di Giuseppe Gagliano –
A meno di tre mesi dall’inizio del suo mandato, il presidente indonesiano Prabowo Subianto ha sorpreso osservatori e opinione pubblica con un gesto tanto clamoroso quanto controverso: la concessione di amnistie a figure di spicco dell’opposizione politica e a centinaia di detenuti. Un atto presentato come gesto di unità nazionale e riforma umanitaria, ma che tra le righe svela un’agenda più complessa.
Il perdono a Hasto Kristiyanto, segretario generale del Partito Democratico Indonesiano di Lotta (PDIP), e a Thomas Trikasih Lembong, ex ministro del Commercio ed ex alleato di Joko Widodo, è stato ufficializzato pochi giorni dopo le loro condanne per corruzione e mala gestione amministrativa. Ufficialmente, l’intento è quello di “unire le forze politiche” e restituire stabilità al panorama istituzionale dopo anni di tensioni.
Ma il tempismo e i destinatari suscitano più di un sospetto. Il PDIP, sebbene all’opposizione, resta il partito con il maggior peso in Parlamento. E la liberazione di Lembong – figura centrale nella campagna presidenziale dell’oppositore sconfitto – sembra rispondere più a una strategia di cooptazione che a un’autentica logica di giustizia riparativa.
L’iniziativa non si limita ai vertici della politica. Il piano di Prabowo prevede infatti il rilascio progressivo di oltre 44.000 detenuti, in parte per ridurre il sovraffollamento carcerario, in parte per segnare un nuovo corso rispetto alla rigidità dell’era Widodo. La prima ondata prevede la scarcerazione di 1.116 persone, tra cui sei attivisti papuani condannati per “tradimento” ma ormai considerati non violenti.
È un’operazione che ha anche risvolti sociali rilevanti: sono inclusi anziani, malati gravi, soggetti con disturbi mentali e condannati per reati minori, inclusa la blasfemia. Un atto, dunque, che tocca la dimensione umanitaria e quella simbolica, in vista delle celebrazioni per l’indipendenza nazionale del 17 agosto.
Il problema però è il confine sfumato tra giustizia e convenienza. Se da un lato la mossa di Prabowo può essere letta come apertura verso la riconciliazione nazionale, dall’altro mostra i tratti di una strategia di rafforzamento del consenso interno. Il Parlamento, infatti, deve ratificare le amnistie. Coinvolgere il PDIP, e placare le proteste contro sentenze impopolari come quella di Lembong, è un modo per assicurarsi un clima più favorevole.
Secondo l’analista Bivitri Susanti della Scuola di diritto Jentera, l’amnistia a Hasto ha una chiara natura politica. Lo stesso vale per l’assoluzione di Lembong, che risponde più alle pressioni dell’opinione pubblica che a criteri giudiziari. Il confine tra potere esecutivo e indipendenza giudiziaria si assottiglia, con il rischio di trasformare la clemenza presidenziale in un’arma di contrattazione.
In un Paese come l’Indonesia, dove la corruzione è endemica e il rapporto tra potere politico e sistema giudiziario è storicamente instabile, queste amnistie potrebbero minare ulteriormente la fiducia nelle istituzioni. La Legal Aid Foundation ha lanciato l’allarme: “Il governo rischia di interferire nella giustizia, trasformando le sentenze in oggetti di scambio”.
Non è un rischio teorico. L’ex presidente Widodo era stato criticato per non aver riformato a fondo la magistratura, mentre oggi Prabowo rischia di indebolirla ulteriormente. Una democrazia giovane come quella indonesiana non può permettersi che il principio di separazione dei poteri venga sacrificato sull’altare della convenienza politica.
L’amnistia concessa da Prabowo non è solo un atto di grazia. È il primo segnale tangibile di come l’ex generale intenda gestire il potere: con autorità, pragmatismo e l’intento di normalizzare l’opposizione, inglobandola o neutralizzandola. In un contesto regionale segnato da derive autoritarie e populiste, la scelta dell’Indonesia avrà eco anche nei Paesi vicini.
Il perdono può essere uno strumento di unità. Ma quando diventa routine politica, si rischia di svuotarlo di senso e di farne un’arma di controllo. L’Indonesia, oggi, cammina sul filo sottile tra pacificazione e consolidamento del potere.












