Iran. Il blackout dei social ostacola il dissenso, ma la crisi non ferma le proteste

di Giuseppe Lai

Sembra quasi superfluo ricordare il ruolo essenziale dei media nel mondo contemporaneo. Essi rappresentano un intermediario fondamentale tra la realtà e la società e influenzano le dinamiche sociali, i processi decisionali e il consenso, funzioni che vanno ben oltre il semplice atto di riportare i fatti. Nell’era digitale, grazie allo sviluppo delle piattaforme social, la rapidità della diffusione delle informazioni ha trasformato radicalmente l’interazione degli individui con gli eventi globali, determinando una “democratizzazione” delle notizie, ossia allargando la fascia di popolazione che ha accesso diretto a fatti e opinioni. Tale processo è stato determinante nell’organizzazione e nella comunicazione delle proteste delle donne iraniane nel 2022, permettendo una diffusione ampia e rapida del movimento in tutto il Paese.
Animato dallo slogan “Donna, Vita, Libertà”, a simboleggiare il dissenso contro le restrizioni delle libertà femminili, il movimento si è trasformato in una sfida aperta contro il regime degli ayatollah, allargando i propri orizzonti e abbracciando una serie di cause che afferiscono a tutti gli ambiti della vita pubblica e privata. La diffusione capillare delle notizie innescata dai social e la percezione quasi in tempo reale del dissenso sia all’interno del Paese che a livello internazionale, hanno indotto le autorità iraniane a limitare fortemente l’accesso a internet in tutto l’Iran. Ciò, è bene ricordarlo, in aperta violazione del diritto alla libertà di espressione e all’accesso alle informazioni, oltre che del diritto alla libertà di riunione pacifica e associazione, sanciti dal Trattato ONU sui diritti politici e civili (di cui l’Iran è paese firmatario). Tale restrizione è stata gradualmente reintrodotta nel gennaio scorso in occasione delle recenti manifestazioni antiregime, rendendo di fatto il blackout uno strumento di manipolazione digitale che si incastra alla perfezione nelle dinamiche autocratiche e diventa parte essenziale di una strategia tesa a contrastare il dissenso.
Spegnere internet ha pertanto lo scopo di ostacolare il coordinamento delle proteste e, soprattutto, di interrompere la diffusione di immagini, video e testimonianze che renderebbero evidente la risposta repressiva del regime e amplificherebbero l’impatto politico, sia interno che internazionale. In tale contesto la rete non è più uno spazio neutrale, un trait d’union tra fonti informative e utenti finali, piuttosto un’infrastruttura politica che si interpone tra autorità e società civile, concessa alla popolazione ma suscettibile di revoca nel momento in cui diventa pericolosa per il potere costituito. Il ricorso al blackout in Iran è tutt’altro che un’operazione estemporanea.
E’ il risultato di un’architettura di rete costruita nel tempo per consentire all’autorità di governo un controllo centralizzato della connettività. Al centro di questo sistema c’è la National Information Network (NIN) una rete nazionale progettata e sviluppata dall’Iran con l’obiettivo di separare il traffico interno, riguardante i servizi e le comunicazioni interne del Paese, da quello diretto verso Internet globale. Presentata ufficialmente come misura per aumentare la sicurezza di infrastrutture e dati nazionali, nella pratica è diventata uno strumento fondamentale in mano all’autorità per controllare informazione e connettività, permettendo di intervenire sul traffico internazionale in modo rapido e mirato. A differenza di una rete Intranet aziendale, chiusa e distinta da Internet, la NIN ha una specificità: ha pochi punti di interconnessione verso l’estero. Questi nodi sono centralizzati, in altre parole lo Stato può controllarli e gestire così gran parte del rapporto del Paese con la rete globale. In termini operativi, il traffico internet diretto fuori dal territorio iraniano transita attraverso gateway statali, passaggi obbligati gestiti e attentamente monitorati dalle autorità che, al momento opportuno, possono degradare la qualità delle connessioni, filtrare determinati flussi o, nei casi più estremi, interrompere rapidamente l’accesso alla rete.
Il tutto avviene senza necessariamente spegnere la rete interna ed è proprio questa la funzione più strategica della NIN. Infatti, quando l’accesso ad Internet e al web globale viene bloccato o ridotto drasticamente, il sistema mantiene attivi molti servizi digitali all’interno della rete nazionale: piattaforme governative, media, banche. In tal modo si mantengono operative alcune funzioni essenziali e gli stessi cittadini vengono “educati” a dipendere sempre di più dal sistema digitale interno. Attraverso questa leva il potere può manipolare la narrazione o far convergere le informazioni nei confini della propaganda ufficiale delle TV di Stato, ammorbidendo o distorcendo la realtà dei fatti. In merito all’applicazione di tali misure restrittive esiste tuttavia l’altra faccia della medaglia, rappresentata dalle conseguenze del blackout sull’economia del Paese. Secondo la piattaforma Virtual Business Union, le aziende che operano su Instagram stanno subendo perdite pari a 2 milioni di dollari al giorno. Un dato rilevante, se si considera che oltre 700mila venditori attivi operano sulle piattaforme dei social media generando circa 1 miliardo di dollari di vendite annuali e rappresentano il 12% dell’economia digitale privata dell’Iran. Nel merito, vari analisti sostengono che l’economia digitale iraniana si stia avvicinando a un punto di rottura critico, con il rischio di danni permanenti per aziende e consumatori.
La crisi, tuttavia, si estende trasversalmente a tutti i settori economici, inclusi quelli tradizionali, e, secondo gli osservatori internazionali, è stata l’elemento scatenante della rivolta iniziata il 28 dicembre in tutto il Paese. Nella Repubblica islamica l’inflazione ha superato infatti il 40 percento e, nel caso delle derrate alimentari, ha toccato il 72 percento annuo, a causa della pessima gestione della cosa pubblica, della corruzione e delle sanzioni internazionali che limitano le esportazioni di greggio a soli 1,77 milioni di barili al giorno, di cui l’80 percento viene acquistato dalla Cina. Il mercato del lavoro è in sofferenza, in media solo 3,8 iraniani su 10 in età lavorativa hanno un impiego e per le donne il rapporto scende a 1,2 su 10. Inoltre, secondo la Banca mondiale, il recente rallentamento della crescita dovrebbe spingere oltre 2 milioni di persone in povertà. Nonostante l’attendibilità delle fonti sullo stato dell’economia iraniana, i media di regime fanno ampio uso della propaganda, minimizzando la pessima gestione interna ed enfatizzando il ruolo del blocco delle esportazioni e delle sanzioni nella genesi della crisi economica, in pratica attribuendo la crisi a fattori esogeni. Data la situazione interna attuale, tuttavia, una simile narrazione non può che consolidare il malcontento e le piazze in rivolta, rivelandosi un potenziale boomerang per il regime.