Iran, Golfo e dollaro: così la crisi in Medio Oriente mette alla prova la leadership americana

di Domenico Esposito *

La crisi mediorientale non sta soltanto aggravando il quadro militare regionale. Sta facendo emergere anche un dato politico più profondo: la leadership americana resta forte, ma oggi appare più costosa, più contestata e meno rassicurante perfino per alcuni partner storicamente vicini a Washington. In questa fase però serve prudenza: bisogna distinguere i fatti verificati dalle letture strategiche plausibili e dalle ricostruzioni non confermate che accompagnano ogni guerra.
Il primo elemento concreto è che diversi Paesi del Golfo stanno guardando con crescente preoccupazione all’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran. I costi economici e strategici della guerra stanno già crescendo rapidamente: secondo Reuters nei primi sei giorni il conflitto è costato all’amministrazione Trump almeno 11,3 miliardi di dollari, mentre la prosecuzione delle ostilità ha destabilizzato mercati energetici e trasporti internazionali.
Non si può dire seriamente che gli Stati Uniti abbiano perso tutti gli alleati, né che nel Golfo sia già maturata una rottura definitiva con Washington. Si può però osservare, con maggiore solidità, che la fiducia automatica nell’ombrello americano appare oggi meno lineare e meno scontata di prima. I governi dell’area temono di essere trascinati in una guerra più ampia, con ricadute pesanti su petrolio, infrastrutture, rotte commerciali e stabilità interna.
Su questo terreno bisogna essere molto precisi anche nella scelta delle parole. Il Qatar ospita asset militari statunitensi di rilievo ed è chiaramente esposto alle conseguenze dell’escalation. Ma formule generiche come “gli iraniani hanno distrutto le basi americane a Doha” non aiutano a capire e rischiano di deformare il quadro. Più correttamente, si può affermare che l’intera area del Golfo sia entrata in una fase di alta vulnerabilità strategica, nella quale basi, aeroporti, infrastrutture civili ed energetiche risultano esposti a rischi crescenti. Reuters ha riferito che attacchi iraniani hanno preso di mira in Qatar anche infrastrutture civili, incluso l’aeroporto.
Sulla Turchia bisogna essere chiari: non fa parte della Lega Araba, anche se da alcuni viene istintivamente associata a quell’area per la sua maggioranza musulmana e per il ruolo che gioca nelle crisi mediorientali. È invece un membro storico della NATO e resta una potenza regionale autonoma, capace di muoversi su più piani tra occidente, Medio Oriente e spazio euroasiatico. Più che un alleato lineare, la Turchia si conferma una potenza regionale che prova a tenere aperti più tavoli contemporaneamente.
Un altro fronte decisivo è quello del dollaro. Il sistema finanziario internazionale continua a garantire agli Stati Uniti una leva potentissima, attraverso sanzioni, pagamenti e centralità monetaria. Proprio per questo, da tempo, diversi Paesi cercano strumenti alternativi. Ma anche qui servono formule rigorose: non esiste ancora un sistema BRICS pienamente alternativo al dollaro. Più correttamente, si deve osservare che la ricerca di meccanismi alternativi procede, ma in modo graduale, incompleto e disomogeneo. Reuters ha riferito, ad esempio, della proposta indiana di collegare le valute digitali ufficiali dei Paesi BRICS per facilitare pagamenti transfrontalieri e ridurre la dipendenza dal dollaro.
La parte più fragile del dibattito resta quella che richiama operazioni sotto falsa bandiera, missili partiti da basi NATO, video online e attribuzioni immediate a Israele o agli Stati Uniti. Qui un’analisi seria deve fermarsi un passo prima. In rete e nei circuiti controinformativi circolano molte accuse, ma senza verifiche indipendenti questi elementi non possono essere trattati come fatti accertati. Nelle guerre moderne la propaganda non accompagna semplicemente il conflitto: molto spesso ne diventa parte integrante.
Anche l’idea che questa sia soltanto una guerra di religione rischia di essere fuorviante. In alcuni ambienti radicali esistono certamente letture religiose, messianiche o apocalittiche.Ma la chiave principale resta un’altra: la strategia trumpiana dei tre pilastri — Make America Great Again, America First e Peace through Strength — dentro la quale si combinano potenza, deterrenza, sicurezza, controllo delle rotte, petrolio, pressione finanziaria, stabilità dei regimi e politica interna. In questo senso, il Medio Oriente continua a essere il punto in cui si intrecciano guerra, moneta, energia e assetti di potere globali.
Il punto politico vero è che ciò che accade in Medio Oriente non resta confinato lì. Arriva subito anche in Europa, e arriva nella vita quotidiana: energia, inflazione, mercati, trasporti, sicurezza. È per questo che oggi servono meno frasi assolute e più rigore. Meno propaganda e più capacità di distinguere tra fatti, ipotesi e manipolazioni.

* Presidente Accademia Italiana Qualità della Vita.