Iran. Il regime si ricompatta sotto le bombe: la guerra lo rafforza

di Giuseppe Gagliano –

La guerra non sta provocando il crollo del regime iraniano. Al contrario, secondo le stesse valutazioni dell’intelligence statunitense, il conflitto sta rafforzando l’architettura di potere della Repubblica islamica, irrigidendo il sistema politico e accrescendo il peso delle componenti militari più dure, in particolare il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Washington e Israele hanno inflitto colpi pesanti all’apparato iraniano, indebolendo capacità militari e colpendo figure chiave del sistema di sicurezza. Eppure la struttura del regime non si è spezzata. Non emergono defezioni significative né segnali concreti di una frattura interna. Piuttosto, il potere sembra essersi ricompattato attorno al suo nucleo più radicale.
Il principale beneficiario interno della guerra appare proprio l’IRGC. Da anni le Guardie Rivoluzionarie rappresentano molto più di una forza militare d’élite: controllano settori cruciali dell’economia, dispongono di un vasto apparato repressivo e esercitano una forte influenza sulla politica interna. Il clima di assedio prodotto dalla guerra ne ha rafforzato ulteriormente il ruolo, trasformandole nel vero centro di gravità dello Stato iraniano.
Quando un Paese entra in una fase percepita come lotta per la sopravvivenza, le istituzioni civili tendono a ridimensionarsi mentre gli apparati di sicurezza assumono maggiore centralità. È ciò che sta avvenendo in Iran. Il pluralismo politico si restringe e ogni forma di dissenso rischia di essere interpretata come collaborazione con il nemico. In questo contesto le Guardie Rivoluzionarie trovano nella guerra la legittimazione per estendere il loro controllo politico, economico e sociale.
L’idea occidentale secondo cui l’eliminazione di figure apicali avrebbe potuto provocare il collasso dell’intero sistema statale si è rivelata illusoria. Le stesse analisi prebelliche dell’intelligence americana indicavano che neppure un attacco su larga scala avrebbe probabilmente scalfito il solido apparato militare e clericale della Repubblica islamica. La guerra rischiava anzi di rafforzare proprio le componenti più radicali del regime.
Questo scenario modifica anche il quadro strategico regionale. Sul piano militare convenzionale l’Iran non può competere con la superiorità tecnologica di Stati Uniti e Israele. Tuttavia mantiene una potente leva geopolitica: lo Stretto di Hormuz. Il quasi blocco del traffico marittimo e le tensioni sulle rotte petrolifere mostrano che Teheran conserva la capacità di incidere pesantemente sull’economia globale trasformando la propria posizione geografica in un’arma strategica.
Attraverso droni, missili e minacce credibili alla navigazione commerciale, l’Iran può condizionare il passaggio delle navi e far salire i costi energetici internazionali. Non è una vittoria militare classica, ma una strategia di logoramento che mette pressione sui mercati e sugli alleati regionali degli Stati Uniti.
Proprio questi alleati del Golfo si trovano oggi in una posizione delicata. Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Kuwait temono di diventare bersagli diretti di rappresaglie iraniane. Avevano ricevuto rassicurazioni su un conflitto rapido e limitato, ma ora si trovano esposti a possibili attacchi missilistici e droni senza voler entrare direttamente nella guerra contro Teheran.
La fragilità dell’equilibrio regionale emerge anche dagli attacchi contro infrastrutture energetiche. Il raid statunitense contro l’isola di Kharg, il principale terminal petrolifero iraniano da cui passa circa il novanta per cento delle esportazioni di greggio del Paese, ha colpito uno dei nodi economici più vitali della Repubblica islamica. Tuttavia anche questo tipo di operazioni rischia di rafforzare la narrativa della resistenza nazionale e consolidare ulteriormente il controllo interno del regime.
Restano profonde vulnerabilità strutturali. L’Iran continua a fare i conti con una grave crisi economica, scarsità d’acqua, problemi energetici e diffuso impoverimento sociale. Le proteste potrebbero riemergere. Ma il sistema di potere sembra prepararsi ad affrontarle con strumenti ancora più militarizzati e con una repressione più dura.
Il risultato è un paradosso strategico. L’Occidente puntava a indebolire la Repubblica islamica, ma il conflitto rischia di rafforzarne la componente più securitaria. L’Iran, pur sotto pressione militare, conserva la capacità di influenzare l’andamento della guerra grazie alla sua posizione geografica, alla profondità strategica regionale e alla resilienza del proprio apparato di sicurezza. Le guerre non sempre fanno cadere i regimi autoritari. In molti casi finiscono per saldarli ancora di più. Ed è proprio ciò che sembra accadere oggi in Iran.