Il ritorno del sogno ottomano: la Turchia della Patria Blu. Il declino italiano

di Paolo Falconio –

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Il presente articolo analizza la trasformazione della politica estera turca sotto la presidenza Erdoğan, focalizzandosi sulla dottrina della Mavi Vatan (“Patria Blu”) come elemento centrale di una strategia di riaffermazione geopolitica neo-ottomana nel Mediterraneo orientale e oltre.
La ricerca esamina come la Turchia stia perseguendo un progetto revisionista dell’ordine regionale attraverso una ridefinizione unilaterale delle Zone Economiche Esclusive basata sulla teoria delle placche tettoniche, in contrapposizione all’interpretazione convenzionale dell’UNCLOS. Tale approccio, che privilegia criteri di massa continentale e popolazione rispetto alla sovranità territoriale insulare, viene inquadrato nel contesto più ampio di una visione neo-imperiale che recupera selettivamente l’eredità ottomana reinterpretandola in chiave marittima ed energetica.
L’analisi si articola su cinque dimensioni strategiche principali:

(1) la ridefinizione degli spazi marittimi e il controllo delle risorse energetiche sottomarine nel Mediterraneo orientale;

(2) la penetrazione politico-militare in Libia attraverso il Memorandum of Understanding del 2019 con il Governo di Accordo Nazionale;

(3) l’espansione nei Balcani occidentali, con particolare riferimento all’Albania come testa di ponte verso l’Europa sud-orientale;

(4) il posizionamento strategico come crocevia energetico indispensabile per l’Unione Europea; (5) la proiezione in Africa subsahariana e nel Corno d’Africa.

Lo studio evidenzia come la Turchia combini strumenti militari, economici, diplomatici e culturali per costruire relazioni asimmetriche ma efficaci, sostenute finanziariamente da partnership strategiche (Qatar) e legittimate internamente attraverso una narrazione nazionalista di potenza ritrovata. Particolare attenzione viene dedicata alle implicazioni per l’Italia, che ha progressivamente perso influenza in aree tradizionalmente considerate di interesse strategico nazionale (Libia, Albania, corridoi migratori).
La ricerca conclude che la politica estera turca rappresenta un caso paradigmatico di attore revisionista regionale che sfida l’ordine post-coloniale e post-Guerra Fredda, operando simultaneamente dentro e contro le strutture dell’alleanza atlantica. L’assenza di una risposta strategica coordinata da parte europea, e italiana in particolare, rischia di consolidare un nuovo equilibrio mediterraneo nel quale gli interessi occidentali risultano strutturalmente marginalizzati. Si raccomanda lo sviluppo urgente di una strategia coerente che, pur non necessariamente conflittuale, sia fondata sulla consapevolezza della competizione geopolitica in atto e sulla tutela assertiva degli interessi nazionali ed europei nei teatri critici.

Nel Mediterraneo orientale la Turchia sta assumendo un ruolo di crescente rilievo politico, energetico e militare. Il Memorandum of Understanding sulla delimitazione delle Zone Economiche Esclusive, firmato il 27 novembre 2019 con il Governo di Accordo Nazionale libico, rappresenta un passaggio fondamentale della visione del presidente Erdoğan: una Turchia pienamente protagonista nella sua dimensione marittima, oltre che terrestre.
Questa strategia si incardina nella dottrina della Mavi Vatan, la “Patria Blu”, elaborata da figure di spicco della Marina turca come gli Ammiragli Cihat Yaycı e Cem Gürdeniz. Si tratta di una concezione geopolitica che attribuisce alla Turchia un’ampia zona di influenza marittima e che ha implicazioni ben oltre la delimitazione delle acque territoriali. Le Zone Economiche Esclusive non riguardano soltanto la pesca: definiscono il controllo su risorse energetiche sottomarine, rotte commerciali e infrastrutture strategiche.
Il punto critico è che la definizione turca della Patria Blu non segue l’interpretazione dell’UNCLOS adottata da Grecia e da gran parte della comunità internazionale, ma la teoria delle placche tettoniche. Ankara contesta infatti che le isole greche, come Lesbo, Chio, Samo, Kos, Rodi e soprattutto Kastellorizo, possano generare automaticamente una propria ZEE piena, limitando sensibilmente lo spazio marittimo turco, “rinchiudendo” di fatto la Turchia in Anatolia. È una visione che ribalta il principio westfaliano della sovranità territoriale in favore di un criterio di “spazio vitale” marittimo basato sulla popolazione, l’estensione costiera e la massa continentale. Un approccio che ricorda pericolosamente altre dottrine espansioniste del Novecento: riecheggiano pericolosamente logiche di Lebensraum, dove la dimensione demografica e territoriale di uno Stato giustifica la rivendicazione di spazi altrui. Da qui la tensione: la visione neo-ottomana tende a disegnare un Mediterraneo in cui la Turchia abbia un ruolo preminente e imprescindibile. In sostanza questa dottrina funge da cornice ideologica e strategica per la costruzione di un’identità marittima turca, colmando un vuoto storico-culturale che l’Impero ottomano non aveva mai realmente colmato, nonostante la sua estensione mediterranea. Essa diviene perno tra diritto del mare e volontà di potenza. Il tema centrale è chiaro. Non stiamo assistendo a mosse tattiche improvvisate, ma a un progetto strategico coerente che affonda le radici in una visione ideologica precisa.
Nonostante sia membro della NATO, Ankara persegue una politica estera spesso autonoma e talvolta in contrasto con gli interessi dell’Alleanza. Le radici ideologiche di questa postura affondano anche nel pensiero di Ahmet Davutoğlu e nella sua idea di un “ruolo globale” per la Turchia: un ritorno d’influenza del Paese nelle aree un tempo appartenute all’Impero Ottomano. Tale riferimento consente di leggere la politica di Erdoğan non come un insieme di mosse tattiche isolate, ma come un progetto coerente di rinascita dell’influenza turca nei territori e nelle rotte dell’ex Impero ottomano, questa volta però reinterpretati in chiave marittima ed energetica.

Gli obiettivi principali della Patria Blu sono tre:

– Aumentare l’influenza sui piani di distribuzione delle risorse energetiche levantine, in particolare i giacimenti di gas scoperti negli ultimi anni.

– Indebolire l’asse greco-cipriota, proponendosi come attore imprescindibile per sicurezza e cooperazione nel Mediterraneo orientale.

– Evitare l’esclusione dai partenariati regionali nel settore energetico e infrastrutturale, rendendo Ankara un passaggio obbligato per ogni decisione relativa all’area.

La Turchia persegue questi obiettivi combinando diplomazia, pressione militare, presenza navale e rapporti bilaterali asimmetrici. Il caso della Libia è emblematico. Con la firma del memorandum, Ankara ha creato un corridoio marittimo continuo con Tripoli e ha sostituito l’Italia come principale potenza di riferimento nel Paese nordafricano. L’ accordo è un vero salto di qualità: Ankara acquisisce un corridoio marittimo che altera la geografia politica del Mediterraneo e le consente di bloccare qualsiasi infrastruttura energetica ostile oltre che tagliare fuori Grecia, Cipro ed Egitto dai loro progetti infrastrutturali. L’embargo ONU sulle armi verso la Libia ha registrato in più occasioni segnalazioni di violazioni da parte di diversi attori, fra cui la stessa Turchia, il che dà la misura dell’intensità del coinvolgimento turco.
La presenza militare e tecnica turca in Libia non ha solo implicazioni strategiche, il recente avvicinamento con Bengasi (la Libia della Cirenaica che si contrappone alla Tripolitania) rischiano di chiudere definitivamente il corridoio marittimo e consentono ad Ankara di pensare di mettere le mani sui pozzi petroliferi della Cirenaica libica. Una postura che ha conseguenze dirette per l’Italia, non solo in campo energetico. A prescindere dal riavvicinamento recente anche con la Libia Cirenaica di Haftar (i Turchi sono attualmente stabili nella Tripolitania) Roma ha perso la sua “quarta sponda” e, con essa, parte della capacità di controllo operativo sui flussi migratori. Le motovedette donate dall’Italia a Tripoli operano oggi con istruttori turchi a bordo, all’interno di un’area SAR ampliata e finanziata da Roma. Di fatto, un segmento rilevante del sistema di controllo delle partenze è mediato da Ankara. L’immagine delle motovedette italiane con istruttori turchi a bordo é davvero la fotografia di un declino strategico che va oltre il caso specifico. Roma, oltre ad aver rinunciato alla “quarta sponda” senza combattere, ha esternalizzato il controllo migratorio a un attore che persegue interessi divergenti, e continua a pagare per un sistema che non controlla più. Questo solleva una questione più ampia sulla capacità italiana di pensare strategicamente il Mediterraneo. Mentre la Turchia ragiona in termini di secoli e di spazi imperiali reinterpretandoli in chiave moderna, l’Italia sembra ragionare in termini di cicli elettorali e di emergenze contingenti. In definitiva L’Italia ha perso capacità di proiezione, visione geopolitica e, forse, anche consapevolezza della posta in gioco.

La proiezione turca si estende anche ai Balcani occidentali, dove Ankara sfrutta legami culturali e religiosi risalenti al periodo ottomano. Anche qui è un mare, l’Adriatico, a divenire corridoio culturale (punto di origine per raggiungere la porta D’Oriente) e commerciale per una penetrazione terrestre. In particolare in Albania, la Turchia sta progressivamente sostituendo l’Italia come partner strategico: dagli investimenti nel settore edilizio e bancario, alla fornitura di armi e all’addestramento delle forze armate locali. Questa penetrazione multilivello conferisce ad Ankara influenza su due delle principali rotte migratorie verso l’Europa. Quella via mare dalla Libia e quella terrestre attraverso i Balcani. L’espansione di Ankara in Albania, complici le finanze catarine, pone anche problemi relativamente a un sopravvento delle comunità musulmane su altre minoranze e un rischio radicalizzazione con fenomeni legati al terrorismo, che potrebbe anche riflettersi sul territorio italiano attraverso la rotta delle migrazioni terrestri o attraverso la linea di cesura che è costituita appunto dall’ Adriatico. Un mare che diventa nuovamente, come nei secoli passati, una linea di frattura e insieme un ponte. Ma stavolta l’Italia non è Venezia: non ha né la volontà né la visione per controllare questa frontiera liquida. Il rischio – molto concreto – è che l’Albania diventi una testa di ponte turca verso l’Europa sud-orientale, con tutto ciò che questo comporta in termini di controllo dei flussi (migratori, economici, ma anche potenzialmente di intelligence e influenza). Al di là del rischio radicalizzazione, forse ancora più preoccupante è la perdita di influenza italiana in un’area che per secoli è stata sotto la sfera d’influenza veneziana prima e italiana poi
Sul piano energetico, la Turchia si è trasformata in un crocevia fondamentale per il gas diretto verso l’Unione Europea, soprattutto dopo la riduzione delle forniture russe. Controllare i corridoi energetici significa avere potere di veto su infrastrutture critiche. Significa poter rallentare o bloccare progetti come l’EastMed, il gasdotto che dovrebbe collegare Israele, Cipro e Grecia all’Italia, bypassando la Turchia (opposizione a tutto beneficio del turkstream). Significa, in ultima analisi, poter negoziare da posizioni di forza su qualsiasi dossier mediterraneo. Questo si traduce in potere negoziale politico — e Ankara lo ha compreso da tempo.
Non meno rilevante è la crescente presenza turca in Africa. In poco più di un ventennio si è passati da 12 a 44 ambasciate, con un volume commerciale che è cresciuto da 4,3 miliardi di dollari nel 2002 a 36,6 miliardi nel 2024. Basi militari, partenariati economici e investimenti infrastrutturali stanno consolidando un’influenza in aree strategiche come la Somalia e la Libia e in generale nel Corno d’Africa e parte dell’Africa centrale, principalmente in Sudan e Sahel.
Infine, la Turchia ambisce a presentarsi come difensore della Umma, assumendo posizioni assertive nei conflitti del Medio Oriente e nelle recenti vicende siriane. Questa postura tuttavia la mette in rotta di collisione con Egitto e Arabia Saudita e suscita crescente preoccupazione in Israele, unico attore dell’area in grado di rispondere militarmente in modo immediato e sostenuto dagli Stati Uniti. Il ritorno, sia pure simbolico, di un’agenda neo-ottomana non può che incontrare resistenze nell’unico Paese della regione che non accetta alterazioni degli equilibri strategici a proprio svantaggio. Sfidare direttamente Israele significa entrare in una dimensione di conflitto completamente diversa.
Infine nell’analisi non può non trovare spazio una riflessione sulla vocazione imperiale del popolo turco. Nonostante una situazione economica a dir poco incerta (la lira turca è debole, l’inflazione è alta, i fondamentali economici sono preoccupanti), ad Ankara si vince con la politica estera, poco importa se sono i soldi Catarini a finanziarla. Questo è forse il punto più sottile: la politica estera turca non è sostenibile solo con le risorse turche. Ha bisogno di partnership finanziarie (Qatar) e alleanze tattiche. Ma questo non la rende meno efficace. Anzi, dimostra un pragmatismo che manca a molte cancellerie europee. Erdoğan è riuscito a costruire consenso interno attraverso un messaggio di orgoglio nazionale, potenza ritrovata e autonomia strategica. La proiezione esterna serve da collante identitario.
Insomma la politica estera Turca è una politica estera matura e pragmatica e andrebbe presa estremamente sul serio. La Turchia non è più un attore periferico, ma un protagonista che ridisegna gli equilibri regionali e interferisce con quelli globali. Il mio grande rispetto per la politica turca, pur divergendo dagli interessi Italiani, spero che faccia capire che la competizione Geopolitica per quanto accesa, non deve mai scadere nella caricatura dell’ avversario o nella propaganda del mostro alle porte.
La Turchia di Erdoğan ha visione, ha strumenti diversificati (militari, economici, culturali, religiosi), ha la volontà di usarli e ha dimostrato di saper ottenere risultati concreti.
L’Occidente, e l’Italia in particolare, continua spesso a trattare Ankara come un alleato NATO un po’ eccentrico, da riportare all’ordine con qualche richiamo formale. È un errore strategico. La Turchia sta ridisegnando gli equilibri mediterranei e mediorientali, sta costruendo un’area di influenza che dall’Africa ai Balcani arriva fino al Medio Oriente, sta sfidando l’ordine post-coloniale e post-Guerra Fredda.
Ignorare questa realtà o minimizzarla significa condannarsi all’irrilevanza. L’Italia, in particolare, dovrebbe sviluppare urgentemente una strategia coerente verso la Turchia: non necessariamente di contrapposizione frontale, ma almeno di consapevolezza e di tutela degli interessi nazionali nei teatri dove competiamo direttamente: Libia, Albania, corridoi energetici.
La Turchia di Erdoğan non è più la Turchia di Atatürk, secolare e occidentalizzata. Non è nemmeno la Turchia della Guerra Fredda, baluardo NATO contro l’Unione Sovietica. È qualcosa di diverso e di nuovo: una potenza regionale assertiva, con memoria imperiale, ambizioni mediterranee e capacità di proiezione. Sottovalutarla sarebbe l’ennesimo errore strategico europeo in un’epoca in cui di errori strategici non possiamo più permettercene.

* Member of the Honorary Governing Council and lecturer at the Society of International Studies (SEI); Docente SEI preso l’ Università Ferdinand III CEU.