Iran. Il potere passa ai militari: la Repubblica islamica senza più un vero arbitro

di Giuseppe Gagliano –

La morte di Ali Khamenei durante il conflitto con Stati Uniti e Israele ha innescato una svolta storica in Iran: il potere reale si è spostato dal vertice religioso agli apparati militari e di sicurezza, ridisegnando gli equilibri della Repubblica islamica.
Al vertice formale è stato elevato Mojtaba Khamenei, ma il suo ruolo appare più simbolico che decisionale. Ferito nei primi attacchi e poco presente sulla scena pubblica, esercita una funzione di legittimazione senza avere il pieno controllo delle scelte strategiche, oggi concentrate nel Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e soprattutto nel Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.
Per oltre quarant’anni la Repubblica islamica si è retta sulla centralità della Guida Suprema, figura capace di imporsi su governo, Parlamento e forze armate. Quel modello non è stato formalmente abbandonato, ma si è svuotato: il potere effettivo è ora nelle mani degli apparati militari, che guidano le decisioni sulla guerra, sulla sicurezza interna e sui dossier strategici.
Il conflitto ha accelerato questa trasformazione. In condizioni normali, la successione avrebbe richiesto lunghi negoziati tra clero e istituzioni. La guerra ha invece ridotto al minimo il confronto interno, rafforzando la linea più rigida e marginalizzando le componenti pragmatiche. Le Guardie Rivoluzionarie si muovono con una strategia prudente: evitare sia la resa sia un’escalation totale che metterebbe a rischio la sopravvivenza del sistema.
Due restano le leve centrali del potere iraniano: il controllo dello Stretto di Hormuz e il programma nucleare. Teheran punta a usarle separatamente nei negoziati, mentre Washington insiste per affrontarle insieme. È uno scontro strategico che mantiene lo stallo e rende ogni apertura diplomatica difficile.
Sul piano economico, l’Iran tenta di trasformare le proprie difficoltà in pressione globale. Senza chiudere completamente Hormuz, può comunque destabilizzare i mercati energetici, aumentando costi e incertezza per l’economia mondiale. All’interno, però, la militarizzazione del potere rischia di rafforzare un sistema economico opaco, penalizzando il settore privato e aggravando le condizioni sociali.
La nuova configurazione cambia anche gli equilibri internazionali. Un Iran più controllato dai militari appare meno incline al compromesso con gli Stati Uniti e più vicino, per necessità, a Russia e Cina. Per le monarchie del Golfo, il risultato è un vicino più difficile da prevedere: meno mediato politicamente, ma capace di esercitare una deterrenza più diretta e aggressiva.
La Repubblica islamica non è crollata, ma si è trasformata. Il potere religioso resta, ma subordinato. La Guida Suprema sopravvive come simbolo istituzionale, mentre le decisioni passano agli apparati di sicurezza. Il risultato è un sistema più compatto ma anche più rigido, in cui il compromesso diventa più raro e più costoso, e dove a decidere non è più chi predica, ma chi controlla la forza.