Iran. Il nucleare resiste alla guerra: gli attacchi rallentano Teheran ma non fermano la minaccia

di Giuseppe Gagliano –

La guerra ha colpito impianti, infrastrutture e difese iraniane, ma non è riuscita a cancellare il nodo centrale della crisi: la possibilità che Teheran possa ancora arrivare alla soglia nucleare. È questa la conclusione che emerge dalle ultime valutazioni dell’intelligence statunitense, secondo cui il programma atomico iraniano sarebbe stato danneggiato ma non neutralizzato. Nonostante mesi di operazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Israele, il tempo necessario all’Iran per produrre materiale utile a un ordigno resterebbe compreso tra nove e dodici mesi.
Il dato ridimensiona la narrativa occidentale secondo cui i bombardamenti avrebbero paralizzato definitivamente la corsa nucleare iraniana. I siti di Natanz, Fordow e Isfahan sono stati colpiti, diverse strutture di arricchimento sono state distrutte e parte della base industriale della difesa è stata compromessa. Tuttavia il problema strategico resta aperto: finché l’uranio arricchito sopravvive e rimane nascosto in installazioni sotterranee fuori dal controllo degli ispettori internazionali, la minaccia non può considerarsi eliminata.
Il centro della questione riguarda circa 440 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento di cui l’Agenzia internazionale per l’energia atomica non riesce più a verificare con certezza la posizione. Una quantità che, se ulteriormente raffinata, potrebbe bastare per più ordigni nucleari. Secondo diverse valutazioni, parte del materiale sarebbe custodita nei tunnel del centro nucleare di Isfahan, ma l’interruzione delle ispezioni impedisce conferme definitive.
È qui che emerge il limite dell’azione militare. Colpire un impianto è possibile, individuare e recuperare materiale fissile nascosto in siti sotterranei profondi è molto più complesso. L’Iran, dopo anni sotto la minaccia di attacchi preventivi, ha disperso e protetto il proprio programma nucleare, evitando di concentrare infrastrutture e materiali in pochi bersagli vulnerabili.
Gli attacchi hanno ottenuto risultati rilevanti sul piano militare, indebolendo difese aeree, capacità convenzionali e parte dell’apparato industriale legato al programma atomico. Ma non hanno prodotto una neutralizzazione definitiva. Per questo negli ambienti strategici si discute perfino di possibili operazioni terrestri per recuperare l’uranio altamente arricchito, ipotesi considerata però estremamente rischiosa per la necessità di intelligence perfetta, superiorità aerea e capacità operative in profondità.
La crisi dimostra così il fallimento della guerra come scorciatoia definitiva contro la proliferazione nucleare. Un programma atomico può essere rallentato, difficilmente cancellato senza controllo territoriale e accordi politici verificabili. La guerra iniziata il 28 febbraio e sfociata in una tregua fragile dall’8 aprile ha lasciato uno stallo strategico: Washington e Tel Aviv non possono ammettere che l’obiettivo principale sia rimasto incompleto, mentre Teheran non può apparire piegata.
In questo equilibrio precario il negoziato resta inevitabile. Gli Stati Uniti vogliono impedire all’Iran di ottenere l’arma nucleare, ma Teheran punta a conservare una capacità sufficiente a garantirsi deterrenza e sopravvivenza politica. È la logica della “soglia”: non serve possedere la bomba, basta essere abbastanza vicini da rendere ogni attacco troppo costoso.
La tensione si estende anche al piano economico globale attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale. L’Iran usa la geografia come principale leva strategica: ogni escalation militare può tradursi in pressioni sui mercati energetici, aumento dei prezzi e instabilità economica internazionale.
La crisi iraniana coinvolge così un sistema di interessi molto più ampio del solo confronto tra Teheran e Washington. Israele vuole impedire la nascita di una potenza nucleare regionale, gli Stati Uniti cercano di preservare la propria credibilità strategica evitando una guerra terrestre incontrollabile, mentre Cina, India ed Europa osservano con crescente preoccupazione i rischi energetici ed economici.
Il vero paradosso americano è che la superiorità militare non basta a eliminare conoscenze tecniche, materiale fissile e volontà politica. Anzi, più l’Iran viene colpito, più potrebbe considerare la deterrenza nucleare come garanzia estrema di sopravvivenza.
Per questo il dossier iraniano resta aperto. Il programma nucleare è stato colpito e rallentato, ma non cancellato. Finché Teheran conserverà uranio arricchito, competenze scientifiche e infrastrutture residue, nessuna dichiarazione politica potrà chiudere davvero la partita nucleare iraniana.