di Antonio Tomassetti –
«Il Papa? Quante divisioni ha?» è la celebre risposta sarcastica attribuita a Iosif Vissarionovič Džugašvili, noto universalmente come Stalin, pronunciata (secondo una tradizione largamente diffusa) nel contesto delle discussioni tra le potenze alleate sul futuro assetto dell’Europa al termine della Seconda guerra mondiale. Interrogato sull’opportunità di tenere in considerazione le posizioni del Pontefice nelle scelte geopolitiche del dopoguerra, Stalin avrebbe così espresso una concezione del potere fondata esclusivamente sulla forza militare e materiale. Al di là della sua attendibilità letterale, la frase ha assunto nel tempo il valore di un aneddoto paradigmatico, capace di condensare una questione ben più profonda: il ruolo geopolitico del Vaticano e, più in generale, della dimensione religiosa, nelle relazioni internazionali. In particolare, essa riflette una tendenza tipicamente occidentale e secolarizzata a ridurre il fenomeno religioso a una variabile secondaria, priva di reale incidenza nello spazio politico globale.
Nel contesto italiano contemporaneo, tale semplificazione si manifesta frequentemente in una rappresentazione del cosiddetto trono petrino come mero terreno di scontro tra correnti conservatrici e progressiste, oppure come oggetto di attenzione mediatica episodica, limitata all’emergere di questioni considerate problematiche per la Chiesa cattolica. Questa lettura, tuttavia, trascura una delle principali caratteristiche storiche dell’istituzione ecclesiastica: la sua straordinaria capacità di adattamento e di riposizionamento strategico nel corso dei secoli. Se nel mondo occidentale la fede religiosa appare oggi in una fase di progressivo arretramento, spesso interpretata come residuo di un’epoca premoderna superata dallo sviluppo tecnico e scientifico, tale dinamica non si riproduce in modo uniforme su scala globale. In ampie aree dell’Africa, dell’America Latina e di parte dell’Asia (tradizionalmente ricondotte alla categoria, oggi problematica, di Terzo Mondo) la religione continua a costituire un elemento centrale dell’identità collettiva e dell’esperienza sociale, senza essere relegata alla sfera privata come avvenuto nell’Europa post-westfaliana. Soprattutto per l’incidenza politica su questione di impatto etico-morale.
Il Vaticano ha dimostrato di comprendere precocemente questa trasformazione degli equilibri religiosi globali. Se i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI possono essere letti come relativamente allineati all’egemonia geopolitica statunitense, con l’emergere di nuovi assetti multipolari la Santa Sede ha avviato, sotto Francesco e successivamente con Leone, un processo di marcato riposizionamento strategico. Tale orientamento riflette la consapevolezza che il futuro del cattolicesimo non risieda più esclusivamente in Europa o nell’Occidente globale, dove la sua presenza tende a ridursi, bensì nelle Americhe e soprattutto nel continente africano. Sarebbe tuttavia fuorviante interpretare questo mutamento come improvviso o contingente. In realtà, esso affonda le proprie radici nel Concilio Vaticano II, momento in cui la Chiesa cattolica prese formalmente atto della necessità di un aggiornamento teologico, pastorale e politico, in risposta a un mondo in rapido cambiamento e a una comunità cattolica sempre più diffusa al di fuori dell’Europa. Il riposizionamento attuale del Vaticano appare dunque non come una rottura, ma come l’esito coerente di un processo di lungo periodo, inscritto nella continuità storica di un’istituzione millenaria.
Come ogni attore dotato di capacità di proiezione globale, il Vaticano persegue innanzitutto un obiettivo di sopravvivenza istituzionale e di continuità del proprio ruolo storico. Il mantenimento di quello che può essere definito, in senso lato, uno slancio imperiale (inteso non in termini territoriali, ma come capacità di influenza simbolica, normativa e geopolitica) costituisce un elemento centrale della strategia della Santa Sede. Con oltre 1,406 miliardi di fedeli, secondo i dati dell’Annuarium Statisticum Ecclesiae (2023), la popolazione cattolica rappresenta circa il 17,6–17,8% della popolazione mondiale, il che consente di affermare che circa una persona su sei nel mondo si identifica come cattolica.
Tale consistenza numerica, tuttavia, non è distribuita in modo omogeneo né statico. Le dinamiche di crescita mostrano uno spostamento progressivo del baricentro del cattolicesimo globale verso il Sud del mondo, in particolare verso il continente africano. L’Africa ospita oggi circa il 20% dei cattolici mondiali (circa 280–281 milioni di persone) e registra un tasso di crescita annuo della popolazione cattolica pari a circa il 3,31%, a fronte di una crescita della popolazione generale stimata intorno al 2,2% annuo (dati Santa Sede e Nazioni Unite). Questo scarto indica che, nel continente africano, la comunità cattolica cresce più rapidamente della popolazione complessiva, suggerendo non solo una dinamica demografica favorevole, ma anche una capacità di radicamento istituzionale e sociale della Chiesa. Nelle Americhe, che concentrano complessivamente circa il 47,8% dei cattolici mondiali, la crescita numerica del cattolicesimo è invece più contenuta, attestandosi intorno allo 0,9% annuo. In Europa, infine, l’incremento risulta quasi stagnante, con un tasso di crescita stimato intorno allo 0,2%, nettamente inferiore rispetto alle altre macroaree.
Nonostante ciò, la Curia Romana continua a presentare una composizione fortemente eurocentrica, in larga parte per ragioni storiche e tradizionali. Il recente riposizionamento strategico del Vaticano va interpretato proprio come una risposta a questa crescente discrepanza tra il centro decisionale e la geografia reale del cattolicesimo globale, con l’obiettivo di riallineare il potere spirituale e quello istituzionale ai luoghi in cui la fede mostra maggiore vitalità. Un caso emblematico di tale trasformazione è rappresentato dall’America Latina. Confrontando i dati relativi al 2013 (anno dell’elezione di papa Francesco) e quelli più recenti (2024–2025), emerge con chiarezza la crescente competizione religiosa nel continente. Secondo le indagini del Pew Research Center, nel periodo 2013–2014 circa il 69% degli adulti dell’America Latina si identificava come cattolico, mentre i fedeli protestanti (in larga parte appartenenti a chiese evangeliche) rappresentavano approssimativamente il 19% della popolazione. Le rilevazioni più recenti, basate su sondaggi condotti nel 2024 e riferibili al 2025, mostrano un significativo mutamento del panorama religioso regionale: la quota di cattolici si colloca oggi, nei principali paesi dell’area, intorno al 58–60% medio, mentre la popolazione protestante è cresciuta fino a circa il 25%, configurando una trasformazione strutturale degli equilibri confessionali dell’America Latina.
Questa evoluzione non è priva di implicazioni geopolitiche. L’attivo sostegno statunitense (diretto e indiretto) alla diffusione delle chiese evangeliche nel cosiddetto “giardino di casa” latino-americano può essere letto come uno strumento di riduzione dell’influenza cattolica, percepita storicamente come potenziale veicolo di istanze sociali e politiche autonome, come dimostrato durante la Guerra fredda dall’esperienza della Teologia della Liberazione. Le chiese evangeliche, meno centralizzate rispetto alla Chiesa cattolica e più frammentate sul piano istituzionale, risultano infatti più facilmente integrabili in un quadro di egemonia politico-culturale statunitense. In questo senso, l’elezione di Francesco ha rappresentato anche un tentativo di riforma interna e di contenimento di una vera e propria emorragia confessionale nel continente storicamente più cattolico del mondo.
Come osservato da diversi studiosi, tra cui Piero Schiavazzi, la scelta del pontefice non risponde primariamente a una dicotomia ideologica tra conservatori e progressisti, bensì a una logica di contropotere. Fin dal pontificato di Giovanni Paolo II, il Vaticano ha interpretato il ruolo del Papa come quello di un attore spirituale capace di bilanciare il potere temporale degli Stati, riaffermando una tradizione geopolitica che affonda le proprie radici nel Medioevo, ma che continua a manifestarsi in forme aggiornate. Il Vaticano esercita questo contropotere attraverso due modalità principali, differenziate a seconda del contesto. Nei paesi del cosiddetto Primo mondo, la sua influenza deriva in larga misura dal peso elettorale e culturale delle comunità cattoliche all’interno delle democrazie occidentali: la capacità di orientare valori, narrazioni e priorità morali consente alla Santa Sede di incidere indirettamente sulle agende politiche nazionali. Nel Terzo Mondo, invece, il potere della Chiesa si fonda prevalentemente sulla sua capillare rete di istituzioni sociali (scuole, ospedali, missioni, opere assistenziali) nonché sugli asset economici e immobiliari da essa gestiti. In questi contesti, il welfare cattolico supplisce frequentemente alle carenze dello Stato, trasformando la Chiesa in un attore sociale centrale, capace di controbilanciare governi deboli o instabili. Secondo stime frequentemente richiamate in ambito sanitario internazionale, fino al 60–70% delle strutture sanitarie in alcune aree dell’Africa subsahariana è gestito o co-gestito da istituzioni cattoliche, rendendo la Santa Sede un attore imprescindibile nella governance sociale del continente.
Anche nel continente africano, tuttavia, la Santa Sede si confronta oggi con limiti strutturali alla propria capacità di influenza. Se si considera l’Africa subsahariana (in particolare le aree a maggioranza cristiana) emerge come il controllo confessionale sia fortemente frammentato. In numerosi Stati, quali Zambia, Namibia, Sudafrica e Ghana, prevalgono maggioranze protestanti o evangeliche, mentre in altri contesti, come Etiopia ed Eritrea, il cristianesimo assume una configurazione prevalentemente ortodossa. Questo pluralismo confessionale ridimensiona l’idea di un’egemonia cattolica uniforme sul continente. Ciò nonostante, secondo le proiezioni del Pew Research Center, l’Africa è destinata a diventare il principale bacino del cattolicesimo globale: entro il 2060, circa il 40% della popolazione cattolica mondiale risiederà nel continente africano.
La competizione con le denominazioni protestanti, tuttavia, non rappresenta necessariamente un fattore di conflitto sistemico. In alcuni contesti, la Santa Sede ha dimostrato una notevole capacità di cooperazione ecumenica. Un caso emblematico è quello della Repubblica Democratica del Congo, dove la Chiesa cattolica collabora con la Chiesa di Cristo in Congo (Église du Christ au Congo, ECC), un organismo che riunisce circa sessanta chiese protestanti ed evangeliche. Tale collaborazione si è concretizzata nella creazione di commissioni congiunte finalizzate all’istituzione di una Conferenza internazionale per la pace, il co-sviluppo e la coesistenza nella Regione dei Grandi Laghi, nonché nella firma del “Patto sociale per la pace e la convivenza nella RDC”, attualmente in fase di implementazione.
La principale minaccia alla presenza cristiana e, più in generale, all’influenza ecclesiale, proviene tuttavia dall’espansione dei gruppi jihadisti nel continente africano. A seguito dell’indebolimento delle organizzazioni estremiste in Medio Oriente, numerosi gruppi affiliati a ISIS e al-Qaeda hanno progressivamente spostato il proprio baricentro operativo verso l’Africa subsahariana, individuando nelle comunità cristiane uno dei principali obiettivi simbolici e strategici. Tra la fine del 2022 e l’inizio del 2025 in Nigeria sono stati uccisi quasi 10.000 cristiani, con un intensificarsi di rapimenti del clero locale, violenze sistematiche e conversioni forzate. La Nigeria, tuttavia, non rappresenta un caso isolato. Secondo il World Watch List di Open Doors, 20 dei 50 Paesi in cui i cristiani sono maggiormente perseguitati si trovano in Africa; cinque di questi figurano tra i primi dieci a livello globale per livello di pericolosità: Somalia (2° posto), Libia (4°), Sudan (5°), Eritrea (6°) e Nigeria (7°). In Burkina Faso (20°), in particolare nell’area di Ouagadougou, gli attacchi contro comunità cristiane sono aumentati di circa il 70% negli ultimi anni, mentre nel nord del Mali (14°) la presenza cristiana è stata di fatto eradicata a seguito del controllo territoriale esercitato da milizie jihadiste. In questo contesto, la strategia vaticana di un progressivo spostamento del proprio baricentro verso il cosiddetto “Terzo mondo”, e in particolare verso l’Africa, dovrà inevitabilmente confrontarsi con un ambiente caratterizzato da instabilità securitaria, competizione confessionale e violenza religiosa sistemica.
Se il riposizionamento strategico della Santa Sede può ormai considerarsi una scelta strutturale e di lungo periodo, ogni pontificato introduce inevitabilmente variazioni sul piano tattico, legate alla gestione delle contingenze geopolitiche immediate. Questa distinzione risulta particolarmente evidente nel confronto tra il pontificato di Francesco e quello di Leone XIV (Robert Francis Prevost). Entrambi condividono una medesima direttrice strategica, l’attenzione prioritaria al cosiddetto Sud globale e al mondo non occidentale, ma divergono in modo significativo nelle modalità operative e nelle posture diplomatiche adottate sui principali dossier internazionali. Durante il pontificato di Francesco, la linea tattica è stata caratterizzata da una ricerca costante di neutralità attiva, soprattutto in relazione al conflitto russo-ucraino. Il Papa ha più volte rifiutato incontri bilaterali esclusivi con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, motivando tale scelta con l’esigenza di preservare il ruolo del Pontefice come costruttore di ponti e mediatore universale: non potendo incontrare Vladimir Putin, Francesco riteneva inopportuno incontrare solo una delle parti in conflitto. In questo quadro si collocano anche le sue dichiarazioni del 2022 sulla necessità di non “abbaiare ai confini della Russia”, espressione con cui invitava a considerare la sensibilità geopolitica di una potenza con una storica vocazione imperiale. Parallelamente, sul versante mediorientale, il pontificato di Francesco ha mostrato una marcata attenzione al mondo arabo-palestinese, testimoniata, tra l’altro, dai contatti quotidiani con il parroco cattolico di Gaza durante le fasi più acute del conflitto israelo-palestinese, gesto fortemente simbolico che ha rafforzato la percezione di una postura vaticana sensibile alle istanze del Sud globale e delle popolazioni civili colpite dalla guerra.
Con l’avvento di Leone XIV, pur nella continuità strategica sull’asse Nord–Sud, si osserva un cambiamento significativo sull’asse Est–Ovest. Uno dei primi atti simbolicamente rilevanti del nuovo pontificato è stato il contatto con il rappresentante della comunità ebraica negli Stati Uniti, gesto interpretato da numerosi osservatori come un tentativo di riposizionare il Vaticano nel dibattito transatlantico e di prendere le distanze dalla percezione di un eccessivo sbilanciamento filoarabo. Contestualmente, Leone XIV ha espresso una posizione più nettamente filo-ucraina e compatibile con l’orizzonte euro-atlantico, definendo la postura russa non come reazione difensiva a dinamiche imperiali altrui, bensì come espressione di una volontà di conquista. In altri termini, se Francesco aveva adottato una lettura prudente del conflitto, attenta alle logiche di equilibrio tra potenze, Leone XIV sembra orientarsi verso una interpretazione normativa del diritto internazionale, più esplicitamente critica nei confronti dell’aggressione russa. Si può dunque affermare che, mentre sul piano strategico globale Leone XIV si colloca nella continuità del suo predecessore, sul piano tattico e geopolitico egli imprime una discontinuità marcata, soprattutto nei rapporti con l’Occidente politico.
Questo mutamento si riflette anche nella funzione di contropotere che il nuovo Pontefice è chiamato a esercitare. Diversi segnali indicano come Prevost sia stato percepito, e in parte scelto, come controbilanciamento morale e simbolico al populismo sovranista statunitense, in particolare al movimento MAGA riconducibile a Donald Trump. Emblematico, in tal senso, è il confronto pubblico con il vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, cattolico dichiarato, sul concetto di ordo amoris. Quando Vance sostenne, in un’intervista a Fox News, che l’amore cristiano dovrebbe seguire una gerarchia, dalla famiglia alla nazione, fino al resto del mondo, Prevost replicò, attraverso il social X, che tale interpretazione tradisce il messaggio evangelico, poiché Gesù non chiede di razionalizzare o gerarchizzare l’amore per il prossimo, ma di viverlo come principio universale.
Resta tuttavia da verificare se questa linea sarà mantenuta nel medio-lungo periodo. Il pontificato di Leone XIV è agli inizi e si trova ad affrontare una sfida interna non secondaria: ricostruire l’unità di una Curia romana ampliata ma frammentata. Come osservato da mons. Paolo Romeo, già nunzio apostolico e arcivescovo di Palermo, Francesco lascia «una Curia in sofferenza non tanto per problemi economici, quanto per una mancanza di armonia interna», conseguenza anche dell’allargamento della governance ecclesiale verso il Sud globale. Prima di imprimere pienamente la propria impronta, Leone XIV dovrà dunque rimarginare le fratture interne e, verosimilmente, attenuare alcune forme di accentramento decisionale che avevano caratterizzato il pontificato precedente. In questo senso, appare particolarmente significativa l’osservazione di padre Arturo Sosa Abascal, Preposito generale della Compagnia di Gesù, secondo cui «il conclave elegge il successore di Pietro, non quello di Francesco». Tale affermazione sintetizza efficacemente la dialettica tra continuità e discontinuità che attraversa l’attuale fase della Chiesa cattolica: una strategia globale ormai consolidata, ma tattiche e stili di governo destinati a mutare in funzione delle sfide storiche contingenti.
Il destino della Santa Sede non si gioca principalmente nel confronto tra conservatorismo e progressismo, una categoria interpretativa spesso sovrautilizzata nel dibattito occidentale, ma su un piano più profondo: quello della sopravvivenza come attore globale e della capacità di mantenere una funzione di contropotere nel sistema internazionale. Tale ruolo è oggi messo alla prova sia dalla competizione con altri ordinamenti religiosi sia dalla violenza esercitata da attori non statali, che individuano nel cattolicesimo un bersaglio simbolico e strategico. A questa pressione esterna si affianca una dinamica apparentemente contraddittoria: mentre nel mondo occidentale l’influenza del Vaticano tende a ridursi, la popolazione cattolica globale continua a crescere, soprattutto nel Sud del mondo. Questa espansione non garantisce automaticamente maggiore potere, ma impone alla Santa Sede una continua ridefinizione della propria legittimità e della propria capacità di incidere in contesti politici, sociali e culturali sempre più eterogenei.
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