di Giuseppe Gagliano –
L’incontro al Cremlino tra Vladimir Putin e il presidente indonesiano Prabowo Subianto va letto come un tassello coerente della strategia russa di riposizionamento globale. Mentre il conflitto ucraino continua a comprimere i margini di manovra verso l’Occidente, Mosca investe sul Sud del mondo e sull’Asia, cercando partner numerosi, politicamente autonomi e non allineati. L’Indonesia, quarto Paese più popoloso del pianeta, risponde perfettamente a questo identikit: peso demografico, crescita economica, autonomia diplomatica.
La disponibilità russa a sostenere Giacarta nello sviluppo del nucleare civile non è un semplice dossier tecnico. È una proposta ad alto valore strategico. Per l’Indonesia, che punta a una prima centrale entro il prossimo decennio, il nucleare rappresenta sicurezza energetica e modernizzazione industriale. Per la Russia significa esportare tecnologia, know-how e dipendenza di lungo periodo, in un settore dove Mosca conserva competenze avanzate e capacità di finanziamento. In un contesto di sanzioni, l’energia nucleare diventa uno strumento di influenza stabile, difficilmente sostituibile nel breve periodo.
Accanto al nucleare, il dossier agricolo rivela un’altra dimensione della strategia russa: il cibo come leva di potere. La ripresa delle esportazioni di grano verso l’Indonesia, dopo mesi di stallo regolatorio, segnala la volontà di Mosca di diversificare i mercati asiatici e ridurre la dipendenza dal Medio Oriente. Le cifre parlano chiaro: da forniture quasi azzerate a gennaio a una proiezione annua di oltre un milione di tonnellate. Non è solo commercio, è diplomazia silenziosa, che rafforza l’immagine della Russia come fornitore affidabile in un mondo attraversato da instabilità alimentari.
Le esercitazioni navali congiunte nel Mar di Giava e la formazione di ufficiali indonesiani nelle accademie russe mostrano un livello di cooperazione militare crescente ma calibrato. Non si tratta di alleanze formali né di blocchi contrapposti. Prabowo rivendica una politica estera non allineata, aperta tanto a Mosca quanto a Washington. È proprio questa ambiguità controllata che rende l’Indonesia un partner prezioso: cooperare senza schierarsi, trarre benefici senza vincoli strategici rigidi.
Sul versante opposto, l’accordo commerciale con gli Stati Uniti appare più fragile. Le resistenze indonesiane sugli impegni vincolanti, sulle barriere non tariffarie e sul commercio digitale segnalano una diffidenza strutturale verso intese percepite come asimmetriche. Washington vede il rischio di un arretramento rispetto agli accordi regionali con altri Paesi del Sud-Est asiatico. Giacarta, invece, difende margini di sovranità economica. In questo spazio di frizione si inserisce Mosca, non come alternativa totale agli Stati Uniti, ma come contrappeso utile.
Dal punto di vista militare, la cooperazione russo-indonesiana resta prudente ma significativa. Addestramento, esercitazioni e dialogo navale rafforzano l’interoperabilità senza creare dipendenze immediate. Per la Russia è un modo per restare presente negli equilibri dell’Indo-Pacifico senza provocazioni dirette; per l’Indonesia, uno strumento per diversificare fornitori e relazioni, evitando l’eccessiva esposizione a un solo polo.
Il quadro che emerge è quello di un mondo sempre più multipolare, dove le medie potenze giocano su più tavoli. La Russia usa energia, grano e cooperazione militare per aggirare l’isolamento occidentale. L’Indonesia sfrutta la competizione tra grandi attori per massimizzare benefici e autonomia. Non è un’alleanza ideologica, ma un’intesa funzionale. Ed è proprio questa flessibilità, più che i grandi annunci, a raccontare il nuovo ordine internazionale che si va consolidando.












