
di Giuseppe Gagliano –
L’Europa si prepara a scortare petroliere e portacontainer nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più delicati del pianeta. Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato una missione militare “puramente difensiva” che entrerà in azione quando la fase più intensa dello scontro tra Stati Uniti, Israele e Iran si sarà attenuata. Dietro la formula prudente scelta da Parigi c’è però un segnale politico chiaro: l’Unione Europea valuta un coinvolgimento diretto nella protezione delle rotte da cui dipende la propria sicurezza energetica.
Hormuz non è una via marittima qualsiasi. Attraverso questo stretto transita una quota decisiva del petrolio mondiale e una parte importante del gas naturale liquefatto destinato ai mercati asiatici ed europei. Un blocco del traffico non rallenta solo le petroliere, ma mette in discussione l’intero sistema economico costruito sulla continuità dei commerci globali. La decisione francese riflette anche una constatazione strategica: la sicurezza delle rotte marittime non può più essere considerata una responsabilità automatica degli Stati Uniti.
Il conflitto ha già prodotto un primo effetto economico evidente con la crescita dei prezzi energetici. Il Brent sopra i 100 dollari al barile riporta al centro la fragilità del sistema industriale europeo, alle prese da anni con costi energetici elevati, deindustrializzazione e dipendenza da snodi logistici vulnerabili. Per paesi come Italia, Francia e Germania una crisi prolungata nello stretto significherebbe aumento dei costi energetici, nuova pressione inflazionistica e ulteriore perdita di competitività rispetto a economie più autonome nelle forniture. Allo stesso tempo rafforzerebbe il potere contrattuale di produttori alternativi come Stati Uniti e paesi nordafricani, spesso a condizioni politiche ed economiche più onerose.
La missione evocata da Macron è quindi difensiva solo sul piano formale. Dal punto di vista geoeconomico rappresenta il tentativo di proteggere un modello di approvvigionamento energetico che resta esposto agli shock militari del Medio Oriente.
Sul piano militare Parigi ha indicato una presenza significativa con otto navi da guerra, due portaelicotteri, la portaerei Charles de Gaulle e il rafforzamento di unità navali nell’area di Cipro. Una missione di scorta può ridurre i rischi per singole navi ma non garantisce la piena riapertura del traffico se il conflitto rimane aperto. In uno spazio ristretto e saturo di missili, droni e mine navali la superiorità occidentale non basta a eliminare le minacce asimmetriche. Può dissuadere e accompagnare le rotte commerciali, ma non cancellare la geografia né neutralizzare completamente la capacità iraniana di disturbare il transito.
La Francia cerca così un equilibrio delicato tra dimostrazione di forza e cautela politica: proteggere i commerci senza entrare formalmente in guerra, affermare una leadership europea senza rompere la dipendenza operativa dagli Stati Uniti. Tuttavia ogni operazione di scorta armata in un’area di conflitto comporta il rischio di incidenti e di escalation diretta.
Le recenti mosse francesi e greche a Cipro mostrano anche come il Mediterraneo orientale stia diventando una linea avanzata delle tensioni mediorientali. L’attacco con drone contro la base britannica di Akrotiri e il rafforzamento delle presenze militari europee sull’isola indicano che la distanza tra il Levante e l’Unione Europea è ormai solo geografica. Macron lo ha detto apertamente affermando che un attacco a Cipro equivale a un attacco all’Europa, una dichiarazione che implica una maggiore responsabilità europea nella gestione della sicurezza regionale.
Teheran ha respinto l’idea che la sicurezza dello stretto possa essere garantita da potenze considerate schierate con il fronte avversario. Per l’Iran la stabilità di Hormuz non è una questione tecnica ma il risultato del rapporto di forza politico nella regione. In questo quadro la missione francese ha anche un valore simbolico: segnalare che l’Europa vuole presentarsi come attore nel futuro equilibrio dell’area e non soltanto come cliente dipendente dalla protezione americana.
Il protagonismo europeo arriva però mentre la crisi è già esplosa e i prezzi energetici sono in salita. Parigi rivendica una tradizionale ambizione di autonomia strategica, ma continua a muoversi dentro una guerra la cui dinamica principale è ancora determinata da Washington, da Israele e dalla risposta iraniana. Senza una reale riduzione delle ostilità nessuna missione navale occidentale potrà restituire da sola piena normalità allo Stretto di Hormuz. L’Europa si prepara così a difendere le rotte del petrolio proprio mentre scopre di non controllare le guerre che ne determinano la sicurezza.











