Il popolo curdo tra promesse tradite e abbandoni geopolitici

Dalla Repubblica di Mahabad alla Siria post-Assad, la storia di una nazione senza Stato segnata dalle decisioni delle grandi potenze.

di Shorsh Surme

Le dinamiche di potere internazionali hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nel determinare il destino del popolo curdo, che conta tra i 35 e i 40 milioni di persone ed è distribuito tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e alcune aree dell’Armenia. Dalla fine della Prima guerra mondiale, le aspirazioni curde a uno Stato indipendente sono state ripetutamente vanificate da accordi e decisioni esterne, con conseguenze spesso profonde e negative sulla loro identità collettiva.
L’esperienza dei curdi siriani con l’“autogoverno”, instaurato dopo l’indebolimento del governo centrale a seguito dei disordini che hanno travolto la Siria nel 2011, non rappresenta il primo tentativo curdo di creare un’entità politica capace di esprimere una propria identità nazionale.
Così come gli Stati Uniti hanno progressivamente abbandonato le Forze Democratiche Siriane (SDF), partner chiave nella guerra contro l’ISIS, a favore del governo centrale di Damasco, ponendo fine a oltre un decennio di autogoverno, anche l’ex Unione Sovietica abbandonò la Repubblica di Mahabad nel Kurdistan iraniano nel 1946. Ciò avvenne in seguito a un accordo tra Stalin e Teheran, nell’ambito del ritiro delle truppe sovietiche dall’Iran settentrionale, occupato durante la Seconda guerra mondiale.
La Repubblica di Mahabad, proclamata dal leader curdo Qazi Muhammad con il sostegno sovietico, durò solo pochi mesi prima che Teheran ristabilisse la propria autorità sulla regione. Un precedente tentativo, la Repubblica di Ararat, era stato dichiarato dai curdi della Turchia sud-orientale nel 1927, ma ebbe una vita ancora più breve.
Dopo la Prima guerra mondiale, le potenze alleate vittoriose ridisegnarono il Medio Oriente. Il Trattato di Sèvres del 1920 contemplava la creazione di uno Stato curdo, ma tale promessa venne cancellata dal Trattato di Losanna del 1923, che definì gli attuali confini della Turchia attraverso un accordo tra le potenze europee e Mustafa Kemal Atatürk.
Anche i curdi iracheni vissero un momento cruciale dopo il crollo del governo centrale di Baghdad, in seguito all’invasione statunitense del 2003. La regione del Kurdistan iracheno ottenne un’ampia autonomia, guidata dal Partito Democratico del Kurdistan (PDK) di Masoud Barzani e dall’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) del defunto Jalal Talabani. Entrambi i partiti speravano che questa autonomia potesse evolvere in uno Stato indipendente con il sostegno degli Stati Uniti.
Quando nel 2017 si tenne il referendum sull’indipendenza, che registrò il 90 per cento di voti favorevoli, Turchia e Iran misero in stato di allerta le proprie forze ai confini del Kurdistan iracheno, mentre Baghdad impose misure punitive. Il governo regionale fu così costretto a congelare il processo politico e a rinviare qualsiasi proclamazione ufficiale.
L’anno scorso Abdullah Öcalan, leader incarcerato del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), ha rinunciato alle aspirazioni autonomiste nella Turchia sud-orientale e ha annunciato la deposizione delle armi dopo 41 anni di conflitto con Ankara. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha utilizzato questo appello come leva politica per esercitare pressioni sui curdi siriani affinché deponessero le armi e si integrassero senza condizioni nel nuovo governo siriano guidato da Ahmed al-Sharaa, formatosi dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2014.
Mazloum Abdi, comandante delle SDF, ha tentato senza successo di ottenere dagli Stati Uniti uno status speciale per i curdi nel nuovo assetto siriano. È apparso sempre più evidente che Washington avesse deciso di sostenere il nuovo governo di Damasco e che fosse giunto il momento di sciogliere la partnership con i curdi siriani, un’alleanza iniziata nel 2015 a Kobani, punto di svolta nella sconfitta del “califfato” dell’ISIS, e conclusasi con l’ingresso dell’esercito siriano nelle aree controllate dalle SDF nei governatorati di Aleppo, Raqqa, Deir ez-Zor e Hasakah.