India. Pasticcio di intelligence britannica: è ancora in carcere il blogger dei Sikh

di Giuseppe Gagliano –

I gruppi per i diritti umani Reprieve e Redress hanno mosso una durissima critica alle principali agenzie di intelligence inglese, cioè all’MI5 e all’MI6, perché nel 2017 avevano autorizzato, in collaborazione con l’intelligence indiana, la raccolta di informazioni sul cittadino britannico di origine indiana Jagtar Singh Johal. Si tratta di un noto blogger che, secondo le autorità indiane, promuove ancora oggi la causa del movimento separatista Khalistan, considerato dalle autorità indiane terrorista.
Non solo: secondo le ong per i diritti umani vi sarebbero prove che le agenzie di intelligence britanniche, MI5 e MI6, avrebbero contribuito alla detenzione e alla tortura di Jagtar, condividendo informazioni con le autorità indiane. Nello specifico Jagtar Singh Johal è un cittadino britannico di 34 anni, presumibilmente arrestato nel novembre 2017 durante la sua visita in India; è noto per scrivere storie sui sikh, che hanno subito persecuzioni in India. Le agenzie di intelligence britanniche, MI6 e MI5, avevano informato le autorità indiane della presenza del blogger, il che aveva portato al suo arresto da parte della polizia del Punjab.
Johal aveva affermato di essere stato torturato per diversi giorni, ma il governo indiano aveva negato tutte le accuse. Aveva affermato che gli erano stati fatti firmare fogli di carta in bianco e che in seguito erano stati usati contro di lui come falsa confessione.
Inizialmente, pur essendo cittadino britannico, gli era stato negato l’accesso ad avvocati o funzionari britannici. Attualmente è detenuto dalle autorità indiane in una prigione di Delhi in quanto accusato di promuovere a livello di propaganda il movimento Khakistan, e potrebbe per questo essere condannato alla pena di morte.
Il dimissionario premier britannico Boris Johnson ha affermato di aver sollevato in aprile il caso in occasione dell’incontro con il primo ministro Narendra Modi, ma senza esito positivo.
Anche Theresa May si era fatta carico del caso durante il suo mandato, ma le autorità indiane avevano sottolineato che le accuse sul blogger fossero legate alle attività del movimento separatista Khalistan, considerato un movimento terrorista dall’India.