di Giuseppe Gagliano –
Dopo cinque mesi di guerra, Israele ha indebolito l’apparato militare iraniano ed eliminato numerosi comandanti, ma non ha raggiunto i suoi principali obiettivi strategici: la Repubblica islamica è ancora al potere e il programma nucleare non è stato smantellato. È questa la valutazione di Sima Shine, per diciassette anni analista dell’intelligence israeliana e per quattordici responsabile della divisione ricerca e valutazione, secondo cui il piano fondato sulla decapitazione della leadership, su un’insurrezione curda e su una rivolta popolare non era sufficientemente solido per provocare un cambio di regime.
L’Iran continua infatti a mantenere intatta la struttura di potere che sostiene lo Stato. Milioni di cittadini dipendono economicamente dalle istituzioni, dalle forze armate, dalle fondazioni religiose e dalle imprese controllate dal regime, rendendo estremamente difficile una sua caduta attraverso la sola pressione militare.
Anche sul fronte nucleare il risultato appare limitato. I bombardamenti contro i siti di Fordo, Natanz e Isfahan hanno danneggiato infrastrutture strategiche, ma non hanno eliminato le competenze scientifiche, i materiali fissili né la capacità industriale necessaria per ricostruire il programma. Rimane inoltre aperta l’incognita di un eventuale ritiro iraniano dal Trattato di non proliferazione nucleare, che ridurrebbe sensibilmente gli strumenti di controllo della comunità internazionale.
L’ipotesi di provocare il collasso della Repubblica islamica attraverso operazioni clandestine e rivolte interne si è scontrata con la realtà del Paese. Le minoranze curde non dispongono della forza necessaria per minacciare il potere centrale, mentre il diffuso malcontento popolare non si è trasformato in una rivolta capace di mettere in crisi il sistema. Il regime continua a controllare le forze di sicurezza, le principali risorse economiche e gli strumenti della repressione, dimostrando di essere disposto a ricorrere alla violenza pur di sopravvivere.
Anche le possibili alternative politiche appaiono deboli. L’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad viene considerato imprevedibile e difficilmente controllabile, mentre Reza Pahlavi gode di una certa visibilità internazionale ma non dispone di un’organizzazione capace di contendere il potere ai Guardiani della rivoluzione.
La posizione degli Stati Uniti resta inoltre diversa da quella israeliana. Donald Trump sembra orientato a ottenere un accordo che costringa Teheran a limitare il proprio programma nucleare, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni e della ripresa delle esportazioni petrolifere, piuttosto che impegnarsi in una costosa occupazione militare dell’Iran. Una simile intesa potrebbe paradossalmente rafforzare la Repubblica islamica, consentendole di rivendicare la propria sopravvivenza come una vittoria politica.
Pur essendo oggi militarmente più debole e avendo perso parte della propria capacità offensiva e dell’influenza esercitata attraverso Hezbollah, Hamas, gli Houthi e le milizie irachene, l’Iran continua a rappresentare una minaccia strategica. Conserva missili, droni, reti regionali e la capacità di colpire indirettamente Israele, le basi statunitensi e le principali rotte energetiche.
La guerra si conclude quindi con un bilancio ambiguo. Israele ha inflitto gravi danni all’Iran, ma non è riuscito a rovesciare il regime né a eliminare definitivamente il programma nucleare. Un risultato che conferma come la superiorità militare, da sola, non sia sufficiente a produrre un cambiamento politico di tale portata.












