Iran. Aumenta la potenza missilistica: la nuova sfida che cambia il Medio Oriente

di Giuseppe Gagliano

Secondo un’analisi riportata dal quotidiano statunitense The New York Times, l’Iran sta correndo per ampliare la propria capacità missilistica con un obiettivo preciso: essere in grado di lanciare fino a duemila missili in simultanea in un futuro scontro con Israele. Una strategia che punta a saturare i livelli di difesa dello Stato ebraico, dal sistema antimissile a corto raggio fino allo scudo a più livelli che protegge le aree strategiche del Paese.
Durante la guerra lampo di giugno, Teheran aveva risposto agli attacchi israeliani con circa cinquecento missili. Dunque il balzo prospettato è enorme: fabbriche che lavorano giorno e notte, ritmi di produzione mai visti e una pianificazione che somiglia a una vera mobilitazione industriale.
Il rafforzamento missilistico iraniano non nasce nel vuoto. La guerra di giugno ha lasciato un Paese più isolato dai suoi interlocutori occidentali e con un margine strategico ridotto in Medio Oriente. Le monarchie arabe tradizionalmente rivali, dall’Arabia Saudita all’Egitto, hanno intensificato i contatti con Washington e con il presidente Trump, sfruttando la convergenza politica sulla sicurezza regionale.
In parallelo la Siria, rimasta per anni l’alleato cardine di Teheran, ha riallacciato rapporti con gli Stati Uniti, con la visita del presidente ad interim Ahmed al-Sharaa a Washington. Un segnale politico che indebolisce l’intero asse iraniano e obbliga Teheran a cercare nuove forme di deterrenza.
L’aumento della produzione missilistica è la risposta a questa perdita di influenza. Teheran non può più contare come prima sulla profondità strategica garantita dai suoi alleati e quindi punta su capacità autonome: più missili, più precisione, maggiore resilienza industriale e sviluppo di tecnologie che possano sfidare il dominio aerospaziale israeliano.
Le capacità missile contro scudo non sono solo militari, ma anche economiche. Il costo per abbattere un singolo missile è enormemente superiore al costo per produrlo. Una saturazione di migliaia di lanci potrebbe mettere in crisi anche uno dei sistemi difensivi più avanzati al mondo.
La corsa missilistica si inserisce nella stagnazione del dossier nucleare. I colloqui con Washington e le altre potenze sono bloccati, aggravati dagli attacchi statunitensi contro obiettivi nucleari iraniani durante la crisi di giugno. L’Iran, che si ritiene tradito dagli accordi e sotto attacco, privilegia ora l’autoprotezione rispetto alla diplomazia.
La linea dura del presidente Trump – che combina pressioni economiche, sanzioni e opzioni militari indirette – ha accentuato il senso di accerchiamento percepito da Teheran. Anche le aperture americane, come l’invito a rinegoziare, si scontrano con la convinzione iraniana che ogni concessione verrebbe usata contro il Paese.
Per Israele l’aumento della produzione missilistica iraniana e i progressi nel programma nucleare rappresentano due facce della stessa minaccia. La guerra di giugno è stata interrotta su pressione degli Stati Uniti, ma molti funzionari israeliani ritengono che “il lavoro non sia finito”. Se Teheran continuerà su questa traiettoria, Tel Aviv potrebbe ritenere inevitabile un nuovo attacco preventivo.
La finestra diplomatica è stretta: Israele valuta ogni segnale di avanzamento iraniano come un campanello d’allarme. E nella dottrina israeliana, la prevenzione resta una regola cardine.
Nonostante le tensioni, Teheran ha permesso agli ispettori dell’Agenzia atomica internazionale di visitare alcune strutture, tra cui il reattore di ricerca di Teheran. Ma il Paese continua a negare l’accesso a siti sensibili come Fordow, Natanz e Isfahan. Una cautela che alimenta sospetti e lascia irrisolta la questione centrale: fino a che punto il programma nucleare iraniano resta entro i limiti concordati?
Le ispezioni sono numerose ma incomplete. Ogni volta che un sito viene dichiarato inaccessibile, il margine di fiducia internazionale si riduce.
La pausa nelle ostilità dopo giugno non ha il sapore di una pace, ma di una sospensione tattica. Iran e Israele stanno utilizzando questo intervallo per riorganizzarsi: Teheran rafforza l’industria missilistica, Israele aggiorna le difese e Washington ricalibra la propria strategia nella regione.
Una scintilla, un errore di calcolo, un attacco mirato, un incidente in mare, potrebbe far ripartire lo scontro molto più rapidamente e con effetti più vasti rispetto alla crisi precedente.
La nuova corsa ai missili segna un cambiamento profondo. L’Iran, percependosi isolato e vulnerabile, punta su strumenti di forza che possano compensare la perdita di alleati e la pressione occidentale. Israele, dal canto suo, considera ogni avanzamento iraniano una questione di sopravvivenza.
In mezzo gli Stati Uniti cercano di mantenere il fragile equilibrio tra deterrenza e diplomazia. Ma in un Medio Oriente attraversato da rivalità antiche e nuovi allineamenti, la finestra per evitare un nuovo scontro si sta restringendo sempre di più.