Iran. Il paese più sanzionato del mondo, anche della Corea del Nord

di Giuseppe Gagliano

L’Iran di oggi è l’ombra dell’economia che uscì dalla rivoluzione del 1979. Non perché la storia sia stata cattiva per caso, ma perché la politica estera e quella interna si sono alimentate a vicenda in un circolo vizioso: conflitti, isolamento, sanzioni, adattamento opaco. Le misure restrittive imposte dagli Stati Uniti fin dall’inizio, rafforzate nel tempo da Nazioni Unite e Unione Europea, hanno trasformato il Paese in un laboratorio crudele: come sopravvive uno Stato quando l’accesso ai mercati, alle banche, alla tecnologia e perfino ai farmaci diventa una concessione, non un diritto.
Le sanzioni non sono un dettaglio tecnico: sono diventate la cornice strutturale in cui si muove tutto il resto. E quando nel giugno 2025 lo scontro con Israele è degenerato in una guerra di dodici giorni, la fiducia, quella poca che restava, si è ulteriormente sbriciolata. In economia la fiducia è capitale. In Iran è ormai un bene raro.
Nel 2015, con l’intesa sul nucleare, Teheran aveva accettato limiti e controlli in cambio di una normalizzazione graduale. Era un compromesso: non l’amore tra avversari, ma un armistizio utile. Poi nel 2018 è arrivata la rottura unilaterale americana e la reintroduzione delle sanzioni. Da quel momento, la “massima pressione” non è stata solo una strategia esterna: è diventata un metodo che ha plasmato anche la politica interna iraniana, spingendo l’economia verso canali informali, rendite parassitarie, circuiti clientelari.
L’etichettatura dei Guardiani della rivoluzione come organizzazione terroristica, le misure contro petrolchimica, metalli e dirigenti, le nuove sanzioni seguite all’uccisione di Qassem Soleimani, fino al ritorno di restrizioni internazionali nel 2025: ogni passaggio ha ristretto lo spazio legale e ampliato lo spazio dell’opacità. È la dinamica tipica delle economie sanzionate: lo Stato dice di difendere la nazione, ma finisce per premiare chi controlla i rubinetti del contrabbando e della mediazione.
I numeri raccontano un Paese inchiodato: crescita bassa, prezzi alti, moneta che crolla. Il quadro è quello della stagflazione, la peggiore combinazione possibile per una società giovane e urbanizzata. Il potere d’acquisto è precipitato, i beni essenziali diventano ogni mese più cari e la svalutazione del rial funziona come una tassa informale sui salari fissi.
Il cambio sul mercato libero è il termometro politico: quando un dollaro arriva a valere oltre un milione di rial, il messaggio è che la moneta nazionale non è più un’ancora ma una zavorra. E nelle proteste, il crollo del rial si comporta come benzina: non crea il malcontento, lo accelera. La classe media, in queste condizioni, è la prima a cadere: troppo “ricca” per ricevere protezioni informali, troppo “povera” per difendersi con capitali e reti estere. Il risultato è uno scivolamento verso il lavoro informale e vulnerabile, con retribuzioni più basse e meno tutele. È la de-modernizzazione silenziosa di un Paese che aveva investito molto, almeno in parte, su istruzione e mobilità sociale.
Qui sta il punto politico: le sanzioni nascono per cambiare il comportamento di un regime, ma nella pratica colpiscono soprattutto la società. Congelamento dei proventi petroliferi, restrizioni bancarie, beni bloccati all’estero: sono leve che soffocano lo Stato, ma la pressione si scarica sul cittadino. Quando importare medicinali diventa difficile, quando i prezzi di farmaci essenziali esplodono, quando la qualità dei carburanti non migliora perché mancano tecnologia e standard, l’impatto non è astratto: è sulla salute, sull’ambiente, sulla vita quotidiana.
Si crea così un paradosso che i decisori occidentali fingono di non vedere: più stringi la corda, più aumenti il costo politico dell’apertura. Perché ogni compromesso viene vissuto come umiliazione nazionale e ogni concessione interna diventa pericolosa per chi governa. La sanzione, in altre parole, può irrigidire il bersaglio invece di piegarlo.
Sul piano militare, l’Iran ha scelto da anni una dottrina di resilienza: investire in deterrenza asimmetrica, droni, missili, reti regionali. È una scelta in parte obbligata: quando non puoi comprare liberamente tecnologia militare e hai un’economia sotto attacco, costruisci strumenti relativamente economici e politicamente spendibili. Ma questa dottrina ha un costo: tiene alta la tensione regionale, alimenta i fronti indiretti, rende più facile per gli avversari giustificare ulteriori sanzioni.
Dopo lo scontro diretto con Israele nel 2025, la logica della deterrenza è diventata anche psicologica: non basta avere capacità, devi mostrare che puoi reggere l’urto. E qui l’economia è la retrovia decisiva. Un Paese in crisi permanente può ancora combattere, ma consuma futuro: investe meno, innova meno, drena capitale umano, spinge alla fuga competenze e risparmi.
Nel grande gioco le sanzioni americane non sono solo punizione: sono controllo dei corridoi globali. Chi decide cosa può passare dal sistema bancario, cosa può essere assicurato, spedito, pagato, si prende un pezzo di sovranità altrui. Per Teheran, l’obiettivo non è “vincere” le sanzioni, ma aggirarle abbastanza da restare in piedi: triangolazioni commerciali, pagamenti indiretti, partner disposti a rischiare. È una geoeconomia della sopravvivenza.
Per Washington invece le sanzioni servono anche a tenere insieme la coalizione dei diffidenti e a segnalare che l’ordine internazionale passa ancora da lì. Ma ogni anno che passa rende più evidente il limite: l’Iran non collassa, si adatta. E l’adattamento, in politica, spesso crea regimi più duri, non più fragili.
Le sanzioni hanno funzionato: hanno impoverito, frenato, isolato. Ma hanno funzionato soprattutto nel produrre un Iran più arrabbiato e più chiuso, con una società che paga il conto e un sistema di potere che si riorganizza attorno all’emergenza. Il prezzo non è solo economico: è sociale, sanitario, ambientale. E la domanda strategica resta lì, inevitabile: se dopo decenni di pressione l’obiettivo è ancora lontano, siamo sicuri che la strada scelta stia portando dove si dice di voler arrivare?