
di Simone Frusciante –
L’Indonesia è legittimamente annoverata tra le potenze emergenti sulla scena internazionale attuale. Basta riportare alcuni dati: con 284 milioni di abitanti e un territorio di 1.9 milioni di km2, è al quarto posto per popolazione e al 14mo per estensione, mentre l’economia, che in base alle stime del FMI nel 2026 dovrebbe ammontare a 1.5 trilioni di dollari, è nella top 20 mondiale. A dispetto di tali cifre, che suggeriscono l’idea di un “gigante” geografico, demografico ed economico, l’Indonesia ha sempre stentato ad esercitare un analogo peso politico e diplomatico nella costruzione dell’ordine internazionale e del sistema di norme che ne è alla base.
Su ciò ha influito il fatto che, per gran parte dell’era post-indipendenza, l’Indonesia, pur essendosi ad un certo punto aperta all’esterno in termini di investimenti, è stata segnata da una strategia di governo focalizzata sull’interno, così da raggiungere un livello di sviluppo più elevato, ma anche a causa dello scontro ideologico tra forze comuniste ed anticomuniste e delle crisi nell’isola di Timor, a Papua e di quelle riguardanti altri movimenti secessionisti, alcune delle quali rimangono ad oggi irrisolte. Il tutto accompagnato da un autoritarismo di fondo, con la repressione di diritti fondamentali, libertà civili e ogni forma di opposizione, per controllare una nazione così vasta ed eterogenea.
La svolta di inizio secolo e la fine del trentennale regime di Suharto hanno avviato un lungo processo di democratizzazione, di cui a oltre vent’anni di distanza si vedono i risultati, ma anche i limiti. Negli ultimi tempi, infatti, si è avuta l’insistente percezione di una regressione e di un ritorno di metodi di coercizione e censura del dissenso, con i massimi organi e cariche dello Stato che si servono dei mezzi più disparati, dalla propaganda di stampo populista all’uso strumentale della magistratura finanche all’impiego dell’esercito nelle strade, pur di salvaguardare i loro interessi.
Lo scorso mese di gennaio è entrato in vigore il nuovo Codice penale varato dal Parlamento che va a sostituire il precedente di epoca coloniale olandese. Tra le controverse misure in esso contenute c’è il divieto di insultare Presidente, Vicepresidente e altre istituzioni statali, con la possibile detenzione in carcere fino a 4 anni, l’obbligo di notificare la polizia per qualsiasi manifestazione, con pene fino a 6 mesi di carcere laddove ci sia un “disturbo dell’interesse pubblico”, e la proibizione di pratiche come la convivenza o la coabitazione tra persone non sposate.
Secondo numerose organizzazioni per i diritti umani, nonché diversi governi occidentali che hanno condannato il nuovo Codice penale, suddette misure sono sottoposte a criteri di applicazione troppo soggettivi e rappresentano un grave pericolo per le libertà personali, come quelle di parola e opinione, invadono oltremodo la sfera personale dei cittadini, nonché privano delle sufficienti tutele coloro che appartengono alla comunità LGBT. Inoltre, ci sono timori sull’equità e la libertà di religione, giacché i fedeli musulmani della provincia di Aceh sono esentati da determinate misure.
Appare perciò in controtendenza l’elezione dell’Indonesia a Presidente del Consiglio ONU per i diritti umani per il 2026, decisione che ha suscitato polemiche. Per quanto l’iniziativa sia stata celebrata dal governo del Presidente Prabowo Subianto come il riconoscimento dei progressi compiuti da Giacarta, molteplici osservatori hanno notato come in realtà l’atto sia sostanzialmente simbolico. Difficilmente, infatti, l’Indonesia potrà svolgere un ruolo di leadership globale in materia di diritti umani, peraltro in un momento in cui essi risultano già fortemente indeboliti.
Sul fronte della politica estera, a tenere banco è l’annuncio di Prabowo secondo il quale l’Indonesia è pronta a inviare fino a 8.000 soldati nell’ambito della forza di stabilizzazione per la Striscia di Gaza sotto l’egida del Board of Peace voluto dal Presidente statunitense Donald Trump, di cui Giacarta è entrata a far parte non senza perplessità. Dal suo arrivo al potere, Prabowo ha voluto far accrescere la statura diplomatica della nazione, approfondendo le relazioni con gli Stati occidentali, diventando un membro del gruppo dei BRICS e facendosi spazio nel complesso scenario mediorientale. Tuttavia, ci si chiede fino a che punto l’ingresso nel Board sia conveniente.
Sin dall’indipendenza, l’Indonesia ha condotto una politica estera “libera e attiva”; “libera” implica l’indipendenza, mentre “attiva” presuppone un impegno guidato dalle priorità nazionali piuttosto che da un’agenda imposta dall’esterno. Entrambi i requisiti sembrano mancare nel caso dell’ adesione al Board. Esso è un’organizzazione che ruota attorno a obiettivi stabiliti da Washington e che, per giunta, si pone in contrasto con il sistema multilaterale imperniato sulle Nazioni Unite. Ciò potrebbe, dunque, avere l’effetto di minare l’immagine di Giacarta come un simbolo di neutralità ed equidistanza, anzi ponendola al centro della competizione tra blocchi e grandi potenze.
Nel caso in cui il Board of Peace dovesse diventare politicamente insostenibile oppure mutarsi in uno strumento diverso da quanto previsto in origine, sarebbe difficile per l’Indonesia svincolarsene senza subire gravi danni reputazionali. L’ingresso in tale organizzazione sembra aumentare i rischi, anziché ridurli. Pertanto, per Giacarta sarebbe preferibile continuare a seguire la tradizione di indipendenza, equilibrio e diplomazia basata su fermi princìpi. Cercare delle “scorciatoie” alternative per esercitare un’influenza globale potrebbe rivelarsi altamente controproducente.















