Iran. Gli Stati del Golfo frenano Washington, ‘Una guerra destabilizzerebbe l’intera regione’

di Shorsh Surme

Sulla base dell’esperienza maturata nelle guerre in Medio Oriente negli ultimi trent’anni, le riserve espresse dagli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) riguardo a un potenziale attacco militare statunitense contro l’Iran derivano principalmente da calcoli di interesse diretto, non da simpatia politica per Teheran né dal desiderio di prendere le distanze dalla storica alleanza con Washington.
Questa posizione, che auspica la rinuncia alla guerra, nasce da una valutazione pragmatica delle conseguenze che un conflitto avrebbe sulla sicurezza e sull’economia regionale, rispetto agli eventuali benefici.
In una regione segnata da conflitti ripetuti, di cui proprio gli Stati del Golfo hanno sopportato il peso maggiore, questi Paesi sono sempre più convinti che un attacco possa aprire la strada a crisi estese, capaci di investire non solo la sicurezza, ma anche le sfere economiche e sociali, con ripercussioni demografiche difficili da contenere.
Per questo le capitali del Golfo hanno trasmesso a Washington un messaggio chiaro: qualsiasi escalation militare rischierebbe di trasformarsi rapidamente in una crisi regionale e di alterare forzatamente gli equilibri di potere, generando un’instabilità difficile da controllare, tanto per le società locali quanto per la comunità internazionale.
La loro analisi parte da una domanda fondamentale: cosa accadrà dopo l’attacco? Le esperienze recenti in Iraq, Siria, Yemen e Libia dimostrano che cambiare gli equilibri con la forza non garantisce stabilità politica. Al contrario, può innescare lunghi periodi di insicurezza, favorire terrorismo e contrabbando e indebolire le istituzioni statali, riducendone la capacità di far rispettare la legge e gestire i servizi pubblici.
Petrolio e gas, per gli Stati del Golfo, non sono soltanto fonti di reddito: rappresentano la base della stabilità finanziaria e del finanziamento dei servizi essenziali. La coesione socioeconomica e il mercato del lavoro dipendono strettamente da questi settori.
Un’escalation con l’Iran potrebbe compromettere immediatamente la sicurezza marittima nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz, aumentando i costi assicurativi, interrompendo la navigazione e facendo lievitare le spese commerciali. L’instabilità del mercato energetico non inciderebbe soltanto sul prezzo del barile, ma minerebbe anche la fiducia degli investitori e la capacità dei Paesi di proseguire i propri programmi di sviluppo.
Uno dei segnali più evidenti della linea adottata dai governi del Golfo è la loro riluttanza a consentire l’uso del territorio o dello spazio aereo per operazioni militari contro l’Iran. Una scelta che non equivale a una rottura con Washington, ma che mira a contenere il coinvolgimento diretto e a ridurre il rischio che il conflitto si estenda ai loro territori. Il messaggio è semplice: non vogliono pagare il prezzo di decisioni prese altrove.
La vicinanza geografica con l’Iran aumenta inoltre il rischio di flussi migratori via mare, soprattutto in caso di collasso economico o carenza di beni di prima necessità. Per gli Stati del Golfo ciò rappresenterebbe un onere securitario, sociale ed economico potenzialmente superiore alle loro capacità di gestione.
La storia dimostra che le guerre sono spesso accompagnate da grandi ondate di sfollati e migranti, tra cui richiedenti asilo, lavoratori in fuga e, talvolta, reti criminali o terroristiche. Questa sovrapposizione renderebbe i controlli di sicurezza più complessi e potrebbe generare instabilità interna. Anche l’Europa, pur non coinvolta direttamente, teme le conseguenze di una nuova crisi migratoria, dopo quelle già sperimentate dal 2011.
La stabilità degli Stati del Golfo si fonda inoltre su un delicato equilibrio demografico tra cittadini ed espatriati. Un’ampia instabilità regionale potrebbe provocare movimenti irregolari di manodopera, con pressioni sul mercato del lavoro e interruzioni delle attività economiche, minando la coesione sociale. Gli effetti della guerra, dunque, non si limiterebbero alla sicurezza, ma colpirebbero il tessuto stesso della società.
Il rifiuto di sostenere un attacco non rappresenta una concessione all’Iran, bensì una scelta strategica di gestione del conflitto. L’esperienza di mediazione di Paesi come Oman e Qatar dimostra che contenimento e diplomazia restano opzioni meno costose e più efficaci rispetto a una guerra aperta. Un dialogo strutturato con Teheran viene considerato preferibile a un’azione militare dalle conseguenze imprevedibili.
Infine permane un interrogativo cruciale: anche se un attacco indebolisse il regime iraniano, chi colmerebbe il vuoto di potere? E chi controllerebbe le sue armi avanzate? Le esperienze di cambi di regime forzati suggeriscono che il collasso dello Stato può favorire l’ascesa di gruppi estremisti o attori radicali pronti a sfruttare il caos.
Uno scenario che rischierebbe di trasformarsi in una minaccia non solo per gli Stati Uniti, ma anche per gli stessi Paesi del Golfo, la cui prosperità li renderebbe bersagli sensibili. Per questo, la prudenza prevale sull’azzardo militare: la stabilità, per le monarchie del Golfo, vale più di qualsiasi vittoria sul campo.