follia.