
di Tommaso Franco –
C’è un momento preciso, tra le mura di un palazzo nel cuore della periferia milanese, in cui nove uomini stendono un tappeto per la preghiera, trasformando per pochi minuti un laboratorio sartoriale in una moschea. Prism si rivela come una società dove i confini geografici sfumano nel battito ritmico delle macchine da cucire, capace di riscattare talenti invisibili per restituirli all’alta moda.
In quel silenzio, l’identità e il lavoro si fondono, proprio come accade tra i banchi dei mercati capitolini, dove i ragazzi di Barikamà offrono lo yogurt che ha rappresentato la loro salvezza: un’alchimia perfetta che unisce la sapienza ancestrale del Mali al rigore scientifico del biologico italiano.
Nono semplici parabole di integrazione, ma la prova che il Made in Italy è oggi un’eccellenza che parla lingue nuove. Mentre il sistema normativo arranca tra burocrazia e paradossi, queste realtà dimostrano che il know-how appreso in madrepatria non è un fardello, ma una fonte inesauribile di resilienza. Qui, il migrante smette di essere un “soggetto da aiutare” per diventare un maestro da cui imparare, rigenerando le nostre tradizioni produttive con la forza di chi ha saputo ricominciare da zero.
Barikamà: lo yogurt africano che sa di riscatto.
Per i protagonisti di Barikamà (che in lingua bambara significa appunto “resilienza”), il viaggio inizia dalle terre arse del Mali e del Senegal, attraversa l’inferno del caporalato di Rosarno e approda alla stazione Termini nel 2010. L’intuizione di Sulemana e dei colleghi Moribo, Abu e Shiriqi è stata sposare il sapere ancestrale con il rigore scientifico italiano. Alla domanda di Monica e Ilaria, volontarie del centro Ex SNIA: “Cosa sapete fare?”, la risposta fu un ritorno all’infanzia: “Lo yogurt”. Moribo ricorda con nostalgia di quando, bambino nel Mali, osservava i genitori produrlo per mezzo di mungitura manuale e fermentazione naturale.
Ma è al Casale di Martignano che la sopravvivenza si è fatta impresa. Sotto la guida di Andrea Ferrazza, quella ricetta si è evoluta in un innovativo “contratto di rete” dove la sapienza del deserto incontra la scienza del PH e il controllo termico, trasformando venti litri di prova in una produzione d’eccellenza da duecento litri a lavorazione. Barikamà è oggi anche un hub di inclusione sociale: come cooperativa di tipo B, accoglie italiani con sindrome di Asperger, dimostrando che la “mixitè” genera valore umano e produttivo senza confini.
Prism: l’hub milanese che recupera il talento sommerso di maestri sarti internazionali.<*em>
A Milano, Prism (evoluzione industriale della collezione iniziale Mafric) compie un’operazione speculare. Più che una semplice impresa, è un hub internazionale nato come società benefit per recuperare il “talento sommerso”: professionisti che, pur essendo maestri sarti nei propri paesi d’origine (come Egitto, Bangladesh, Mali, Georgia o Ucraina), erano finiti ai margini del mercato del lavoro italiano, impiegati come rider o muratori. Il modello di Prism rifiuta l’assistenzialismo: l’azienda non fa formazione di base ma, come spiega il fondatore, punta sulla competenza: “Se sai cucire e lavori sodo, ricevi lo stipendio”. Questa eccellenza qualitativa ha permesso di attrarre clienti solidali e di aprirsi al terzismo strategico per brand della moda sostenibile, trasformando l’invenduto in valore attraverso il repairing e l’upcycling.
Prism una società benefit che mette per statuto l’impatto sociale al centro dell’operato. Ciò si traduce in un supporto a 360 gradi per i dipendenti. Il rapporto tra Giovanni e i collaboratori supera le gerarchie tradizionali, diventando fraterno: il fondatore accompagna sarti come Keita alle poste o in banca e li sostiene nella difficile ricerca di un alloggio in una Milano spesso ostile. Prism accoglie chiunque, monito di competenza sartoriale, provenga da contesti di fragilità (da italiani reduci da lunga disoccupazione a lavoratori ex detenuti), offrendo massima flessibilità per orari e ferie, agevolando così i complessi rientri nei paesi d’origine. Grazie alla sinergia con il Comune di Milano e la Caritas, Prism trasforma quasi sempre i tirocini in contratti a tempo indeterminato. Questo passaggio è vitale per il rinnovo dei permessi di soggiorno e per la dignità dei lavoratori, un impegno concreto che è valso all’azienda il prestigioso premio “We Welcome” dell’UNHCR.
L’integrazione incompiuta, la cittadinanza dimezzata e il razzismo immobiliare.
Prism vive oggi una fase di successo con un team raddoppiato a venti unità. Tuttavia, la prevalenza di dipendenti egiziani crea “ghetti” linguistici che ostacolano l’integrazione e generano dissapori: “È un problema perché fanno comunella, parlano in arabo fra di loro non si sa quello che dicono”. Giovanni gestisce questi attriti con un mix di rigore ed empatia, accogliendo storie di estrema resilienza come quella di Sherif, sarto per metà egiziano e per metà ucraino, fuggito da Kiev, dove ha perso la sua famiglia dopo che una bomba ha raso al suolo il suo laboratorio sartoriale. Barikamà prosegue il suo cammino lottando contro un contesto operativo durissimo, segnato dal dimezzamento della produzione e da attacchi mediatici e legali. La cooperativa resiste al paradosso di molti migranti che, illusi dai trafficanti, rifiutano la fatica del lavoro regolare per l’assistenza dei centri.
Entrambe le realtà si scontrano con il “razzismo immobiliare”: nonostante contratti a tempo indeterminato, i lavoratori subiscono rifiuti sistematici dai proprietari di casa. Questo fenomeno non è solo un pregiudizio, ma una violazione indiretta del diritto alla vita familiare (Art. 8 CEDU). Senza un alloggio a norma, il ricongiungimento familiare resta un miraggio burocratico, condannando i dipendenti a una “cittadinanza dimezzata”. Queste persone contribuiscono attivamente all’economia ma restano escluse dalla dimensione affettiva, condannate a vivere lontano dai propri figli in una società che ne accetta il lavoro ma ne respinge la presenza sociale.
Il sogno di un’industria umana oltre la Bossi-Fini: l’utopia olivettiana di Giovanni in Etiopia.
Le realtà di Barikamà e Prism agiscono come “scudi giuridici” contro la legge Bossi-Fini, che lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, trasformando l’impresa in una sorta di autorità di frontiera, dove la decisione di licenziare per motivi economici può trasformarsi in un provvedimento di espulsione. Il sistema dei “Decreti Flussi” aggrava la situazione. Questa misura che stabilisce il numero di persone che possono entrare in Italia per lavorare. Tuttavia, spesso viene sfruttata per generare illeciti: intermediari vendono visti a cifre esorbitanti (fino a 15mila euro) per lavori inesistenti. Per superare questa impasse, restano fondamentali le proposte di riforma come quelle della campagna “Ero Straniero”, che puntano sull’introduzione di permessi di soggiorno per ricerca lavoro, sul meccanismo degli “sponsor” e su percorsi di ingresso più flessibili.
La visione di Giovanni e Paolo guarda all’Etiopia, con il sogno di aprire una fabbrica ispirata ai modelli di Crespi d’Adda e Adriano Olivetti. Se Olivetti trasformò la fabbrica in un motore di benessere sociale e culturale, queste ‘utopie concrete’ rappresentano oggi la risposta più efficace al paradosso della cittadinanza dimezzata. Riconoscere il loro talento significa comprendere che l’integrazione non è un atto di carità, ma un investimento sulla qualità e sulla sopravvivenza della nostra manifattura. Il domani del Made in Italy si scrive lì, tra il fango di Martignano e il ritmo incessante delle macchine da cucire di periferia milanese, dove il diritto al futuro ha finalmente il sapore del riscatto.










