Intelligence e minacce economiche. Ne parliamo con Alberto Pagani, presidente della commissione Difesa della Camera

a cura di Giuseppe Gagliano

Quali riforme sarebbero necessarie nel contesto dell’intelligence italiana per fare fronte alle numerose minacce relative alla sicurezza nazionale, anche esconomica? La parola a Alberto Pagani, presidente della commissione Difesa della Camera.

– Onorevole Pagani, quali sono i problemi strutturali, e quindi non occasionali o episodici, che i servizi segreti italiani oggi hanno?
“A mio parere i problemi principali sono tre. Il primo è dato dal ritardo con cui stiamo adeguando la normativa e l’organizzazione alla minaccia cyber ed economico-finanziaria. In secondo luogo c’è un problema di analisi strategica e disseminazione delle informazioni che devono servire al decisore politico ed ai vertici decisionali del sistema economico per definire una vera strategia nazionale condivisa, da perseguire insieme. Infine c’è un terzo probelma, dato da motivi di ordine storico, che vede il nostro comparto di intelligence non essere dotato di una forza sufficiente all’estero per le necessità informativa e di influenza di cui ci sarebbe bisogno”.

– Quali sono i maggiori pericoli che il nostro paese, e quindi la sicurezza nazionale, deve affrontare?
“Io metterei in cima alla lista il rischio di perdere sovranità economica e capacità industriale, perché gli investimenti esteri nell’economia vanno bene quando non ci sono predatori, quando non si è portati a svendere il patrimonio industriale, il know how e la capacità produttiva strategica del il Paese. Senza una visione strategica chiara rischiamo di perdere un po’ alla volta le fondamenta su cui si basa la capacità industriale del Paese. Penso ad esempio all’acciaio, o alla chimica, e quindi all’industria. Senza industria non si può essere una potenza industriale. In secondo luogo c’è il tema della sicurezza energetica. Il nostro Paese è povero di fonti energetiche e le rinnovabili sono insufficiente a garantire il fabbisogno. La stabilità e la certezza dell’approvvigionamento energetico è uno dei primi fattori di garanzia della sicurezza nazionale. Poi c’è il tema della protezione dalle forze speculative della finanza internazionale, perché dal punto di vista monetario godiamo della protezione dell’euro, ma la dimensione del nostro debito rappresenta un pericolo costante. Il termometro dello spread non è influenzato solo dalle aspettative, ma anche da ciò che le genera, a cominciare dalle valutazioni delle agenzie di rating”.

– Ritiene che la guerra economica posta in atto dai nostri alleati, dai nostri partner economici e politici rappresenti un pericolo per il nostro paese?
“Sicuramente, e lo scudo senza la spada non basta per difenderci. La competizione economica è feroce, e non è priva di scorrettezze e di colpi bassi, ed il solo strumento del golden power non protegge a sufficienza il sistema Paese. Abbiamo bisogno di capacità di intelligence economica con missione proattiva, non solamente informatica e difensiva. Questo lo dobbiamo imparare dei francesi, che fanno sistema ed hanno una strategia nazionale più solida della nostra”.

– Quali riforme sarebbero necessarie per rendere i nostri servizi di sicurezza in grado di essere proattivi nei confronti delle minacce che, per esempio, provengono dal contesto della guerra economica?
“In Francia l’Ecole de guerre economique esiste da trent’anni, ha formanto le classi dirigenti, ed oggi che produce risultati si ragiona di rafforzare il sistema istituendo un segretariato generale per l’intelligence economica, con il compito di assicurasi che in tutte le articolazioni dell’amministrazione pubblica e della grande industria nazionale ci siano strutture adeguate dedicate a questa funzione. Noi dovremmo ragionare su qualcosa di simile”.

– Ritiene che il mondo universitario pubblico e privato debba favorire la nascita di apposite cattedre universitarie per affrontare le nuove esigenze relative alla sicurezza nazionale?
“La legge 124/07 ha aperto la strada a questo, ed i corsi universitari che sono nati, in collaborazione con il Dis, sono il frutto di questo intento di promozione della cultura della sicurezza. Lo scopo non è di formare delle spie, ma di insegnare la cultura dell’intelligence anche rivolgendosi a persone che svolgeranno la loro attività professionale nel mondo economico o nella pubblica amministrazione, perché si tratta di skil professionali sempre più utili per manager privati e dirigenti pubblici”.

– Quali riforme sarebbero necessarie per rendere i nostri servizi di sicurezza in grado di essere proattivi nei confronti delle minacce che ad esempio provengono dal contesto della guerra economica?
“Attualmente il Dipartimento informazioni per la sicurezza della presidenza del Consiglio dispone di circa ottocento unità di personale per svolgere prevalentemente compiti amministrativi e di coordinamento dell’attività delle due agenzie di intellgence, interna ed esterna. A mio avviso sarebbe più proficuo impiegare queste risorse per coordinare l’attività delle agenzie con il resto dei ministeri e della pubblica amministrazione, soprattuto in ambito eco-fin, dove è sempre più necessario avere sensori terminali formati adeguatamente nell’intelligence economica. Poi bisogna rafforzare le capacità di analisi strategica del materiale informativo. Nei mesi scorsi abbiamo fatto un grande progresso nella Cybersecurity, con la creazione della nuova agenzia preposta, ora bisogna rafforzare anche gli strumenti di protezione della nostra economia”.