Iran. Gli Stati Uniti cercano una via d’uscita dalla guerra mentre cresce il peso strategico di Teheran

di Giuseppe Gagliano –

La visita del premier israeliano Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca ha confermato le difficoltà di Stati Uniti e Israele nel definire una strategia capace di chiudere il conflitto con l’Iran. A cinque mesi dall’inizio della guerra, gli obiettivi iniziali non sono stati raggiunti: il sistema politico iraniano è rimasto intatto, il programma nucleare non è stato neutralizzato e Teheran continua a esercitare un ruolo determinante attraverso i propri alleati regionali.
Nel colloquio con Donald Trump sarebbero emerse tre possibili direttrici. La prima punta a proseguire il negoziato con Teheran, pur in un contesto di continui attacchi reciproci, una formula che finora non ha prodotto né un accordo né una soluzione militare. La seconda prevede un ulteriore irrigidimento delle sanzioni economiche, ma l’Iran continua a sfruttare il controllo dello Stretto di Hormuz come leva strategica, influenzando il traffico energetico mondiale e aumentando la pressione sui Paesi occidentali. La terza ipotesi riguarda un ampliamento delle operazioni contro le milizie sciite irachene sostenute da Teheran, uno scenario che rischierebbe però di trascinare gli Stati Uniti in un nuovo conflitto terrestre in Medio Oriente.
L’Iraq appare sempre più destinato a diventare il principale teatro della competizione tra Washington e Teheran. Le Forze di mobilitazione popolare, rafforzatesi durante la guerra contro lo Stato islamico, rappresentano oggi una componente profondamente radicata nel sistema politico e militare iracheno. Colpirle significherebbe mettere in discussione gli equilibri costruiti dopo il 2003, mentre lasciarle operative consentirebbe all’Iran di mantenere una consistente capacità di pressione contro basi statunitensi e governi alleati.
Sul piano economico, Teheran continua a utilizzare lo Stretto di Hormuz come principale strumento di deterrenza. Qualsiasi rallentamento del traffico marittimo provoca ripercussioni sui prezzi dell’energia, sui costi assicurativi e sulla sicurezza degli approvvigionamenti, inducendo i Paesi del Golfo a mantenere aperti i canali diplomatici con la Repubblica islamica pur sostenendo, almeno in parte, le iniziative statunitensi.
Anche sul piano militare il conflitto sembra favorire una strategia di logoramento. L’Iran continua a lanciare missili e droni contro obiettivi statunitensi, costringendo Washington a impiegare sistemi di difesa sofisticati e costosi, come Patriot e Thaad, il cui impiego prolungato rischia di ridurre le scorte disponibili anche per altri teatri, come quello ucraino.
L’amministrazione Trump punta ora a uscire dal conflitto senza apparire sconfitta, mentre Israele deve fare i conti con il mancato raggiungimento dell’obiettivo di indebolire in modo decisivo il sistema iraniano. Teheran, al contrario, ha dimostrato di poter resistere alla pressione militare, mantenere la propria rete di alleanze regionali e continuare a influenzare gli equilibri strategici ed energetici del Medio Oriente. Il risultato è un conflitto senza una chiara via d’uscita, nel quale la superiorità militare occidentale non si è tradotta in una vittoria politica.