di Giuseppe Gagliano –
Il vertice di Islamabad tra Stati Uniti e Iran, durato ventuno ore, si è chiuso senza accordo e ha consegnato al mondo una crisi ancora più pericolosa di prima. Sul tavolo non c’è più soltanto il dossier nucleare, né soltanto il braccio di ferro sui missili balistici: la vera posta in gioco è il controllo dello Stretto di Hormuz, cioè del più delicato snodo energetico del pianeta, e con esso il controllo politico del petrolio iraniano, dei flussi commerciali marittimi e persino della valuta con cui l’energia viene scambiata.
Donald Trump, dopo il fallimento dei colloqui, ha annunciato l’avvio di un blocco per tutte le navi in entrata e in uscita dallo stretto. Ma qui sta già la prima contraddizione. Solo pochi giorni prima, annunciando il cessate il fuoco nel Golfo, aveva evocato la possibilità di una gestione quasi condivisa del pedaggio imposto da Teheran alle navi in transito. L’Iran, infatti, pretende di monetizzare il passaggio a Hormuz per ottenere una compensazione dei danni subiti nella guerra. Né Washington né Israele intendono pagare direttamente quel conto, e così la Repubblica islamica ha cercato di scaricarlo sul traffico commerciale che attraversa lo stretto. In altre parole: a pagare il prezzo della guerra sarebbero soprattutto Europa e Asia, non gli Stati Uniti.
Il punto essenziale è proprio questo. Il transito a Hormuz non incide in modo decisivo sull’autonomia energetica americana o israeliana, mentre è vitale per India, Giappone, Corea del Sud, Cina e per una parte rilevante delle economie europee. Perciò ogni restrizione del traffico marittimo si traduce in una pressione diretta su quelle potenze industriali che dipendono da greggio e gas provenienti dal Golfo. È qui che la crisi smette di essere regionale e diventa pienamente geoeconomica.
Trump aveva anche parlato di una missione di sminamento nello Stretto, con la partecipazione britannica e di altre nazioni. Ma una cosa è sminare in condizioni di pace e con l’assenso iraniano, un’altra è tentare di farlo in un contesto ostile. Hormuz è un corridoio marittimo ristretto, dove una nave da guerra, anche se altamente armata, può essere investita da minacce multiple: siluri, missili, razzi, droni, barchini esplosivi. Un attacco di saturazione, coordinato dalla costa, sarebbe in grado di mettere in seria difficoltà qualunque marina. Non a caso, fino a oggi la flotta statunitense si è tenuta prudenzialmente lontana dalle coste iraniane.
Per questo il cosiddetto blocco navale non sarebbe un semplice atto di deterrenza, ma un atto di guerra. E ancor più: in assenza di una risoluzione delle Nazioni Unite, assumerebbe il profilo di una imposizione unilaterale, che Teheran definisce pirateria e che, dal punto di vista del diritto internazionale, avrebbe ben pochi appigli. Gli Stati Uniti si arrogerebbero il diritto di decidere quali navi possano transitare, quali no, quali commerci siano leciti e quali debbano essere puniti. Sarebbe una sfida non soltanto all’Iran, ma all’economia mondiale.
C’è poi la contraddizione politica americana. Da un lato Washington ha alleggerito le restrizioni sull’export di petrolio russo per contenere i prezzi; dall’altro rischia di incendiare Hormuz, cioè la principale arteria mondiale degli idrocarburi. Segno che la linea americana naviga a vista, senza una vera pianificazione. La guerra con l’Iran non è stata preparata calcolando né la resistenza del regime né la tenuta militare iraniana. Il cessate il fuoco stesso sarebbe stato favorito dall’esaurimento delle scorte antimissile americane e israeliane, mentre Teheran conserva ancora missili balistici e decine di migliaia di droni. Persino il negoziato è naufragato dentro dichiarazioni contraddittorie: se Trump ha sostenuto in più occasioni di aver distrutto le capacità nucleari militari iraniane con i bombardamenti del giugno precedente e con i raid successivi contro migliaia di obiettivi, allora diventa difficile credere che proprio il nucleare fosse l’unico vero ostacolo dell’intesa.
In realtà c’erano almeno altri due nodi. Il primo riguarda i missili balistici iraniani. Washington pretende che Teheran rinunci almeno ai vettori di medio raggio, cioè a quelli in grado di colpire Israele. Ma per la Repubblica islamica quella capacità è parte integrante della propria deterrenza strategica. I missili a corto raggio arrivano fino a 500 chilometri; quelli a medio raggio si collocano tra 500 e 5.000 chilometri, anche se il potenziale iraniano operativo si fermerebbe intorno ai 2.000-2.500 chilometri, più che sufficienti per tenere sotto tiro Israele e l’intera area del Golfo. Pretendere che l’Iran rinunci a questa leva significa chiedergli di disarmarsi unilateralmente di fronte a uno Stato, Israele, che dispone di una potenza missilistica avanzata e di un arsenale nucleare mai dichiarato ma universalmente presunto.
Il secondo nodo, ancora più importante, riguarda il petrolio. Il greggio iraniano, venduto soprattutto alla Cina in yuan, rappresenta una sfida diretta al predominio del dollaro. Washington teme che la progressiva fuga dal dollaro nel commercio energetico comprometta la sostenibilità del gigantesco debito pubblico americano. Il precedente venezuelano pesa: dopo il sequestro di Maduro e il mutamento dei meccanismi di esportazione, il petrolio venezuelano è tornato a essere gestito in dollari e sotto influenza americana. L’obiettivo su Teheran appare simile: impedire che l’Iran continui a esportare fuori dal circuito del dollaro e costringerlo a un accordo che consegni di fatto agli Stati Uniti una forma di supervisione sul suo export energetico.
Da qui si comprende anche il senso profondo del blocco di Hormuz: non soltanto fermare il petrolio iraniano, ma punire i Paesi che lo comprano o che, pur acquistando energia altrove, accettano di pagare a Teheran il pedaggio di transito, indicato in circa due milioni di dollari a nave. In questo modo Washington trasformerebbe lo stretto in una leva coercitiva contro l’Iran, contro i suoi clienti e contro qualsiasi tentativo di costruire circuiti energetici e finanziari alternativi.
Intanto il quadro strategico si allarga. Una possibile mediazione russa appare plausibile perché Mosca mantiene rapporti stretti con Teheran sul piano politico, economico e, indirettamente, militare. Inoltre gli Stati Uniti hanno interesse a non aprire un fronte ulteriore con la Russia, anche mentre la guerra contro l’Iran produce effetti favorevoli proprio a Mosca: più introiti energetici, maggiori difficoltà economiche per l’Europa, minore capacità occidentale di sostenere Kiev con sistemi di difesa aerea. La crisi del Golfo, insomma, rischia di avere ricadute immediate anche sul fronte ucraino.
Resta infine la risposta iraniana. Teheran definisce il blocco un atto di pirateria e sostiene di avere i mezzi per impedirlo. Il rischio, quindi, è che una dimostrazione di forza americana si trasformi in una trappola. Se gli Stati Uniti dovessero subire attacchi e perdere unità navali nello stretto, il colpo al loro prestigio sarebbe enorme e la rappresaglia potrebbe aprire una nuova escalation fuori controllo. In questo passaggio, Hormuz non è solo uno stretto: è il punto in cui si incrociano guerra militare, guerra energetica e guerra monetaria. E chi pensa di poterlo dominare senza pagare un prezzo strategico forse sottovaluta la portata del confronto che ha contribuito a scatenare.












