Iran. Jaish al-Adl attacca nel Sistan-Baluchistan un tribunale: numerosi morti

di Giuseppe Gagliano

Nel cuore della già turbolenta provincia iraniana del Sistan-Baluchistan, un gruppo armato ha assaltato un tribunale a Zahedan, lasciando dietro di sé almeno 9 morti e 22 feriti. Tra le vittime anche civili, un bambino e una donna anziana, oltre a membri delle forze dell’ordine e tre degli stessi attentatori. Il gruppo sunnita Jaish al-Adl ha rivendicato l’attacco, annunciando di aver “punito” giudici e funzionari accusati di emettere sentenze di morte e demolizioni di abitazioni contro la popolazione baluci.
L’azione è stata rapida, violenta e simbolica: un attacco al cuore dello Stato, nella sede della magistratura, da parte di un gruppo che afferma di lottare per giustizia e autonomia per la minoranza sunnita baluci. Gli aggressori, secondo quanto riportato da IRNA, indossavano cinture esplosive e avevano con sé granate, ma non è chiaro se siano riusciti a utilizzarle.
Jaish al-Adl ha immediatamente diffuso un comunicato dal tono minaccioso e plateale: “Il Belucistan non sarà più un posto sicuro per i giudici e i funzionari dello Stato. La morte li seguirà come un’ombra”. Il linguaggio è esplicito, come lo è l’obiettivo: non si tratta solo di un attacco terroristico, ma di una dichiarazione di guerra politica interna. L’obiettivo è demolire l’autorità di Teheran nella regione e costringere il regime ad affrontare le sue contraddizioni più profonde.
La provincia del Sistan-Baluchistan, al confine con Pakistan e Afghanistan, è da anni una terra di conflitti a bassa intensità. Vi convivono instabilità economica, marginalizzazione etnico-religiosa e infiltrazioni di traffici illeciti. Ma è anche una frontiera strategica, dove la sicurezza nazionale iraniana si intreccia con interessi regionali, milizie jihadiste e accuse di ingerenza straniera.
Il popolo baluci è di fede sunnita, in uno Stato dominato dall’establishment sciita. Da decenni lamenta discriminazione sistematica: esclusione politica, minore accesso ai servizi pubblici, abusi di potere da parte delle forze dell’ordine. Il malcontento ha generato, nel tempo, una rete di resistenza che spazia dalla protesta civile alla lotta armata. E Jaish al-Adl è solo il volto più noto di questo mosaico di insorgenza.
La propaganda del gruppo non si limita all’azione militare. Accusa apertamente lo Stato di repressione sistemica e giustifica i propri atti come “rappresaglie” contro giudici che, secondo loro, condannano a morte giovani baluci o ordinano la distruzione di intere comunità.
Il governo iraniano reagisce con il pugno duro. Le autorità accusano i gruppi armati del Sistan-Baluchistan di essere finanziati da potenze straniere, in particolare da nemici storici come Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, e legati al narcotraffico e al terrorismo jihadista. Ma la repressione, seppur efficace sul breve termine, rischia di alimentare ulteriormente il ciclo della violenza.
Ogni incursione, ogni arresto arbitrario, ogni condanna severa contro gli attivisti locali diventa carburante per la narrativa di Jaish al-Adl e simili. La spirale repressiva genera nuove adesioni, rafforza le reti clandestine e moltiplica gli attacchi.
L’Iran, stretto tra isolamento internazionale, crisi economica, contestazione sociale e tensioni etniche, si trova di fronte a un bivio. Mentre cerca di rafforzare la propria influenza nel mondo arabo e in Asia centrale, fatica a tenere unita la propria casa. L’instabilità in province come il Sistan-Baluchistan non è una parentesi marginale, ma il sintomo strutturale di un equilibrio nazionale precario.
La narrativa della resistenza interna, dalle proteste di Mahsa Amini alle rivolte kurde, dai moti sindacali al Sud ai conflitti religiosi, si somma a quella delle sfide esterne. Il regime di Teheran, per consolidarsi, ha bisogno di più di una dottrina di sicurezza: deve affrontare il problema della rappresentanza e dei diritti, pena l’esplosione della periferia.
L’attacco di Zahedan segna un nuovo punto di rottura. Non è solo un episodio di violenza: è il segnale che le tensioni mai risolte dell’Iran marginale stanno tornando a esplodere con una nuova determinazione. E mentre Teheran guarda al Golfo, a Gaza o alla Siria, rischia di perdere il controllo sulle sue periferie interne.
Se il Sistan-Baluchistan continuerà a essere trattato solo come una questione di ordine pubblico, senza risposte politiche, economiche e sociali, allora altri attacchi seguiranno. E l’Iran, più che minacciato dall’esterno, potrebbe scoprire di essere vulnerabile soprattutto al proprio interno.