Iran. Il vertice di Islamabad per fermare l’escalation

di Giuseppe Lai

Nei giorni scorsi il gruppo ribelle yemenita degli Houthi, sostenuto dall’Iran, ha rivendicato il primo attacco dall’inizio del conflitto, lanciando un missile contro Israele e mettendo sotto pressione i sistemi difensivi statunitensi e israeliani, già impegnati a fronteggiare le incursioni iraniane. Sul fronte americano, un contingente di marinai e marines a bordo della USS Tripoli è arrivato nell’area mediorientale, facendo ipotizzare una prossima operazione di terra. Nel frattempo si susseguono gli attacchi iraniani contro basi americane in Arabia Saudita, mentre è sempre più difficile distinguere la realtà dalla propaganda e avere un quadro certo di una situazione in costante evoluzione.
Sul piano diplomatico, per una de-escalation del conflitto si spera nei colloqui tenutisi a Islamabad tra i ministri degli esteri di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto, sotto l’egida del governo pakistano, anche se regna sovrana l’incertezza sul successo di questa mediazione a causa del rapido evolversi dello scenario di guerra. Al momento, per una previsione sui possibili esiti del vertice può essere utile un’analisi delle posture geopolitiche adottate dai Paesi citati in riferimento al conflitto attuale.
Ankara, storico membro NATO con una proiezione verso il Mediterraneo e il Golfo, per la sua posizione geostrategica si trova al centro delle traiettorie del conflitto. Questo le ha imposto un rafforzamento dei dispositivi di difesa sul territorio, con il dispiegamento di nuovi sistemi Patriot dopo l’intercettazione di missili provenienti dall’Iran. L’implicazione di non completa estraneità alla guerra in corso si è tradotta, da parte della Turchia, in una strategia basata essenzialmente su una linea di prudenza. Da un lato Ankara intende evitare un coinvolgimento diretto nel conflitto con un’opzione interventista; dall’altro non vuole rinunciare a un ruolo attivo nella gestione della crisi, accreditandosi come piattaforma diplomatica in grado di operare su più dossier e mirando a rafforzare in tal senso i propri spazi di manovra.
Non è un caso che il ministro degli Esteri turco abbia recentemente offerto la disponibilità di Ankara a ospitare nuovi negoziati tra Russia e Ucraina. A ben vedere, si tratta di una postura fondata su un equilibrismo dinamico tra esigenze difensive e ruolo attivo, tra la necessità di non scontentare alleati storici come gli Stati Uniti e la volontà di preservare un consenso politico nel mondo arabo. Sotto questo aspetto ne sono esempio le relazioni poco trasparenti con Siria, Iraq, lo stesso Iran ed altri Stati del Vicino e Medio Oriente, oltre all’altalenante posizione nei confronti di Israele, dettata dalle sensibilità politiche emergenti al momento. Sul piano interno, in ragione della sua posizione geografica, Ankara intende evitare che i numerosi conflitti presenti nella regione possano ulteriormente aggravare la crisi economica.
Il secondo attore, l’Egitto, pur non essendo direttamente coinvolto nel conflitto, ha espresso preoccupazione per l’evolversi delle ostilità e una netta condanna per gli attacchi contro gli Stati del Golfo. Una risposta ponderata, che riflette la molteplicità delle variabili che condizionano la sua politica estera: un patto strategico con gli Stati Uniti, stretti legami politico-economici con Arabia Saudita ed Emirati Arabi, una stabilità precaria con Israele e rapporti pragmatici con la Repubblica Islamica.
Come per la Turchia, le ricadute del conflitto potrebbero essere significative sul piano economico. La crisi ha già iniziato a colpire i settori chiave del Paese, in primis lo snodo strategico del Canale di Suez, con la riduzione delle attività commerciali marittime. Anche il turismo, un importante motore di afflussi di valuta estera e di crescita economica, è un comparto particolarmente sensibile all’instabilità regionale. Tali dinamiche si declinano in una posizione stabilizzatrice all’interno del mondo arabo, tesa a incoraggiare il dialogo e la de-escalation e finalizzata alla tutela dei propri interessi nell’intera area mediorientale.
Nella prospettiva di un’ulteriore estensione del conflitto, tuttavia, l’Egitto si troverebbe costretto a bilanciare la sua postura diplomatica con l’esigenza di schierarsi a fianco di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Kuwait, suoi partner tradizionali, mantenendo al contempo la cooperazione con Washington ed evitando il confronto diretto con Teheran.
Tra le monarchie del Golfo, anche l’Arabia Saudita ha adottato finora una precisa strategia: non cedere alle provocazioni iraniane, salvaguardare la stabilità interna ed evitare lo scontro frontale. Una sorta di inerzia geopolitica, incline a privilegiare un percorso diplomatico che, tuttavia, nel caso dei sauditi potrebbe essere solo apparente. Secondo il Wall Street Journal, infatti, essi sarebbero pronti a scendere militarmente in campo insieme agli Emirati Arabi per dare supporto all’asse Stati Uniti-Israele contro la Repubblica Islamica.
Ultimo attore, non per importanza, è il Pakistan. La scelta di Islamabad come sede del vertice non è stata casuale. Il Pakistan ha canali diretti con Teheran, rapporti storici con le monarchie del Golfo e relazioni strette con la Casa Bianca.
Ciò che in definitiva emerge dalle valutazioni fatte finora è l’obbiettivo comune degli attori in gioco: la cessazione del conflitto quale condizione necessaria per la tutela dei rispettivi interessi nella regione. La Turchia dipende dal gas del Golfo, l’Egitto trae le proprie risorse dal Canale di Suez e l’Arabia Saudita esporta petrolio attraverso lo stretto di Hormuz. In aggiunta, l’economia del Pakistan necessita dei petrodollari del Golfo per il proprio bilancio pubblico. In altri termini, la coalizione si propone come forza di sicurezza ma è in realtà un’alleanza di interessi. In tale prospettiva può giocare un ruolo significativo anche la Cina, che acquista circa il 90 percento delle esportazioni di petrolio greggio dall’Iran e che può premere su Teheran per una de-escalation. In definitiva resta da vedere se questo asse strategico creato per garantire gli interessi degli attori regionali sarà in grado di persuadere le parti a fermare il conflitto.