In arrivo il “fate presto” per ursula von der leyen

di Cesare Scotoni –

Con il “fate presto”, che dalle colonne del quotidiano di Confindustria, l’ultimo ad unirsi a quel coro, anticipò l’arrivo dell’ex Commissario Europeo Mario Monti alla Presidenza del Consiglio gli italiani, come sempre divisi presero atto del brusco cambio di paradigma. Compresero che la via intrapresa da quella unione doganale con la creazione di un potere sovranazionale ed esterno ai governi in grado di determinare la massa del circolante ed i valori di cambio, senza aver prima condiviso una carta dei Diritti e dei Doveri né costruito una Governance capace di esprimere un’ambizione che andasse oltre la mediazione al ribasso tra interessi di nazioni più o meno grandi e saper emergere come un elemento identitario, era stato un errore. Gravissimo.
Gli italiani però, anziché riconoscere l’esigenza di una risposta politica forte ed unitaria, in grado se non di salvaguardare l’interesse nazionale almeno di marcarlo rispetto ai partner continentali e di oltre Atlantico, per consolidata abitudine si schierarono su più fronti. Chi si schierò con i sodali di sempre, chi con la propria convenienza, chi ad inseguire un’opportunità e altri in base alla vocazione delle distinte tifoserie. Quell’usuale cacofonia di fondo che, assieme all’eccessiva gestualità, contraddistingue l’italiano medio nell’immaginario di altri popoli. Tra medio e mediocre vi è una differenza, che difficilmente tocca una classe dirigente rinnovata nel peggiore dei modi in un percorso avviato negli anni ’90 per iniziativa di chi dall’esterno, tramontato il rischio comunista, puntava a disarticolare quel sistema di economia mista che aveva permesso al nostro Paese di essere tra le prime cinque economie mondiali.
Già nel 2013 gli Stati Uniti d’America di Obama avvisarono la Merkel di come l’export tedesco ed il gas russo a basso costo che lo sosteneva costituissero un rischio globale ben rappresentato nella bilancia dei pagamenti e che assieme all’ambizione dell’euro di essere una moneta di scambio e riserva per diverse banche centrali ciò fosse percepito come un rischio esistenziale per gli USA. Malgrado ciò e sotto due diverse presidenze nel frattempo alternatisi a Washington dopo gli accordi di Minsk, l’Unione Europea è restata un affare tra Berlino e Parigi, mentre la Polonia diveniva l’alternativa alla Germania nelle aspettative di una NATO dove Londra è un azionista di riferimento.
In linea con la NATO e con le sue proprie ambizioni, Draghi disse no all’esercito europeo per poi “lanciare” le disastrose sanzioni all’Europa sulla vicenda del Donbass, questione su cui Londra si è presa una secca rivincita e l’Unione Europea a trazione Franco Tedesca è andata in archivio. La rielezione di Trump ed i convincimenti su cui ha trovato il consenso dell’elettorato sono stati la botta finale a chi sul ritornello “ce lo chiede l’Europa” ha campato per venti anni e per chi, dopo i referendum del 2005, a Lisbona cercò una scorciatoia, solo per salvarsi da quella bocciatura.
Resta, grande come un macigno, la responsabilità di chi ha permesso ad un mercantilismo d’accatto che si inventa liberista e liberale di indebolire il Welfare di un’Eurozona dove Scuola, Sanità e Pensioni sono state per 15 anni l’oggetto del desiderio dei grandi players globali, mentre gli italiani rincorrevano le briciole.
Il ritorno di un ambasciatore USA a Roma e l’attenzione con cui Giorgia Meloni ha rilanciato la fedeltà del nostro Paese agli interessi dell’Alleato d’oltre Atlantico senza ferire gratuitamente gli sconfitti di un confronto decennale tra le due sponde dell’Atlantico, unito ad un consenso popolare al Governo che nessuno dei partner europei può vantare e all’indubbia capacità di Giorgia Meloni di offrire ad una opposizione inconsistente gli argomenti per mantenere il dibattito lontano da qualsiasi proposizione costruttiva, vedono l’Italia in oggettivo vantaggio che prima o poi vorrà concretizzarsi nella revisione dei fragili equilibri su cui si regge la Commissione presieduta da Ursula Von der Leyen. Il quando sembra calibrato alla ripresa autunnale e fondare i suoi sviluppi su una apertura anticipata della partita quirinalizia. Un altro “FATE PRESTO” è quindi dietro l’angolo.