
di Marco Mizzau * –
Nel dibattito pubblico l’intelligenza artificiale viene ancora presentata come una tecnologia abilitante, un acceleratore di efficienza o, nel migliore dei casi, come una nuova frontiera della difesa. Questa lettura potrebbe essere riduttiva e strategicamente pericolosa. Gli shock recenti su supply chain, controllo dei semiconduttori e conflitti ad alta intensità hanno reso questa trasformazione immediatamente operativa.
L’AI non è uno strumento neutro applicabile a posteriori alla sicurezza nazionale. È una infrastruttura di potere che ridefinisce simultaneamente intelligence, deterrenza, economia politica, autonomia decisionale e capacità statuale. Non si innesta sugli apparati esistenti: li riconfigura. La competizione tra grandi potenze sull’AI non riguarda la supremazia tecnologica in senso stretto, ma il controllo delle architetture decisionali che collegano dati, calcolo, capitale e coercizione. In questo contesto, la sicurezza nazionale non è più una funzione settoriale dello Stato, bensì una proprietà emergente del sistema nel suo complesso, nella competizione geopolitica sull’intelligenza artificiale.
Gli Stati Uniti concepiscono l’AI come estensione del proprio modello di potere: un ecosistema ibrido pubblico-privato in cui piattaforme tecnologiche, capitale finanziario e apparato militare-intelligence operano in continuità funzionale. La forza di questo modello risiede nella velocità di innovazione, nella profondità dei mercati dei capitali e nella capacità di attrarre talenti globali. La vulnerabilità è speculare: apertura informativa, dipendenza da infrastrutture private e crescente esposizione a interferenze sistemiche.
La Cina adotta un approccio opposto ma coerente: l’AI come infrastruttura statale strategica. Dati, standard, supply chain e obiettivi di sicurezza sono integrati verticalmente. Pechino non mira a dominare ogni segmento tecnologico, ma a garantire sufficienza strategica nei nodi critici: sorveglianza, logistica militare, controllo sociale, resilienza industriale. Il prezzo pagato è una minore fiducia internazionale e una ridotta interoperabilità con sistemi esterni.
La Russia opera in modalità asimmetrica. Seppur priva di una scala comparabile in termini di calcolo e capitale, è in grado di utilizzare strategicamente l’AI come moltiplicatore di instabilità: guerra informativa, cyber-operazioni, automazione tattica sul campo di battaglia e gestione dell’escalation. L’obiettivo non è la superiorità tecnologica, ma l’erosione della coerenza strategica altrui.
Israele rappresenta un caso di potenza compressa: integrazione estrema tra intelligence, difesa, startup e rapidità decisionale. La sicurezza nazionale è concepita come ciclo continuo di apprendimento e adattamento. Il limite strutturale resta anche qui la scala; il vantaggio competitivo è la velocità.
L’Unione Europea, nel complesso, rimane un attore più regolatorio che strategico. L’AI viene affrontata primariamente come rischio da governare, non come capacità da proiettare. Questa asimmetria produce una parziale dipendenza strutturale da infrastrutture extraeuropee, con implicazioni dirette sulla sovranità e sulla sicurezza.
Il potere dell’AI non risiede negli algoritmi, ma nei colli di bottiglia che ne consentono l’operatività. Il controllo del calcolo avanzato determina chi può addestrare sistemi di frontiera. L’accesso ai dati determina chi può adattarli a contesti reali. Gli standard tecnici determinano chi può distribuirli su scala. Le architetture di sicurezza determinano chi può fidarsi dei sistemi in condizioni di crisi.
L’AI comprime il tempo decisionale. Nella sfera militare e di intelligence questo significa delega crescente alle macchine, riduzione della mediazione umana e aumento del rischio di escalation non intenzionale, in particolare nei domini cyber e nucleare. La deterrenza, storicamente fondata sull’ambiguità e sulla lentezza, viene destabilizzata dalla previsione automatizzata e dalla risposta quasi istantanea.
Parallelamente, l’AI rende permanente la competizione sotto la soglia del conflitto armato: disinformazione, coercizione economica, sabotaggio infrastrutturale e contenzioso legale diventano continui, scalabili e difficilmente attribuibili. La sicurezza nazionale si trasforma da evento eccezionale a condizione permanente di stress sistemico.
Il capitale segue il controllo infrastrutturale. L’AI accentua la concentrazione dei rendimenti perché accentua la concentrazione dei vantaggi. Il calcolo su larga scala richiede investimenti massivi, che solo pochi attori possono sostenere. Questi attori attraggono capitale, che a sua volta rafforza la loro posizione dominante. Ne deriva una geografia finanziaria della sicurezza.
I mercati già incorporano questa dinamica: il rischio sovrano, la credibilità valutaria e le valutazioni azionarie riflettono sempre più l’esposizione ai sistemi AI, non come settore, ma come strato abilitante dell’intera economia.
Gli Stati che controllano infrastrutture AI esportano volatilità; quelli che ne dipendono la importano, attraverso supply chain fragili, ecosistemi informativi permeabili e vulnerabilità finanziarie. Strumenti come export control, screening degli investimenti e sanzioni tecnologiche non sono meri dispositivi difensivi. Sono leve di riallocazione del rischio e del capitale a livello globale.
In un contesto di sicurezza nazionale guidata dall’AI, i vincitori sono gli attori che controllano i nodi critici senza assorbire integralmente il rischio politico: hyperscaler integrati con apparati statali, fornitori di software dual-use, infrastrutture energetiche legate al calcolo. I perdenti sono gli intermediari: giurisdizioni prive di sovranità digitale, imprese dipendenti da dati commoditizzati ed istituzioni progettate per stabilità regolatoria più che per adattamento strategico.
Nel breve periodo l’AI aumenta la dispersione delle valutazioni e il rischio di concentrazione. Nel medio periodo ridefinisce le gerarchie industriali e militari. Nel lungo periodo determina quali sistemi politici mantengono autonomia decisionale. Per l’investitore strategico, la sicurezza nazionale diventa una variabile strutturale di allocazione, non un rischio esogeno.
Il limite strutturale europeo nell’era dell’intelligenza artificiale non è di natura tecnologica, né industriale, ma più decisionale e architetturale. L’Unione Europea dispone di un insieme rilevante di asset materiali e immateriali: capacità industriali avanzate, capitale umano altamente qualificato, una base scientifica diffusa, un sistema normativo capace di incidere sugli standard globali e un complesso industriale della difesa che, nel suo insieme, resta tra i più articolati al mondo. Ciò che manca non è la massa critica, bensì una sintesi strategica stabile tra sicurezza, tecnologia e politica industriale, in grado di trasformare capacità latenti in potere operativo.
Questa asimmetria emerge in modo particolarmente evidente nel dominio della difesa. I conflitti ad alta intensità degli ultimi anni hanno riportato al centro dell’attenzione la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento militari, mostrando come la prontezza operativa dipenda sempre meno dalla sofisticazione delle singole piattaforme e sempre più dalla resilienza sistemica delle supply chain. Le analisi sulle catene di fornitura della difesa evidenziano come i sistemi europei, pur tecnologicamente avanzati, soffrano ancora di frammentazione organizzativa, parziale integrazione informativa e dipendenze esterne in nodi critici quali componentistica elettronica, semiconduttori e materiali strategici.
In questo quadro, l’Italia occupa una posizione strutturalmente più solida di quanto possa suggerire la narrazione corrente. Il Paese rappresenta uno dei pilastri industriali della difesa europea, con competenze consolidate nei settori aerospaziale, navale, terrestre e dei sistemi dual-use. La sua base industriale non si limita alla produzione di piattaforme, ma include capacità di progettazione, integrazione di sistemi complessi, manutenzione avanzata e supporto logistico, elementi sempre più centrali in un contesto di competizione prolungata e ad alta intensità.
Dal punto di vista della sicurezza nazionale, l’Italia beneficia inoltre di una collocazione geostrategica che amplifica il valore dei suoi asset tecnologici. Il Mediterraneo allargato non è solo uno spazio geopolitico, ma un ambiente operativo complesso, caratterizzato da intersezioni tra sicurezza energetica, flussi commerciali, infrastrutture digitali sottomarine e proiezione militare. In tale contesto, la capacità di integrare AI, sistemi di sorveglianza avanzata, logistica intelligente e analisi predittiva rappresenta un moltiplicatore di potere, più che un semplice aggiornamento tecnologico.
I contributi più recenti sulla sicurezza nazionale e sulle tecnologie emergenti mostrano come l’intelligenza artificiale stia trasformando in profondità il lavoro di intelligence e pianificazione militare, non attraverso rotture improvvise, ma mediante una progressiva automazione dei processi di analisi, previsione e supporto decisionale. Gli Stati che riescono a integrare tali capacità all’interno di architetture istituzionali coerenti rafforzano la propria autonomia strategica; quelli che le adottano in modo frammentato ne assorbono i costi senza catturarne pienamente i benefici.
In questo senso, il sistema italiano presenta un potenziale rilevante. Le Forze Armate italiane hanno maturato una lunga e consolidata esperienza in contesti multinazionali, sviluppando una cultura dell’interoperabilità che costituisce un vantaggio competitivo nell’integrazione di sistemi AI a livello europeo e NATO. Tale esperienza riduce uno dei principali rischi associati all’adozione dell’AI in ambito difensivo: la disconnessione tra tecnologia, dottrina e processi decisionali.
Un ulteriore elemento di forza risiede nella struttura mista pubblico-industriale del comparto difesa italiano. Le analisi sulle vulnerabilità delle supply chain mostrano come i Paesi dotati di una base industriale nazionale articolata, ma integrata in alleanze strutturate, siano più resilienti agli shock geopolitici e più capaci di assorbire aumenti di domanda improvvisi senza compromettere la sostenibilità economica. In questo quadro, l’Italia non appare come un attore periferico, bensì come un nodo funzionale del sistema di sicurezza euro-atlantico.
I vincoli permangono, ma sono prevalentemente di natura sistemica. La frammentazione istituzionale, la separazione tra politica industriale, pianificazione della difesa e governance dell’innovazione tecnologica ed il sottoinvestimento storico in infrastrutture digitali sovrane tendono a limitare la piena valorizzazione degli asset esistenti. Tuttavia, tali vincoli non indicano una carenza strutturale, bensì una opportunità sistemica di maggiore convergenza strategica, che può essere progressivamente indirizzata senza strappi istituzionali.
Lo spazio di manovra per l’Italia si colloca quindi su un piano qualitativo più che quantitativo. Il rafforzamento selettivo delle infrastrutture critiche, l’adozione dell’AI come strumento di integrazione logistica e decisionale nelle catene di difesa, la partecipazione attiva alla costruzione di standard europei di interoperabilità e la connessione tra energia, calcolo e sicurezza rappresentano traiettorie coerenti con il profilo istituzionale del Paese. In questo senso, l’Italia non parte da una posizione di rincorsa, ma da una base di forte credibilità strategica che può oggi evolversi in maggiore autonomia decisionale e in un ruolo sempre più incisivo nella sicurezza europea.
L’intelligenza artificiale non sta cambiando la natura del potere: ne sta accelerando la concentrazione. Nell’era dell’AI, la sicurezza nazionale coincide con la capacità di preservare autonomia decisionale sotto compressione economica, informativa e militare. Chi controlla le architetture dell’AI può orientare gli esiti strategici senza ricorrere al conflitto armato. Chi ne è privo scoprirà che la sovranità non scompare, ma diventa condizionata. La competizione è già in atto. Il rischio maggiore non è perdere la corsa tecnologica, ma non riconoscere il campo di battaglia.
Fonti e riferimenti.
– Dylan, H., & Stivang, N. (2025). Emerging Technologies and National Security Intelligence. Intelligence and National Security, King’s College London.
– World Economic Forum (2025). Global Risks Report 2025. WEF Strategic Intelligence Series.
– McKinsey Global Institute (2024). The Geopolitics of Generative AI. MGI Strategic Insights.
– RAND Corporation (2024). Artificial General Intelligence’s Five Hard National Security Problems. RAND Research Brief.
– RAND Corporation (2023). Economic Implications of Defense Supply Chain Vulnerabilities. RAND National Security Research Division.
– NATO Science & Technology Organization (2023). Science & Technology Trends 2023–2043. NATO STO Foresight Report.
– U.S. Office of the Director of National Intelligence (2023). Intelligence Community Data Strategy 2023–2025. ODNI Policy Framework.
– European Defence Agency (2023). Defence Supply Chain Resilience and Strategic Autonomy. EDA Analytical Report.
– Schmidt, E. (2022). AI, Great Power Competition, and National Security. Daedalus, American Academy of Arts and Sciences.
– Bipartisan Policy Center – Center for Security and Emerging Technology (CSET) (2020). Artificial Intelligence and National Security. BPC Policy Report.
– European Commission (2019). Artificial Intelligence for Europe. European Commission Policy Communication.
* Marco Mizzau, già Amministratore delegato e dirigente d’azienda italiano, è analista strategico con focus su geopolitica economica, intelligenza artificiale e dinamiche di potere globale. La sua attività di analisi si concentra sull’impatto delle tecnologie avanzate e dei modelli decisionali sulla competitività degli Stati, delle imprese e delle istituzioni, con particolare attenzione ai casi di Stati Uniti, Cina, Russia, Israele ed Europa. È autore di articoli di analisi sui temi della sovranità tecnologica, della trasformazione industriale e dell’evoluzione dell’ordine economico globale. Consulente di fondi di investimento americani.











