Il rischio iraniano

In attesa di un Bonaparte e nodo di interdizione strategica.

di Paolo Falconio * –

English

L’analisi presenta l’Iran come nodo di interdizione strategica globale, non semplice attore regionale. La crisi interna del regime – caratterizzata da proteste diffuse, frattura del patto sociale, esitazioni dell’esercito e chiusura dei bazaar – segnala il possibile collasso del sistema. L’autore prevede l’emergere di un “Bonaparte” dall’interno piuttosto che il ritorno dello Shah.
La dimensione globale della crisi deriva dal ruolo energetico iraniano: il petrolio persiano costituisce il 13-14% delle importazioni cinesi, quota non sostituibile. Il controllo dello Stretto di Hormuz (20-25% del petrolio mondiale) conferisce a Teheran una leva di interdizione sistemica che trascende i confini regionali.
L’ipotesi più audace: un possibile duopolio energetico USA-Russia finalizzato a marginalizzare altri attori e colpire la dipendenza energetica cinese. Questo solleva la domanda cruciale: la Cina accetterà una “lenta asfissia” o risponderà con escalation (compresa la de-dollarizzazione)?
Conclusione: non esistono più “crisi regionali” ma solo nodi di un sistema complesso interconnesso. Se il cambio di regime iraniano fosse perseguito in chiave di strangolamento della Cina (non solo di contenimento regionale), il rischio di conflitto tra superpotenze diventerebbe concreto, trasformando una rivolta locale in potenziale detonatore globale.

Mentre la situazione interna dell’ Iran è segnata da focolai di rivolta contro il regime incarnato da Khamenei alcuni analisti hanno rilevato correttamente che assistiamo alla fine della funzione della Repubblica Islamica in senso storico. Altri ancora, a mio avviso correttamente, si pongono il dubbio se un intervento esterno e manifesto ora possa ricompattare le masse di una Nazione che ha un animo imperiale e una identità mai perduta, favorendo di fatto l’ enclave di potere esistente.
Sicuramente siamo di fronte a una crisi interna sistemica, che attraversa ogni livello della società e che mette in discussione il patto implicito che ha retto la Repubblica islamica per oltre quattro decenni: stabilità in cambio di sopravvivenza economica.
Oggi quel patto è incrinato. E la frattura non riguarda più soltanto i giovani, le donne, gli studenti o le minoranze etniche. Riguarda il cuore economico del Paese, i bazaar, i commercianti, le famiglie urbane che per anni hanno garantito una forma di consenso passivo. Il rial crolla, l’inflazione é insostenibile e il costo della vita diventa una minaccia quotidiana.
Le manifestazioni esplose negli ultimi mesi non hanno un leader, né un programma politico definito. Sono spontanee, trasversali, imprevedibili e tuttavia al momento, la mancanza di un disegno e di una guida le rendono più fragili.
In ogni caso dai mercati alle università, le rivolte si diffondono nelle città di provincia. Non chiedono solo riforme: chiedono dignità, lavoro, stabilità.
Il governo risponde con una strategia ambivalente: piccoli segnali di apertura, accompagnati da arresti mirati e chiusure temporanee degli atenei. È una tattica già vista, ma oggi meno efficace. Perché la radice della crisi non è politica: è materiale.
Le informazioni su una “parte curda fuori controllo” vanno lette con cautela: i curdi non sono un corpo estraneo improvvisamente destabilizzante, ma una comunità strutturalmente esclusa dal potere centrale almeno dal XVI secolo. Da cinquecento anni rappresentano una componente permanente del sistema politico mediorientale, relegata ai margini e periodicamente repressa, mai realmente integrata.
La vera novità non è dunque la mobilitazione curda, quanto la frattura che essa contribuisce a far emergere all’interno dello Stato. Il rifiuto di settori dell’esercito di sparare contro la popolazione e non solo curda, segnala una spaccatura rilevante nella catena di comando e nella legittimità del potere. Quando l’apparato coercitivo esita, anche la protesta assume un diverso peso. Dietro questa postura dell’ esercito ci sarebbe la posizione statunitense e la minaccia di un intervento diretto.
Inoltre sembra che i bazar non vogliano riaprire nonostante l’ invito del governo e questo è un altro segnale molto importante perché avvenne lo stesso quando lo Shiah fu deposto.
Le ipotesi sul ritorno dello Shah a mio avviso sono deboli. Ad invocarlo sono i giovani in cerca di una alternativa simbolica, ma non chi la monarchia la ha conosciuta. Una imposizione dall’ esterno potrebbe portare più problemi che soluzioni. La verità è che l’ economia iraniana è flagellata da corruzione, mala gestione e dal sostegno ai suoi proxy. Su 60 miliardi di introiti petroliferi, 50 si disperdono nei modi anzidetti.
Personalmente credo che, se il regime cadesse, emergerà un Bonaparte, ad esempio dalle file dell’ esercito, capace di coniugare il sentimento Nazionale con le istanze di protesta
L’ operazione Shah, mi sembra una di quelle operazioni da laboratorio, prive di una reale conoscenza del Paese e quindi destinate a trasformarsi in ulteriori crisi.
In ogni caso il regime iraniano cammina sul filo del rasoio e potrebbe realmente collassare in qualsiasi momento. Attualmente si affida quasi totalmente ai Pasdaran per cercare di reprimere le rivolte.
Israele monitora attentamente tanto che circola una battuta: Se volete sapere dov’è Khamenei, chiedere a Israele.
La dimensione interna iraniana quindi assume rilevanza non solo sul piano della partita Regionale, ma anche sul piano globale perché l’ Iran ha una rilevanza determinante, per una serie di fattori che vedremo, anche sul piano della competizione tra superpotenze. Un nodo di interdizione strategico che potrebbe innescare scenari di conflitto, potenzialmente anche armato tra USA e Cina. Importante che il lettore capisca che l’ analisi attiene agli scenari possibili e non è deterministica.
Negli ultimi anni si è spesso discusso dell’Iran come di una potenza regionale, un attore importante nel Golfo Persico ma con un’influenza limitata ai confini mediorientali. Questa lettura però rischia di essere riduttiva se si analizzano più attentamente i flussi energetici globali e le dinamiche geopolitiche che ne derivano. Teheran non è semplicemente un giocatore locale, ma rappresenta un nodo strutturale nel sistema internazionale, capace di influenzare la sicurezza energetica mondiale e le strategie delle grandi potenze come Cina e Russia.
Il petrolio iraniano costituisce una leva di portata globale. La Cina importa oltre il settanta per cento del proprio fabbisogno energetico e il greggio proveniente dall’Iran rappresenta una quota stimata tra il tredici e il quattordici per cento delle sue importazioni totali. Questo flusso non può essere facilmente sostituito perché i fornitori alternativi come Arabia Saudita, Iraq, Russia e paesi africani operano già vicino ai loro limiti produttivi e dipendono da rotte marittime vulnerabili come gli stretti di Malacca o Hormuz. A questo si aggiunge che il Venezuela rappresentava un altro cuscinetto per Pechino con circa il quattro per cento del totale importato via mare. La perdita combinata di Iran e Venezuela metterebbe in seria difficoltà qualsiasi strategia cinese basata su forniture affidabili, anche nel caso si tentasse di incrementare le importazioni da Russia o dal Medio Oriente e certo le riserve accumulate proteggono la Cina dagli shock , non da deficienze strutturali. Il punto cruciale è che l’Iran non è sostituibile nel quadro delle forniture cinesi, almeno nel panorama attuale e inoltre è insostituibile per la sua capacità di agire come nodo di interdizione strategica, in grado di influenzare prezzi, flussi e stabilità dei mercati energetici su scala planetaria.
L’Iran possiede dunque una leva che supera ampiamente i confini regionali. Lo stretto di Hormuz controlla il transito di circa il venti-venticinque per cento del petrolio mondiale e non serve nemmeno una chiusura totale per avere effetti globali, basta la minaccia o l’instabilità per provocare conseguenze a catena. In Iraq, Siria, Libano e Yemen, Teheran dispone di reti di alleati e proxy che amplificano la pressione senza necessità di un confronto diretto con gli Stati Uniti o la Cina. Sul fronte energetico e diplomatico, il petrolio iraniano può essere venduto a Pechino a prezzi scontati, influenzando indirettamente i rapporti geopolitici tra grandi potenze e i mercati internazionali. Il quadro cambia radicalmente se si considera l’insieme dei fattori in gioco: il Venezuela compromesso, i Caraibi controllati dagli Stati Uniti, Africa e Medio Oriente vicini al limite produttivo. In questa mappa geopolitica, l’Iran smette di essere solo regionale e diventa un attore pivotale globale, un nodo di pressione strategica su più continenti.
Gli impatti strategici sono molteplici. Per la Cina, la perdita dell’Iran combinata con quella del Venezuela costringerebbe Pechino a riorganizzare completamente la propria politica energetica con conseguenze industriali e sociali potenzialmente rilevanti. Per la Russia, Mosca potrebbe aumentare le esportazioni verso la Cina ma non può sostituire interamente i volumi persi e dipende da infrastrutture e rotte vulnerabili. Sui mercati globali, ogni interruzione delle forniture iraniane provoca rialzi dei prezzi, volatilità finanziaria e tensioni geopolitiche diffuse. L’Iran dunque non è un problema solo per il Medio Oriente ma è un moltiplicatore di rischio globale, un attore capace di influenzare l’equilibrio tra grandi potenze senza entrare direttamente in conflitto.
Ridurre l’Iran a una semplice potenza regionale significa fraintendere la natura del potere nel contesto attuale, non più solo militare o economico ma sistemico e basato sulla capacità di interdizione. In un mondo in cui l’energia, le rotte marittime e i mercati finanziari sono profondamente interconnessi, Teheran emerge come un pezzo fondamentale del gioco globale, in grado di determinare strategie, scelte industriali e assetti geopolitici.
Per quanto riguarda la valutazione del rischio di escalation, il quadro delineato presenta elementi di elevata preoccupazione. L’interdipendenza energetica descritta crea un sistema fragile dove qualsiasi azione contro l’Iran, che sia un intervento militare o tentativi di regime change, potrebbe innescare reazioni a catena difficilmente controllabili. La capacità di Teheran di utilizzare lo stretto di Hormuz come arma strategica, anche solo attraverso la minaccia, rappresenta un fattore di instabilità permanente. Le reti di proxy regionali permettono all’Iran di rispondere asimmetricamente senza esporre direttamente il territorio nazionale, complicando qualsiasi calcolo di deterrenza. Ma è il coinvolgimento della Cina come dipendente dalle forniture iraniane che aggiunge una dimensione più ampia del contesto regionale e rende particolarmente delicata la crisi a cui assistiamo. Il rischio di escalation va quindi considerato alto perché come abbiamo visto mancano cuscinetti di sicurezza alternativi, i margini produttivi globali sono ridotti e le interconnessioni creano effetti domino imprevedibili.
Per essere più chiari dal futuro assetto dell’ Iran dipenderanno alcuni fattori globali. In primis Russia e USA potrebbero puntare a un duopolio in grado di spodestare gli altri attori, comprese le petromonarchie, dalla governance energetica. Per la Russia segnerebbe il ritorno ad attore globale e un fattore di equilibrio con la Cina, per gli USA si avrebbero una serie di vantaggi: primo consolidare il primato USA proprio attraverso una governance energetica semplificata, stabilizzare gli stretti come bal el Mandeb e Hormuz, divenuti vitali per le loro esportazioni e contemporaneamente fornire un sottostante (l’ energia) con il quale mettere in sicurezza l’ economia interna americana. Infine colpire la Cina nel suo punto debole. La dipendenza energetica. La domanda che questo testo pone è la seguente: la Cina sarà disponibile a una lenta asfissia? Cosa accadrebbe se smettesse di commerciare in dollari ?
La realtà è che né Trump, né la Cina si sentono pronti a un confronto diretto, ma la Caduta del Regime iraniano e la sua sostituzione con uno non filo occidentale, ma neanche anti occidentale è anti israeliano, potrebbe influire sulla stabilità energetica della Cina e quindi potrebbe costituire un fattore di accelerazione per una possibile escalation nel confronto tra il gigante asiatico e la superpotenza americana
In sostanza se gli Stati Uniti intendono giocare la partita iraniana garantendo la Cina (ammesso che questa si fidi delle garanzie americane) e quindi in un’ ottica prettamente Regionale , allora forse questo rischio escalation potrebbe essere disinnescato e la crisi potrebbe essere gestibile, ma se l’ Iran è nel mirino di Washington in un’ ottica di asfissia dell’ economia cinese, allora il rischio di conflitto diviene molto concreto e un conflitto diretto USA Cina è uno scenario che sarebbe preferibile evitare.
Nel mondo interconnesso, ogni pressione locale può diventare un detonatore globale nel quadro della sfida tra superpotenze È una lezione di geopolitica contemporanea: non esistono più “crisi regionali”, esistono solo nodi di un sistema complesso.
Se transizione di regime ci sarà, e francamente è augurabile, andrà gestita con molta cautela perché la grande domanda rimane aperta: in un sistema così interconnesso e fragile, è ancora possibile controllare le conseguenze delle proprie azioni strategiche? O la complessità del sistema ha superato la capacità dei singoli attori di prevedere e gestire gli effetti delle proprie scelte? La risposta a questa domanda determinerà non solo il futuro dell’Iran, ma la stabilità dell’intero ordine internazionale.

Bibliografia.
Politica interna iraniana:
– Axworthy, Michael. Revolutionary Iran: A History of the Islamic Republic. Oxford: Oxford University Press, 2013.
– Abrahamian, Ervand. A History of Modern Iran. Cambridge: Cambridge University Press, 2008.
– Alfoneh, Ali. Iran Unveiled: How the Revolutionary Guards Is Transforming Iran from Theocracy into Military Dictatorship. Washington, DC: AEI Press, 2013.
– Keshavarzian, Arang. Bazaar and State in Iran: The Politics of the Tehran Marketplace. Cambridge: Cambridge University Press, 2007.
– Dabashi, Hamid. Iran: The Rebirth of a Nation. New York: Palgrave Macmillan, 2016.
– Bayat, Asef. Life as Politics: How Ordinary People Change the Middle East. Stanford: Stanford University Press, 2013.

Proxy, milizie e proiezione regionale:
– Berti, Benedetta, and Yoel Guzansky. The Iranian Proxy Model: The Limits of Strategic Depth. Tel Aviv: INSS, 2015.
– Phillips, Christopher. The Battle for Syria: International Rivalry in the New Middle East. New Haven: Yale University Press, 2016.
– Eisenstadt, Michael, and Michael Knights. Iran’s Military Interventions: Patterns, Drivers, and Signposts. Washington, DC: The Washington Institute for Near East Policy, 2016.

Geopolitica dell’energia e interdizione strategica:
– Yergin, Daniel. The New Map: Energy, Climate, and the Clash of Nations. New York: Penguin Press, 2020.
– Klare, Michael T. Rising Powers, Shrinking Planet: The New Geopolitics of Energy. New York: Metropolitan Books, 2008.
– Fattouh, Bassam, and Andreas Economou. OPEC, the US Shale Revolution, and the Global Oil Market. Oxford: Oxford Institute for Energy Studies, 2018.

Cina, sicurezza energetica e competizione tra superpotenze:
– Downs, Erica. China’s Quest for Energy Security. Santa Monica: RAND Corporation, 2000.
– Friedberg, Aaron. A Contest for Supremacy: China, America, and the Struggle for Mastery in Asia. New York: W. W. Norton, 2011.
– Swaine, Michael. America’s Challenge: Engaging a Rising China in the Twenty-First Century. Washington, DC: Carnegie Endowment for International Peace, 2011.
– Kaplan, Robert D. The Revenge of Geography: What the Map Tells Us About Coming Conflicts and the Battle Against Fate. New York: Random House, 2012.

Quadri teorici e concettuali:
– Allison, Graham. Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap? Boston: Houghton Mifflin Harcourt, 2017.
– Nye, Joseph S. The Future of Power. New York: PublicAffairs, 2011.
– Friedman, George. The Next 100 Years: A Forecast for the 21st Century. New York: Doubleday, 2009.

* Miembro del Consejo de Gobierno Honorario y Profesor en la Society for International Studies (SEI).

Tutti i Diritti Riservati.