
di Giuseppe Gagliano –
Per anni le relazioni tra India e Cina sono state segnate dalla diffidenza reciproca, dalle dispute territoriali e, soprattutto, dallo scontro del 2020 nella valle di Galwan, costato la vita a venti soldati indiani e quattro cinesi. Un trauma che ha congelato i rapporti e sospinto Nuova Delhi a un temporaneo avvicinamento a Washington. Oggi, invece, si registra un parziale cambio di rotta: i colloqui tra Subrahmanyam Jaishankar e Wang Yi a Nuova Delhi non sono solo una tappa diplomatica, ma il segno che entrambi i giganti asiatici hanno compreso l’insostenibilità di una contrapposizione permanente.
Il dialogo bilaterale non si limita alle questioni di sicurezza. Viene rimesso al centro il commercio, gli scambi culturali, la condivisione dei dati fluviali e persino la ripresa dei voli diretti dopo cinque anni. La Cina, in difficoltà economiche per la contrazione del mercato interno e le tensioni con l’Occidente, ha interesse a consolidare legami con l’India, mercato immenso e in crescita. Dal canto suo, Nuova Delhi cerca di diversificare i propri partner commerciali per compensare le penalizzazioni americane, che hanno innalzato i dazi fino al 50% come punizione per gli acquisti di petrolio russo. Qui si coglie l’aspetto geoeconomico: più Washington alza barriere, più spinge i Paesi emergenti a cercare alternative.
La questione del confine rimane il punto più delicato. Entrambi i Paesi hanno ammassato truppe sull’Himalaya occidentale, e la normalizzazione passa dal ritiro graduale. La pace di confine non è un mero esercizio di diplomazia, ma una condizione indispensabile per ridurre i costi militari e liberare risorse da destinare allo sviluppo interno. La Cina vuole evitare un fronte ostile lungo la sua frontiera meridionale mentre è impegnata a contenere la pressione americana nel Pacifico. L’India, a sua volta, non può permettersi una doppia tensione: con Pechino sul confine e con Washington sul piano commerciale.
Il vero significato del disgelo sta nella ricerca di autonomia. L’India, tradizionalmente legata alla dottrina dell’“autonomia strategica”, ha compreso che l’allineamento eccessivo agli Stati Uniti rischia di trasformarla in pedina e non in polo indipendente. La Cina, da parte sua, ha realizzato che spingere Nuova Delhi nelle braccia di Washington era un errore strategico. Non sorprende che Wang Yi abbia insistito sul concetto di partnership e non di rivalità: il messaggio è che i due giganti asiatici devono vedersi come opportunità reciproche.
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca rappresenta un fattore accelerante. Con le sanzioni secondarie e i dazi punitivi, l’amministrazione americana sta minando la fiducia di molti Paesi emergenti. L’India, punita per i rapporti con la Russia, sta riscoprendo il valore di una cooperazione pragmatica con la Cina. Una dinamica che potrebbe favorire quel multipolarismo evocato da studiosi come Ivan Lidarev: meno dipendenza da Washington, più margini di manovra autonoma per Asia, Africa e America Latina.
L’imminente vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai in Cina, al quale Modi parteciperà, darà un ulteriore segnale. La SCO, che include Russia, Cina e India, si configura come un foro alternativo rispetto alle piattaforme occidentali. Se Nuova Delhi riuscirà a bilanciare le relazioni, potrà proporsi come mediatore tra blocchi, mantenendo il ruolo di ponte tra Sud globale e Occidente.
La partita sino-indiana non riguarda solo i ghiacciai dell’Himalaya. È un banco di prova per il nuovo ordine internazionale, dove la logica dei blocchi cede il passo a quella delle convergenze selettive. India e Cina, se sapranno gestire le loro rivalità, potranno trasformarsi in co-architetti di un mondo multipolare. In caso contrario, torneranno ostaggi di logiche di confronto che altri, a migliaia di chilometri, sarebbero pronti a sfruttare.











