
di Giuseppe Gagliano –
Il blocco dello Stretto di Stretto di Hormuz si consolida come il fulcro della strategia statunitense contro l’Iran, segnando il passaggio da una fase militare a una guerra di pressione economica destinata a durare. Dopo i raid aerei avviati il 28 febbraio insieme a Israele, Washington punta ora a colpire la principale fonte di entrate di Teheran: il petrolio.
La linea scelta da Donald Trump mira a indebolire l’Iran senza aprire un conflitto su larga scala. L’obiettivo è interrompere i flussi energetici intercettando le petroliere e riducendo progressivamente le risorse del regime. Una strategia condivisa tra Pentagono e Dipartimento di Stato, basata sull’idea che l’asfissia economica possa risultare più efficace dei bombardamenti.
Teheran ha risposto proponendo di separare la crisi dello Stretto dalla questione nucleare: riaprire subito il traffico marittimo in cambio della fine del blocco e della guerra, rinviando il dossier atomico. Una mossa che riconosce il peso della pressione economica ma introduce una richiesta controversa: mantenere una forma di controllo sulla navigazione. Per Washington ciò significherebbe concedere all’Iran una leva strategica permanente sul commercio energetico globale, ipotesi respinta dalla Casa Bianca.
Il nodo nucleare resta centrale. Il segretario di Stato Marco Rubio ha definito l’offerta iraniana “migliore del previsto”, ma ha ribadito che impedire all’Iran di dotarsi dell’arma atomica resta una priorità non negoziabile. La divergenza tra obiettivi immediati e strategici complica il negoziato: da un lato la stabilità dei mercati energetici, dall’altro gli equilibri di potenza regionali.
Nel frattempo si muove la diplomazia. Il Pakistan si propone come mediatore, mentre i Paesi del Golfo, riuniti a Gedda su impulso saudita, chiedono all’Iran segnali concreti per ricostruire la fiducia. Per le monarchie del Golfo, la minaccia sullo Stretto e quella nucleare sono inseparabili.
Sul terreno, il conflitto mostra segnali di espansione. Un raid israeliano nel sud del Libano ha aggravato la tensione, confermando il rischio di escalation regionale e il ruolo dei proxy legati a Teheran.
La crisi appare bloccata: gli Stati Uniti non intendono allentare il blocco senza garanzie sul nucleare, mentre l’Iran non può riaprire lo Stretto senza ottenere la fine dell’assedio economico. Un equilibrio fragile in cui nessuno può fare il primo passo. Lo Stretto di Hormuz diventa così il punto critico da cui dipende non solo la stabilità del Medio Oriente, ma anche quella dell’intero sistema energetico globale.











