Iran. Illusioni di regime change e realtà geopolitica

di Shorsh Surme

Il dibattito politico e mediatico delle ultime settimane è stato invaso da narrazioni sensazionalistiche sulla Guida Suprema iraniana Ali Khamenei e da scenari che evocano un imminente rovesciamento del regime di Teheran, fino a ipotizzare un intervento diretto degli Stati Uniti. Una rappresentazione che, nonostante la sua ampia diffusione, appare lontana dalla logica della politica internazionale e più vicina al terreno del desiderio politico che a un’analisi fondata dei reali rapporti di forza globali.
Gli Stati Uniti, attore razionale guidato da interessi strategici, raramente perseguono la caduta totale di un regime avversario. Ciò avviene soltanto quando la sopravvivenza stessa di quel regime costituisce una minaccia diretta e incontrollabile. L’Iran, pur rappresentando una sfida complessa e multilivello, non rientra in questa categoria secondo i calcoli di Washington. Puntare sul collasso del sistema politico iraniano significa dunque fraintendere la natura dell’approccio americano, storicamente orientato alla gestione degli avversari più che al loro abbattimento.
Se le tensioni dovessero aumentare, lo scenario più realistico sarebbe quello di operazioni militari limitate, calibrate per intensità e obiettivi. Non interventi volti a smantellare il regime, ma pressioni mirate a modificarne il comportamento, inserite in un percorso negoziale destinato a sfociare in un nuovo accordo sul dossier nucleare.
In questo quadro Washington cercherebbe concessioni specifiche sul programma atomico, sull’influenza regionale iraniana e sulla sicurezza dei propri alleati. Dal canto suo, il regime di Teheran ha dimostrato più volte un elevato pragmatismo quando è in gioco la propria sopravvivenza: è disposto ad accettare concessioni anche dolorose, purché il nucleo ideologico e securitario del potere resti intatto. Ne deriva una convergenza di interessi, gli Stati Uniti ottengono garanzie minime ma sufficienti, mentre l’Iran preserva la propria leadership e continua a muoversi nella regione entro margini controllati.
In Libano, e non solo, una parte significativa dell’opinione pubblica guarda alla possibile caduta del regime iraniano come alla chiave per risolvere la questione delle armi di Hezbollah. Una lettura comprensibile sul piano emotivo, ma politicamente fragile, perché presuppone un rapporto meccanico tra dinamiche regionali e crisi interna, ignorando la profondità strutturale del collasso libanese.
Le armi di Hezbollah, pur incidendo sulla sovranità nazionale, rappresentano un sintomo più che la causa unica della crisi. Il Libano affronta il fallimento dello Stato, un sistema settario logoro, un’élite politica incapace e corresponsabile, un’economia rentier allo stremo e un contratto sociale svuotato da decenni. Ridurre tutto a un fattore esterno significa, di fatto, assolvere la classe dirigente libanese dalle proprie responsabilità.
Affidare la salvezza del Paese a un cambiamento geopolitico esterno equivale a un’ammissione di impotenza interna. Gli Stati non si ricostruiscono per procura. Un vero percorso di salvataggio richiede lo smantellamento del sistema di fallimento interno, la ricostruzione dello Stato su basi di cittadinanza, istituzioni e legalità, e la separazione tra logica statale e logica degli assi regionali. Un cammino lungo e difficile, ma l’unico realmente praticabile.