di Simone Frusciante –
Le intese sottoscritte da Nuova Delhi con Bruxelles e Washington superano la dimensione puramente economica, assumendo un notevole valore geopolitico.
Tra i trend principali della politica estera indiana negli ultimi anni c’è stato l’avanzamento dell’agenda commerciale tramite la firma di accordi volti alla diversificazione dei partner, vitale per l’autonomia strategica. Se già nel 2025 Nuova Delhi ne aveva siglati con Regno Unito, EFTA (Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein), Oman e Nuova Zelanda, nei primi mesi del 2026 sono stati raggiunti quelli ancor più ambiziosi con Unione Europea e Stati Uniti (quest’ultimo in fase di finalizzazione), i quali consolidano il ruolo dell’India nel commercio globale.
Il 27 gennaio, durante la visita ufficiale della Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e del Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa a Nuova Delhi per le celebrazioni della Giornata della Repubblica, è stato firmato l’accordo di libero scambio UE-India dopo due decenni di negoziati. Esso, descritto come “madre di tutti gli accordi”, punta a rafforzare la partnership bilaterale. L’anno scorso l’UE nel suo complesso è stata il primo socio commerciale dell’India, con gli scambi che ammontavano a 137 miliardi di dollari.
L’elemento cruciale dell’accordo è la graduale rimozione delle tariffe reciproche su ben oltre il 90% dei beni, con delle eccezioni stabilite per settori considerati sensibili. Riguardo i prodotti industriali, i dazi verranno progressivamente eliminati su automobili, aeromobili, mezzi spaziali, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici, tessili, ecc. Nel settore agricolo, le misure interesseranno soprattutto olio, vino, liquori e cibi processati, mentre continueranno a rimanere in vigore le tariffe su prodotti caseari, cereali, carne e altri prodotti sensibili.
L’accordo prevede anche una serie di impegni per consentire un miglior accesso ai rispettivi mercati dei servizi e delle semplificazioni negli investimenti, insieme ad una cooperazione più approfondita in materia di regolamentazioni. Nell’intesa vengono affrontati, tra gli altri, anche i temi della mobilità lavorativa, riferita a professionisti specializzati, ricercatori e studenti, della sostenibilità, con l’avvio di un dialogo sugli standard ambientali e normative legate al clima, e delle agevolazioni commerciali, con provvedimenti su procedure doganali, norme di origine e trasparenza.
I negoziati per il patto tra India e Unione Europea hanno subìto un’accelerazione negli ultimi mesi in ragione della “guerra commerciale” lanciata dal Presidente statunitense Donald Trump, che ha creato instabilità a livello globale; sia l’India che le nazioni europee sono state colpite dall’offensiva da parte di Washington. Un altro fattore che ha spinto India e UE ad avvicinarsi è stata la necessità di ridurre la dipendenza dalla Cina, nei confronti della quale entrambe soffrono di un grave deficit commerciale. A Nuova Delhi e a Bruxelles, dunque, si è avvertito il bisogno urgente di trovare dei partner affidabili in un mondo segnato da crescente incertezza e polarizzazione geopolitica.
A pochi giorni dalla firma dello storico accordo tra India e UE, il 2 febbraio è giunto l’annuncio del Presidente Trump, confermato dal Premier indiano Narendra Modi, che Washington e Nuova Delhi avevano raggiunto un framework d’intesa in vista di un definitivo accordo sul commercio bilaterale, che secondo indiscrezioni potrebbe essere firmato già il mese prossimo. Secondo diversi osservatori, il patto tra India e UE ha dato una significativa spinta in questo senso, dal momento che gli Stati Uniti temevano di “rimanere indietro” nei negoziati con l’India.
Nella dichiarazione congiunta pubblicata il 6 febbraio, è stato reso noto che gli Stati Uniti avrebbero ridotto i dazi sui prodotti indiani dal 25 al 18%, mentre la tariffa aggiuntiva del 25% imposta la scorsa estate come misura punitiva per l’acquisto di petrolio russo da parte dell’India sarebbe stata eliminata. In cambio, l’India si sarebbe impegnata ad azzerare i dazi su tutti i beni industriali statunitensi e su un’ampia serie di prodotti agricoli, eccetto quelli più sensibili. In aggiunta, sarebbero state esaminate misure su barriere non tariffarie e regolamentazioni in materia di norme di origine.
Nella dichiarazione è stato anche riportato che l’India avrebbe acquistato prodotti energetici, carbone, prodotti tecnologici, aeromobili e parti di aeromobili, ecc., dagli Stati Uniti per oltre 500 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Tuttavia, questa cifra è giudicata irrealistica in quanto le importazioni indiane dagli USA si aggirano sui 40 miliardi annui. Inoltre, nell’annuncio Trump aveva asserito che l’India avrebbe interrotto l’acquisto di petrolio russo, sostituito con quello statunitense e venezuelano, ma nella dichiarazione ufficiale non c’è traccia di questa disposizione.
Sebbene è altamente improbabile che Nuova Delhi smetta di acquistare petrolio da Mosca, poiché ciò avrebbe effetti negativi sia per l’India stessa che per l’andamento globale dei prezzi, è indubbio che dall’estate scorsa si sia registrata una marcata diminuzione dell’import, passato da 2 a 1.4 milioni di barili al giorno ed è previsto che la tendenza proseguirà. Questo consente all’India di andare incontro alle richieste statunitensi, visto l’interesse comune a superare le recenti tensioni e risanare le relazioni, senza minare i rapporti di lunga data con la Russia, il tutto accompagnato dalla ricerca di nuovi partner come l’UE per salvaguardare l’autonomia strategica.












