di Giuseppe Lai –
E’ di alcuni giorni fa la notizia dell’approvazione da parte del governo indiano di uno stanziamento pari a 4,3 miliardi di euro a sostegno delle proprie esportazioni, al fine di contenere l’impatto dei dazi al 50% imposti da Donald Trump ed entrati in vigore lo scorso 27 agosto. Nel mirino del provvedimento statunitense le forniture di petrolio russo all’India, il cui import da Mosca si è attestato a quota 40% nei primi nove mesi del 2025, consolidando il ruolo della Russia quale partner privilegiato di New Delhi.
Al pacchetto di misure varate dal governo di Narendra Modi sull’export si sono affiancati altri provvedimenti sul piano interno, tra cui tagli selettivi a imposte e dazi su beni di consumo e semplificazioni per fare impresa.
In parallelo il governo ha intensificato la diversificazione dei partner esteri, dando impulso al dialogo sulla sicurezza economica con il Giappone e alla riapertura di accordi commerciali con l’Unione Europea e valutando persino alcune aperture selettive a investimenti cinesi in rinnovabili e manifattura avanzata. In merito alla questione più stringente, la contesa con gli Stati Uniti, la strategia seguita dal governo Modi è quella di evitare uno scontro frontale e mantenere un’apertura al dialogo, come dimostra un recente accordo decennale con gli USA in materia di difesa annunciato a inizio novembre. Se si guarda alla storia del Paese degli ultimi anni, sia le misure di politica interna sia le strategie adottate nelle relazioni internazionali non segnano un cambio di passo nella politica di New Delhi. I provvedimenti economici messi in atto contro i dazi americani, pur emergenziali, sono in linea con l’impronta modernizzatrice del governo Modi, come evidenziato dalle misure contenute nella legge di bilancio 2025, tra cui l’allentamento della pressione fiscale per favorire i consumi, la promozione di iniziative private di ricerca e sviluppo (incentrate su tecnologie pulite e produzione avanzata) e gli incentivi per il commercio. Tali iniziative si inseriscono in un quadro progettuale più ampio e costituiscono alcune direttrici di quella visione molto amata dal premier Narendra Modi che va sotto il nome di “Atmanirbhar Bharat”, ossia “autosufficienza nazionale”.
Il concetto esprime la volontà di raggiungere un’autonomia strategica quale presa di distanza da ogni forma di dipendenza esterna. A partire da quella energetica, la cui sicurezza in termini di approvvigionamenti può essere garantita da un enorme potenziale di risorse fossili ancora non sfruttate (almeno 30 miliardi di barili equivalenti di petrolio). In tal senso la sfida dei dazi americani può convertirsi in leva per implementare l’autonomia energetica, una direzione che peraltro il governo ha dichiarato di intraprendere con piani mirati all’esplorazione e alla produzione interna di idrocarburi. Altri progetti finalizzati allo sviluppo economico riguardano la produzione e il consumo di prodotti “Make in India”, che il governo intende incentivare con sussidi e agevolazioni per le aziende che producono nel Paese e per i consumatori che scelgono prodotti locali.
Degno di nota anche il progetto ambizioso di investimenti in infrastrutture, come trasporti e logistica, per supportare la produzione e la distribuzione di beni a livello nazionale e la promozione dell’innovazione tecnologica per implementare la massa critica e la competitività delle industrie indiane sul mercato globale. Nonostante i buoni propositi, restano tuttavia enormi le sfide economiche, sociali e ambientali che l’India deve affrontare: dalla creazione di milioni di posti di lavoro al degrado ecologico, alla riduzione delle disuguaglianze. Tuttavia, a prescindere dalla concreta attuazione di tali propositi di modernizzazione, il dato che emerge in tutta evidenza è che “Atmanirbhar Bharat”, la dottrina dell’ autosufficienza nazionale, appare come il filo conduttore che permea non solo le scelte di politica interna ma anche la postura del Paese nelle relazioni internazionali. La visione di se come nazione che può prosperare in forza del suo ampio mercato interno ben si concilia in politica estera con il principio del “non allineamento”¸ meglio declinabile nel concetto di “autonomia strategica”. Tale principio fu adottato dal primo ministro indiano Jawaharlal Nerhu nel periodo che si estende dal 1947 fino alla guerra di confine con la Cina del 1962 e fu una scelta dettata soprattutto dalla nuova condizione appena ottenuta dall’India, l’indipendenza dal dominio coloniale. Da ciò conseguiva la volontà di mantenere la ritrovata autonomia sia in campo politico che economico, senza dover prendere una posizione obbligatoria tra Stati Uniti e Russia ma ricoprendo il ruolo di terzo polo. Tale posizione di equidistanza, mantenuta fino alla fine della Guerra Fredda, cedette il posto negli anni successivi a una fase nuova della politica estera indiana, per effetto del cambio di scenario a livello internazionale.
Tra i fattori più rilevanti di questa trasformazione il venir meno dei due blocchi contrapposti, americano e sovietico (e quindi della necessità di mantenere un equilibrio) e la scelta isolazionista dell’India, che non aveva dato i frutti sperati in termini economici e di prestigio a livello internazionale. Altri Stati, infatti, come la Cina e la Corea del Sud, avevano scelto di aprirsi al mercato mondiale, raggiungendo tassi di crescita economica molto maggiori e risultati importanti nella riduzione degli indici di povertà nazionali. Complice una grave crisi internazionale agli inizi degli anni 90, che richiese l’intervento del Fondo Monetario Internazionale e una svolta liberista nell’economia, il subcontinente indiano dovette intraprendere una nuova strategia per mantenere la propria autonomia. Scelse il “multilateralismo selettivo”, cioè l’adesione a specifiche alleanze per ottenere vantaggi di interesse nazionale senza compromettere la propria sovranità decisionale.
In tale ambito Delhi ha dato spazio alla propria visione critica, sostenendo l’istituzione di organizzazioni parallele a quelle dell’ordine liberale in collaborazione con altri paesi emergenti. Ad esempio, la cosiddetta “banca dei BRICS” (l’India primo presidente dal 2015 al 2020), nata per finanziare le infrastrutture e lo sviluppo sostenibile nei mercati emergenti. Ciò equivaleva all’adesione ad un multipolarismo rappresentativo delle istanze dei paesi non occidentali, nel quale il principio di autonomia sovrana, dal punto di vista indiano, era maggiormente tutelato rispetto a quanto accadeva nell’ordine liberale, più teso verso una sovranità condivisa e decisioni collettive.
D’altro canto l’india ha firmato accordi di difesa con la Francia ed è membro del QUAD (Quadrilateral Security Dialogue) una cooperazione strategica tra Australia, Giappone, India e Stati Uniti sorta per contenere l’espansionismo cinese nella regione dell’Indo-Pacifico. Il rapporto con Pechino, infatti, è stato caratterizzato, seppure a intervalli variabili, da un antagonismo di fondo. Tale adesione, per Delhi, è stata ad ampio raggio: non preludio a un’alleanza militare ma strumento diplomatico per agganciare gli Stati Uniti, penetrare i mercati del Sud-Est asiatico e favorire la crescita nazionale. Per ciò che concerne i rapporti con l’America, tuttavia, l’India non parla mai di alleanza ma di partenariato. Pensare che New Delhi sia pronta ad abbandonare la politica estera anti-imperialista e anti-colonialista, proiettata verso la multipolarità e volta a preservare la propria autonomia strategica per relazioni più profonde con l’Occidente è probabilmente un errore.
Certamente l’India non vede di buon occhio le aspirazioni della Cina, e ciò facilita un dialogo con Washington su tale questione, ma è anche particolarmente riluttante ad accettare imposizioni esterne o che ne limitino la libertà, anche nelle relazioni con Pechino.
In definitiva, questa volontà dell’India di mantenere la libertà di azione ad ampio spettro, definita ambiguità o visione strategica a seconda delle prospettive, e di inseguire costantemente un equilibrio tra cooperazione multilaterale e competitività nazionale la rende un attore sui generis su scala globale. Per avvicinarsi alla comprensione di questa postura occorre innanzitutto far riferimento al suo passato storico, fatto di differenze sociali, contraddizioni, mix culturali, che hanno permeato un’identità che si riflette inevitabilmente sulle sfere di azione della politica interna e di quella internazionale. Ma è forse proprio questa libertà, difficile, vigilata, negoziata giorno per giorno, a rendere l’India peculiare. Una peculiarità, definita da qualche analista “eccezionalismo indiano” che appare come presa di distanza da schemi troppo rigidi che si richiamano al passato, prediligendo quali opzioni pragmatismo e flessibilità.












