di Giuseppe Gagliano –

Dopo trentasei giorni di proteste e decine di migliaia di giovani scesi nelle strade di Delhi, il governo indiano è stato costretto a intervenire sulla crisi provocata dalle irregolarità nelle prove di ammissione alla facoltà di medicina. Le manifestazioni, segnate anche da scontri con la polizia e dall’uso di gas lacrimogeni, hanno portato alle dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan e alla promessa di pene più severe contro la compravendita delle prove d’esame.

La vicenda ha rapidamente superato i confini di uno scandalo legato ai concorsi pubblici, facendo emergere il crescente malcontento di una parte della gioventù indiana per la difficoltà di trasformare istruzione e qualifiche professionali in un’occupazione stabile.

Per milioni di famiglie gli esami pubblici rappresentano infatti uno dei principali strumenti di mobilità sociale. La preparazione può richiedere anni e comportare costi considerevoli. La manipolazione delle prove viene quindi percepita non soltanto come un’irregolarità amministrativa, ma come la violazione della promessa secondo cui studio e sacrificio consentono di migliorare la propria condizione sociale.

Il problema si inserisce nelle contraddizioni della crescita indiana. Il Paese continua a registrare un’espansione economica sostenuta, accompagnata dallo sviluppo industriale e digitale, ma una parte significativa dei giovani incontra difficoltà nel trovare un lavoro adeguato alle proprie qualifiche. I dati ufficiali indicavano nel giugno 2026 una disoccupazione complessiva del 5,5 per cento, mentre quella giovanile rimaneva sensibilmente più elevata.

Il malcontento è stato intercettato dal cosiddetto Partito del Popolo degli Scarafaggi, movimento guidato da Abhijeet Dipke. Il nome, volutamente provocatorio, riprende un’espressione sprezzante attribuita a un giudice della Corte Suprema nei confronti dei giovani disoccupati, trasformandola in un simbolo di protesta.

Dipke ha finora evitato di trasformare immediatamente il movimento in un vero partito elettorale. Una scelta che consente al gruppo di criticare sia il governo sia l’opposizione, evitando al tempo stesso le difficoltà organizzative, finanziarie e territoriali necessarie per competere nelle elezioni di un Paese delle dimensioni dell’India.

La mobilitazione ha comunque costretto Narendra Modi a modificare il proprio approccio. Il primo ministro ha annunciato l’intenzione di perdonare gli studenti denunciati dopo gli scontri, mentre il Partito del Popolo Indiano sta cercando di rendere più informale la propria comunicazione sui social network per recuperare consenso tra le nuove generazioni.

La questione centrale resta però quella dell’occupazione. Una strategia comunicativa difficilmente potrà compensare la frustrazione di milioni di giovani istruiti che non riescono a trovare un impiego stabile o adeguato alle proprie competenze.

Un primo banco di prova arriverà con le elezioni del 2027 in Stati importanti come Uttar Pradesh, Punjab e Gujarat. L’appuntamento decisivo saranno tuttavia le elezioni generali del 2029, quando la Generazione Z rappresenterà uno dei maggiori blocchi elettorali del Paese.

Il movimento degli “scarafaggi” è ancora lontano dal rappresentare un’alternativa nazionale alla forza organizzativa del partito di Modi. La protesta ha però dimostrato che il consenso dei giovani non può più essere considerato acquisito. Per il governo la sfida sarà trasformare la crescita economica dell’India in opportunità concrete per una generazione che chiede soprattutto lavoro, mobilità sociale e fiducia nelle istituzioni.